In Italia il viaggio degli abiti usati comincia molto prima di quanto immaginiamo. Il gesto di lasciarli in un cassonetto sembra semplice, quasi rassicurante: un contenitore colorato che promette riuso, riciclo, aiuto a chi ne ha bisogno. Da rifiuto a prodotto (end of waste) la strada è molto lunga. Dietro a quella promessa, però, si muove una filiera che coincide di raro con l’immaginario collettivo. Anche nella Granda, dove emerge un sistema frammentato, dove flussi regolari e zone d’ombra scorrono in parallelo. Una volta svuotati, i cassonetti diventano l’ingresso in un circuito industriale che si muove tra strade, cortili e piazzali privati. Gli abiti sono caricati, accumulati, selezionati, venduti. In questo flusso convivono operatori corretti e realtà che sfruttano le pieghe del sistema, spesso indistinguibili a un primo sguardo. L’obbligo di raccolta separata dei tessili, introdotto nel 2022, non è bastato a mettere ordine: la filiera era fragile allora e lo è ancora di più oggi.
FAST FASHION, SCARSA QUALITÀ
Il motivo principale è la qualità dei capi. «Il fast fashion ha invaso il mercato con indumenti che si deteriorano in tempi rapidissimi – racconta Roberto Cavallo, assessore all’Ambiente del Comune di Alba e tra i massimi esperti di rifiuti nel nostro Paese – colle che cedono, cuciture che si sfaldano, tessuti che non superano due lavaggi. Un tempo bastava sistemare un filo tirato per rimettere in circolazione un maglione; oggi molti capi non superano nemmeno la prima selezione. Per anni il sistema si è retto su una piccola percentuale di abiti di buona qualità, la cosiddetta “crema”, che permetteva di coprire i costi del resto. Oggi quella quota è quasi scomparsa. E le piattaforme online di vendita tra privati hanno sottratto ulteriore valore: i capi migliori non arrivano più nei cassonetti».
In parallelo, esiste un mondo che per decenni ha rappresentato la spina dorsale silenziosa del riuso: cooperative sociali, associazioni di volontariato, enti religiosi come le Caritas diocesane. Realtà che hanno lavorato fianco a fianco con amministrazioni locali e consorzi, garantendo un recupero capillare dei capi migliori e destinandoli a persone in difficoltà. Oggi, però, anche questo universo è in sofferenza. La qualità dei vestiti conferiti è così bassa che il lavoro di selezione produce pochissimo materiale riutilizzabile. Il fast fashion ha eroso non solo il mercato commerciale dell’usato, ma anche quello solidale. È il caso della cooperativa Insieme di Alba, che lavora un volume di materiale tessile pari a tonnellate, o delle Caritas di Saluzzo, Savigliano e Fossano: realtà che con il lavoro delle parrocchie, delle cooperative e del volontariato un tempo riuscivano a rimettere in circolo una quantità significativa di capi e che oggi si trovano a gestire volumi crescenti di materiale inutilizzabile.
«A complicare ancora il quadro – aggiunge Cavallo – c’è l’assenza di un sistema pienamente operativo di responsabilità estesa del produttore. In pratica, chi immette sul mercato un capo non contribuisce ai costi del suo fine vita. Senza questo sostegno, la filiera non riesce più a reggersi da sola. Le soluzioni tecniche esistono: dal riutilizzo del poliestere per imbottiture ai pannelli isolanti ottenuti dai tessuti non tessuti, fino al riciclo chimico delle fibre naturali ma richiedono investimenti e una strategia industriale che oggi manca. Senza una visione chiara, la raccolta differenziata rischia di essere solo un gesto simbolico, mentre i vestiti continuano a viaggiare per il mondo come rifiuti in cerca di destinazione».
LA SITUAZIONE NELLA GRANDA
Nel territorio servito da Str, i comuni di Langa e Roero intorno ad Alba e Bra, il direttore Piero Bertolusso descrive così la situazione: «Il materiale che raccogliamo viene inviato a un impianto di selezione a Verolengo, nel Torinese, che poi lo colloca soprattutto nei mercati del Nord Africa. Come consorzio movimentiamo ogni anno mediamente 600 tonnellate. Ad Alba e Bra i cassonetti sono solo nelle isole ecologiche, mentre negli altri Comuni restano in strada. La selezione è molto spinta e lo scarto è minimo: quasi tutto finisce nel circuito dell’usato. Il vero problema è l’assenza del contributo legato alla responsabilità dei produttori: senza quello, il settore è in forte sofferenza».
Anche Csea, il consorzio per la gestione dei rifiuti di Saluzzo, Savigliano e Fossano, registra un cambiamento netto. Il tecnico Paolo Gaboardi sintetizza così il quadro: «Il mercato degli abiti usati non è più quello di una volta: ciò che prima aveva un valore, oggi è diventato un costo. Nei cassonetti arriva sempre meno materiale riutilizzabile, perché il fast fashion produce capi che durano pochissimo. Al 31 ottobre 2025 abbiamo raccolto poco meno di 250 tonnellate, ma la parte davvero valorizzabile è minima. Il sistema, così com’è, non si sostiene più».
Nel Cuneese sono state raccolte, nel 2025, un po’ meno di 500 tonnellate di abiti usati (50 tonnellate in meno rispetto al 2019). Se ne occupa la ditta Humana, confermata nell’aggiudicazione dell’appalto. Sul territorio di competenza del Cec, Consorzio Ecologico Cuneese, diretto da Simona Testa, ci sono 98 contenitori distribuiti in 54 Comuni. Altri cassonetti gialli sono presenti all’interno delle isole ecologiche. «Confermo che oggi il quantitativo raccolto è molto meno rispetto agli anni passati – spiega la direttrice Testa –. Il motivo? I prodotti fast fashion che, dal punto di vista qualitativo sono meno pregiati e, in pratica, si sfaldano, non sono riutilizzabili. Humana fa la cernita nei magazzini di Torino e del Milanese e poi prendono la strada dei Paesi esteri. Oggi la contrazione del prodotto è alta». I circuiti possono essere diversi: a Cuneo, i vestiti usati si possono donare al Centro Vestiario Caritas o consegnarli a Emmaus Cuneo (che ricicla e rivende in più città della Granda).
Nel Monregalese ci sono due modelli per poter consegnare camicie, giacche, pantaloni, maglie per contribuire al riciclo del rifiuto sperando che poi diventi prodotto. Nei cassonetti, concentrati più che altro nei piccoli centri, preferibilmente in sacchetti per evitare muffe e umidità e poi ci sono i centri di raccolta (15 più Mondovì con l’isola ecologica in corso Trento). In totale, nel 2025, sono stati raccolti 230 tonnellate di prodotto. La San Vincenzo e la Caritas completano il quadro di possibile raccolta. «Alcuni Comuni hanno anche attivato il porta a porta – spiega Sara Cravero, direttore tecnico di Sma, Società monregalese Ambiente –. Il servizio è incluso nell’appalto per la raccolta dei rifiuti urbani. Le cooperative e le imprese che trattano abiti usati sono in grande difficoltà per la bassa qualità del prodotto tessile che arriva da altri Paesi. E poi i container fanno fatica a partire anche per le questioni legate ai dazi. Mi sentirei di dare un consiglio: immettere nei cassonetti capi di buona qualità, a fine corsa magari, ma con tessuti di valore che non si sfaldano con facilità».
Altro discorso meritano i negozi degli abiti usati. Nella Granda non mancano, anche quelli rivolti all’attenzione per i paesi poveri e per le iniziative sociali. Il risultato è un Paese che raccoglie molto, recupera poco e disperde troppo. Una filiera che si regge su equilibri sempre più precari. E una domanda che resta aperta: che fine fanno davvero i nostri vestiti, una volta usciti dal nostro armadio? E mentre la filiera arranca, cresce la consapevolezza che senza un intervento strutturale (normativo, industriale e culturale) il sistema rischia di collassare del tutto, lasciando ai cittadini solo l’illusione di un gesto virtuoso che non trova più riscontro nella realtà.
Gianni Scarpace

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