Ci sono artisti che non hanno bisogno di essere presenti fisicamente per far arrivare la loro musica. Con Raphael Gualazzi succede così: anche al telefono, la sua voce porta con sé un’eco di pianoforte, una vibrazione che sembra anticipare il suono. È come se parlasse già in musica, con quella naturalezza che appartiene solo a chi vive immerso in un mondo sonoro tutto suo. E mentre le colline di Fontanafredda sono attraversate dall’inverno, l’attesa per il suo arrivo alla Fondazione Mirafiore (sabato 21 febbraio, ore 18,30) cresce come una promessa: un incontro che non sarà solo un dialogo, ma un varco nel suo carattere. In Langa, dove il tempo rallenta e l’aria profuma di nebbia, la sua musica sembra già trovare casa, come se quelle colline sapessero riconoscere chi porta con sé un mondo interiore così ricco.
«La mia vita musicale è stata guidata dalla passione» mi racconta. «È lei il mio lightning king. La curiosità, le collaborazioni, le contaminazioni: è lì che continuo a nutrirmi». Gualazzi non si definisce mai solo cantautore. Prima di tutto è un musicista, un artigiano del suono che ha costruito la sua identità mescolando mondi: classica, jazz, funk africano, soul, elettronica. “Dreams”, il suo ultimo album, è un viaggio che attraversa epoche e geografie senza perdere coerenza, come se ogni brano fosse una stanza diversa della stessa casa, ognuna con una luce propria e un diverso modo di respirare.
Gli chiedo come nasca un brano, come decida il “mondo sonoro” in cui farlo abitare. «Non lo decido io» sorride nella voce. «Prima nasce l’ispirazione, che è un luogo senza nome. Poi trova la sua atmosfera». È un’immagine che gli appartiene: la musica come un’entità viva, che chiede di essere ascoltata prima ancora di essere scritta. Parla di “You Are My Africa”, traccia del suo ultimo album, come di un richiamo lontano: «Mi sono tornati alla mente Fela Kuti, l’African Funk degli anni Settanta. Quel brano è nato empatizzando con chi arriva in una terra nuova, tra speranza e paura. Non per paragonare storie diverse, ma per provare a guardare attraverso quegli occhi». È uno dei tratti più riconoscibili di Gualazzi: trasformare un’emozione in un racconto musicale che non spiega, ma fa sentire. Una qualità rara, quasi antica.
Alla Fondazione si parlerà di sogni, e quando gli chiedo quale sia il suo non esita: «Celebrare il mio attimo presente. I sogni ci aiutano a trascendere, ma spesso siamo troppo nel futuro o nel passato. Non ci accorgiamo della preziosità del momento che viviamo». La frase sembra uscita da un suo brano, e in effetti la sua musica ha sempre avuto questa qualità: riportare il mondo a una dimensione più umana, più respirabile. «Ogni nota – aggiunge – è un tentativo di fermare il tempo, anche solo per un istante».
C’è poi un episodio che lo ha toccato profondamente: una scuola della sua infanzia, Gualazzi è marchigiano di Urbino, gli ha dedicato un’aula di musica. «Sono stato onorato. E anche un po’ imbarazzato – confessa –. Ma la cosa più importante non è il mio nome sulla porta: sono i ragazzi. La musica è un’opportunità per esprimersi, per trovare una nuova maniera di stare al mondo». Racconta di quando era timido, di come il pianoforte gli abbia permesso di dire ciò che non riusciva a dire. «Il nostro compito è raccontare ciò che spesso sfugge: le sfumature, le parti invisibili». È un’idea che torna spesso nelle sue parole: la musica come lente d’ingrandimento, come strumento per non perdere ciò che è fragile.
E poi c’è Sanremo, inevitabile per uno che ne ha frequentati, vincendo nel 2011 nella sezione Giovani con “Follia d’Amore”, che gli valse anche il secondo posto all’Eurovision Song Contest a Düsseldorf, in Germania. «Non ho ancora guardato chi sono i partecipanti – ammette –. Ma lo farò. Sono un fan del Festival, per ciò che ha dato alla musica italiana e internazionale». Cita Serena Brancale, «con cui ho collaborato in televisione e vicina anche ai mondi che amo», e Brunori, «che mi piace tantissimo». E quando gli chiedo se quest’anno l’hanno chiamato, risponde con una serenità disarmante: «Ero preso dai live. Ma quando uscirà il nuovo progetto, se ci sarà un brano giusto per un abbraccio sanremese, lo prenderò in considerazione. Se la mia direzione si incrocerà con quella del festival, bene. Altrimenti posso farne anche a meno. La coerenza è la cosa più importante». Occasione rara l’incontro con Gualazzi: sarà come entrare nel laboratorio emotivo di un artista che non smette di cercare, di ascoltare, di trasformare il mondo in suono. E forse, per una sera, anche noi potremo abitare quel luogo senza nome dove nascono le sue canzoni.
Gualazzi a Fontanafredda con la sua musica e i suoi sogni
Sabato in Fondazione Mirafiore arriva un artigiano del suono che mescola mondi: classica, jazz, funk africano, soul ed elettronica. Il suo album “Dreams” è tutto questo



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