Carcere “Montalto” e lavoro: buone prassi per il futuro

Incontro tra istituzioni, operatori, volontari e imprese per costruire un «percorso credibile» trasformando la prigione in luogo di competenze

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Il carcere è un confine duro, ma anche una soglia che può riaprirsi se qualcuno, dentro e fuori, lavora perché accada. Con questa immagine di passaggio – fragile, ma possibile – Alba ha dedicato un incontro alla casa di reclusione “Giuseppe Montalto”, provando a immaginarla come luogo capace di restituire futuro e competenze a chi oggi vive una condizione sospesa.
L’incontro, promosso dall’Assessorato alle Politiche Sociali, dal Garante dei detenuti albese, Emilio De Vitto, e dal Tavolo Carcere, ha riunito istituzioni, operatori, volontari e imprese. De Vitto ha ricordato la lunga chiusura della palazzina centrale e la natura attuale dell’istituto come casa di lavoro: «È una fase delicata, che richiede visione e collaborazione», ha detto, insistendo sulla necessità di un dialogo stabile con il territorio, perché «solo così si costruiscono percorsi credibili».
Su questa linea si è inserita Catia Taraschi, direttrice dell’Ufficio detenuti e trattamento del Piemonte, riportando l’attenzione sui tenimenti agricoli, una rarità nel panorama penitenziario: «Qui il lavoro può diventare davvero un percorso di crescita». I protocolli con Alessandria, i progetti con la Fondazione Industriali, il noccioleto curato con la Scuola Enologica sono esempi di un modello che prova a radicare competenze reali, spendibili anche fuori.
Nicola Pangallo, direttore della struttura, ha aggiunto la prospettiva del quotidiano: «Siamo in transizione, ma continuiamo a garantire attività e presenza sul territorio». Una normalità operativa che richiede equilibrio e capacità di adattamento.
Poi lo sguardo si è allargato. Pietro Buffa, già provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, ha collegato la realtà albese ai processi globali, ricordando come negli anni Novanta entrassero più persone in carcere, ma vi restassero meno. Oggi, ha spiegato, la società tende a espellere chi non rientra nei meccanismi di produzione e consumo. Richiamando Zygmunt Bauman, ha parlato degli “scarti della modernità”: «Chi non trova posto nel mercato del lavoro rischia di diventare un esubero sociale, e spesso finisce qui dentro». Da qui il nodo delle competenze: «Chi acquisisce capacità ha molte più possibilità di non tornare in carcere».
Marco Bertoluzzo, direttore del Consorzio Socio Assistenziale di Alba, ha raccontato il lavoro quotidiano di ascolto, fragilità raccolte una per una: «Non basta fare rete, bisogna fare squadra che nasca dal contatto diretto con le persone, dai loro bisogni, dalle storie che chiedono una seconda possibilità».
Su questa stessa linea si è inserita Alessandra Dogliani, coordinatrice generale della Fondazione Industriali, che ha presentato le iniziative che coinvolgeranno imprenditori locali nella creazione di laboratori di confezionamento e montaggio all’interno dell’istituto, oltre che in attività legate al vigneto in collaborazione con la Scuola Enologica: «Il lavoro è un ponte: vogliamo costruirlo insieme alle imprese del territorio».
Era presente la Garante regionale dei detenuti, Monica Formaiano, nominata dalla Regione nel luglio 2025, che ha richiamato l’attenzione sul quadro generale delle carceri piemontesi.
La consigliera regionale Avs Giulia Marro ha definito «il modello del Tavolo albese un esempio che fa scuola a livello piemontese e che merita di essere emulato». E il sindaco di Alba, Alberto Gatto, ha ricordato «l’importanza del carcere per la comunità, un luogo che non deve essere percepito come altro, ma come parte della nostra identità cittadina».
Per tutti un impegno: trasformare il carcere in luogo di competenze reali, spendibili una volta fuori.