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«Noi piccole banche, funzionali all’economia del territorio»

Emanuele Regis, direttore generale della Banca Cassa di Risparmio di Savigliano, tra premi e strategie

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Dopo aver ricevuto l’incarico di presidente del Comitato scientifico sezione Economia per il Gran Premio internazionale di Venezia, il banchiere e divulgatore Beppe Ghisolfi aveva preannunciato l’assegnazione di un nuovo premio a un personaggio del mondo finanziario che si fosse distinto per risultati concreti a beneficio del territorio. Così la scelta è caduta su Emanuele Regis, direttore generale della Banca Cassa di Risparmio di Savigliano, premiato con il Leone d’argento. «è un riconoscimento – spiega – del nostro modo di fare banca».

Diverso da quello dei grandi gruppi?
«Non é né migliore né peggiore, ma complementare. Ma un po’ come per la biodiversità, la presenza di grandi alberi e di piccoli arbusti è essenziale perché tutto un ecosistema possa funzionare in modo armonico».

Qual è la peculiarità delle piccole banche?
«Riescono a sostenere famiglie e piccole medie imprese meglio delle grandi banche, focalizzate su una clientela di livello più alto. La nostra attività in genere è lasciata un po’ ai margini, la comunicazione ufficiale parla solo delle grandi banche. È logico: loro hanno i budget per poter investire in comunicazione a livello nazionale, noi lavoriamo sul passaparola e sulla comunicazione locale. Ma non sarebbe neanche nel nostro interesse uscire dal territorio, noi operiamo in provincia di Cuneo e provincia di Torino».

Con un modello sostenibile e proficuo?
«Sì, stiamo crescendo moltissimo e acquisiamo quote di mercato. L’elemento centrale è che portiamo avanti la ragione per la quale le casse di risparmio sono nate nella seconda metà dell’Ottocento».

Ovvero?
«All’epoca non era permesso prestare denaro a pagamento. La Chiesa lo consentiva a condizione che buona parte del ricavato ritornasse sul territorio. Noi siamo una cassa di risparmio controllata da fondazioni bancarie, quindi enti che non hanno scopo di lucro. Una parte dei nostri utili viene dato alle fondazioni che lo riversano sul territorio con progetti finalizzati allo sviluppo sociale. Per la verità, come banca lo facciamo anche direttamente perché abbiamo un fondo che ogni anno eroga centinaia di migliaia di euro per sostenere progetti a valenza sociale».

E ci sono anche i risultati.
«Sì, anche perché il nostro modo di servire la clientela, in particolare le Pmi, è diverso. Non usiamo sistemi di rating, valutiamo le aziende con analisti che vanno sul posto. È un metodo costoso, però fa tutta la differenza del mondo, perché un bilancio di una Pmi lo devi capire, interpretare, se lo butti in un sistema di rating magari non risulta positivo».

Siete parte integrante nello scenario peculiare del Cuneese?
«Assolutamente sì, questa è una provincia ricca, con un modello economico robusto, non dimentichiamoci che ha un tasso di disoccupazione nell’ordine del 3%. Funziona bene perché ha un tessuto di Pmi sano e vivace. I grandi gruppi con piccole realtà avrebbero una marginalità troppo contenuta. I nostri soci, le Fondazioni, ci dicono: “fai pure gli utili, però devi anche sostenere queste aziende”. Se il tessuto imprenditoriale rimane sano e può attingere al credito, contribuisce a rendere tutto il territorio molto più solido».

Così si va avanti tutti iniseme?
«Non c’è solo il risultato economico, esistono anche “esternalità positive”. Cioè la banca condivide con l’imprenditore le proprie competenze per valutare insieme la sostenibilità dei progetti imprenditoriali».

E la prospettiva dell’euro digitale?
«Non ci preoccupa, l’euro digitale è stato pensato dalla Bce per transazioni di importo limitato. L’ammontare massimo sarà tra i cinquecento e i tremila euro. Altrimenti ci sarebbe un fortissimo drenaggio di liquidità, dal sistema bancario alla Bce. E le banche non avrebbero più la raccolta per poter finanziare l’economia reale».

E il tema degli investimenti in bitcoin?
«Non diamo consulenza su quel tipo di strumenti, anche perché ad oggi non hanno un impianto normativo e regolamentare. È un po’ come andare al casinò e comprarsi delle fiches che, fuori, non valgono niente. Se il casinò fallisce mentre tu sei dentro, in mano ti rimangono dei pezzi di plastica».

Intelligenza artificiale e banche: che ne pensa?
«Il nostro obiettivo è che possa fornire un supporto all’operatività dei colleghi in modo che possano focalizzarsi sulla relazione col cliente. Ma mi permetta di farle una considerazione che mi ha suggerito direttamente Gemini: l’Ia non è neutra, le risposte che ti dà risentono dei princìpi e degli input che le sono stati dati dai programmatori. Quindi il problema di fondo non è lo strumento, ma quali sono gli input. Se non sai quale logica segue l’Ia, non capisci se le risposte che ottieni sono intellettualmente oneste».

BaNNER
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