C’era una volta un bar che non c’è più. Il bar Corva – Da Papalina, a Porto Sant’Elpidio, provincia di Fermo, le Marche tra l’Adriatico e le colline, quelle dove il vento sa di mare e di terra scura. Un neon tremolante, il rumore delle tazzine, la porta che sbatteva quando entrava qualcuno col giubbotto ancora bagnato. Quel bar è sparito, inghiottito dal tempo. Ma da quel buco di provincia è partito nel 2020 un terremoto culturale che, nel 2025, ha messo insieme cinque milioni di squadre: il FantaSanremo. Un gioco nato per scherzo, diventato rito nazionale. Le regole? Hai un budget, valuta ufficiale il “baudo”, scegli cinque artisti, nomini un capitano, e poi aspetti che sul palco esploda il delirio: bonus per saluti improbabili, look fuori scala, interazioni folli; malus per ritardi, stonature, inciampi. È un videogame travestito da Festival, un carnevale strategico che si gioca davanti alla TV.
Giacomo Piccinini (nella foto con Peppe Vessicchio), uno dei padri fondatori, lo racconta come se fosse ancora seduto al bancone che non esiste più. «Il momento in cui abbiamo capito che ci era scappato tutto di mano è stato nel 2022». La voce è calma, ma dentro vibra un lampo. «Gli artisti salivano sul palco e dicevano “FantaSanremo” o “Papalina”. Noi l’avevamo pensato come un omaggio alla Gialappa’s e ai The Jackal, una scemenza da bar. E invece boom: mainstream totale».
Da lì, la mutazione genetica. «L’anno dopo dire “FantaSanremo” era un malus». Ride, come se ancora non ci credesse. «Gli artisti salivano sul palco per fare punti. Per fare punti! A quel punto abbiamo capito che non era più un gioco da bar, era un gioco globale».
E globale significa anche litigioso. Perché dietro la leggerezza c’è un regolamento che pesa come un codice civile. «Tutte le regole ci hanno fatto litigare almeno una volta». Poi si accende. «L’ultima? Capire se Laura Pausini fosse conduttrice o co-conduttrice. Cambiava un bonus da cinque punti. Apriti cielo. “È co-conduttrice”. “No, allora anche Conti lo è”. “È fissa? Non è fissa?”. Cagnare epiche. Ma alla fine decidiamo sempre all’unanimità».
E poi c’è la responsabilità. «Alcuni bonus del 2020 li abbiamo tolti». Una pausa. «Il gioco era diventato una vetrina enorme. Non potevamo più permetterci che qualcuno fraintendesse. Dovevamo crescere senza perdere lo spirito».
Spirito che oggi passa anche da un altro profeta del caos: Tony Pitony, l’uomo che nel 2026 ha firmato la sigla più dissacrante della storia del gioco, “Scapezzolate”. Un’esplosione sonora senza geografia né morale, un rituale di libertà assoluta. Piccinini lo racconta con un orgoglio quasi paterno. «Tony è l’essenza del nostro spirito». Insomma: è bar, è provincia, è anarchia creativa, è brainstorming delirante.
E il bar? Quello vero? «Il Papalina non c’è più». Un mezzo sorriso. «Ma noi ragioniamo ancora come se fossimo lì. Tutti hanno diritto di parola, tutti hanno il dovere di dirne una in più. È così che nascono le idee».
E poi ci sono loro, quelli di Appfactory, gli acrobati del codice e del caffè freddo, la squadra che ogni anno rimette in moto la baracca come se dovesse decollare da Cape Canaveral. Gente che smonta e rimonta la piattaforma mentre il mondo urla “non funziona!”, e loro invece sì che funziona, perché ci mettono testa, notti insonni e una quantità di bestemmie affettuose che tengono insieme l’universo. Sono gli ingegneri del delirio, gli artigiani del caos, quelli che trasformano un gioco da bar in una macchina perfetta.
Alla fine, resta un messaggio, semplice e definitivo. «Fanta, giocate responsabilmente». Poi aggiunge: «Siete matti, ed è bellissimo. Ma non assillate gli artisti: scegliete quelli che possono fare show, non convincete chi non vuole. Il gioco è vostro, ma la libertà è loro». Il bar non c’è più. Il mondo sì. E gioca.
Rivoluzione FantaSanremo, se il delirio sale sul palco
Storia del gioco nato in un bar delle Marche e diventato fenomeno mainstream: gli artisti cantano e regalano bonus (o malus)



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