«Sarebbe come usare un bazooka per ammazzare una mosca». Paolo Cortese, dirigente scolastico dell’ITIS Vallauri di Fossano, il preside di una volta, non ha bisogno di scaldarsi: la sua immagine arriva subito, netta, quasi comica nella sproporzione. E da lì parte tutto, perché nella provincia di Cuneo, quando si parla di metal detector a scuola, la sensazione diffusa è proprio questa: un’arma pesante puntata contro un problema che qui non si vede, o che comunque non assomiglia affatto a un’emergenza di ordine pubblico.
Umberto Pelassa, dirigente scolastico provinciale, prima della riforma era il provveditore agli studi, lo dice con la calma di chi conosce il territorio centimetro per centimetro: «L’adozione di misure come il metal detector è una scelta politica. Noi applichiamo le normative, ma nella provincia di Cuneo non abbiamo ricevuto alcuna richiesta dai dirigenti. La scuola è un luogo aperto, basato sulla fiducia reciproca. Serve equilibrio: garantire sicurezza senza trasformare l’ingresso in un posto di controllo. E oggi, nella nostra provincia, non ci sono i presupposti per attivare misure di questo tipo». Pelassa insiste sul fatto che la scuola, prima ancora che un edificio, è un ecosistema: «È fatta di relazioni, di percezioni, di un clima che va preservato. La circolare dei ministri Valditara e Piantedosi richiama prefetti e uffici scolastici a valutare eventuali rischi, ma qui non abbiamo segnali. E se un giorno dovessero emergere, la procedura partirebbe dai dirigenti, non dall’alto. Per ora, la fotografia è chiara: non c’è alcuna richiesta, né alcuna necessità».
Alessandro Parola, dirigente scolastico del liceo Peano Pellico di Cuneo e del Giovenale Ancina di Fossano, la mette giù in modo quasi disarmante: «Quando parla il mio provveditore, per me è come se parlasse Mattarella. Non ho nulla da aggiungere» scherza. Poi però un’opinione la dà, e non è affatto timida: «Ho la fortuna di dirigere due scuole dove, grazie a Dio, questo tipo di problemi non li abbiamo. Non mi sfiora neanche l’idea del metal detector. A Cuneo siamo un’isola felice. Capisco che in altre realtà italiane la scuola sia anche presidio di legalità, e lì forse la misura può avere un senso. Da noi, al momento, no».
Cortese, invece, allarga il discorso e lo porta altrove, lontano dai varchi elettronici e più vicino alle fragilità dei ragazzi: «I ragazzi devono venire a scuola volentieri. Bisogna chiedere loro cosa li appaga, cosa li motiva. Ma stiamo creando una generazione che non sa più reggere le frustrazioni». E parte in una tirata che sembra un monologo teatrale: «Togliamo i voti perché li stressano, togliamo le note perché li stressano, togliamo il corsivo perché li stressa, togliamo i libri perché li stressano. Tutto ciò che mi stressa è negativo in sé. Ma così non si fanno gli anticorpi». Poi affonda: «La vita presenta conti amari. Se nella fase in cui ti formi io ti appiano tutto, tu non impari a gestire lo scarto tra ciò che vorresti e ciò che la realtà ti offre. E quando arriva la frustrazione, diventa dramma». E torna alla sua immagine iniziale: «Prendiamo martelli per ammazzare mosche. E il martello spacca il muro, ma la mosca vola via».
Don Riccardo Frigerio, direttore del CFP dei Salesiani di Bra, è più asciutto, quasi pragmatico: «Da noi non abbiamo mai avuto problemi di questo tipo. Non dico che i ragazzi siano santi, ma episodi gravi non ne abbiamo avuti. Il metal detector? Non ci serve, no. Lo strumento principale è la fiducia. Avere fiducia nei ragazzi ed esigere rispetto delle regole. Se vogliono fregarti, ti fregano comunque. Se invece hai collaborazione, non hai bisogno di strumenti di controllo».
E poi ci sono loro, gli studenti, che vivono la scuola dall’interno, con occhi che vedono cose diverse a seconda dei corridoi che percorrono. Andrea Amato, 18 anni, ultimo anno al classico, rappresentante di Azione Studentesca, sorprende perché non si allinea alla narrazione degli adulti: «Io sarei favorevole. È giusto avere più sicurezza. La scuola è un posto per studiare, non per avere problemi fisici». Ma non fa di tutta l’erba un fascio: «Nel mio istituto non serve. Siamo ragazzi di un altro taglio, viviamo la scuola in modo diverso. Ma in altre scuole sì». Andrea non vuole generalizzare, ma osserva: «Dipende molto dal tipo di istituto. Nei licei è più raro. Nei ragionieri, negli istituti tecnici, negli indirizzi più pratici, gli episodi sono più frequenti. Però secondo me sarebbe giusto metterli ovunque, indipendentemente dall’indirizzo». Insomma come se dipendesse dal tipo di spaccato sociale.
Sara Bertaina, 18 anni, liceo linguistico, attiva nel circolo Arcipelago Arci di Cuneo, è invece l’opposto: emotiva, diretta, quasi ferita dall’idea stessa del metal detector. «Quando ho sentito la notizia mi è venuto il magone». Per lei è una scorciatoia che non risolve nulla: «È una soluzione temporanea, non va al fondo delle problematiche. C’è una mancanza enorme di supporto psicologico per noi giovani. Le violenze non succedono per caso: sono la punta dell’iceberg. E invece di capire cosa c’è sotto, mettiamo una barriera all’ingresso». Poi entra nel concreto: «Chi controlla? Chi paga? Tutti devono svuotare gli zaini? Già ci lamentiamo delle tempistiche, figuriamoci così. E poi la storia ci ha già mostrato dove portano certi sistemi di controllo. Le cose si insinuano piano, e poi te le ritrovi». E conclude con una proposta semplice: «Meglio investire in psicologi, sportelli di ascolto, percorsi educativi. Noi lo sportello ce l’abbiamo, ma servirebbe molto di più». In pratica privilegiare il modo dell’approccio.
Alla fine, il quadro che emerge è decisamente compatto: dirigenti, docenti, studenti (pur con opinioni diverse), raccontano una provincia dove il problema non è l’ordine pubblico, ma il benessere, la fragilità, la capacità di stare al mondo. Qui, più che metal detector, servono anticorpi: relazionali, emotivi, educativi. E forse, come dice Pelassa, la domanda vera non è «se serva un varco elettronico, ma che tipo di scuola vogliamo continuare a essere».
«Metal detector? No grazie» La scuola è spazio di fiducia
Il provveditore Pelassa: «Nella Granda il controllo elettronico non serve. La sicurezza negli istituti nasce da ascolto reciproco e utili relazioni»



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