Fornero, Grimaldi, Diana: dentro le pensioni 2026

Con la recente Finanziaria si torna a una cornice più rigida che approfondiamo assieme all’autrice della riforma del 2011 e ai direttori di Inps e Acli Cuneo

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La Finanziaria 2026 riporta le pensioni dentro una cornice più rigida: niente nuovi scivoli, requisiti che salgono e sostenibilità al centro. Elsa Fornero, autrice della riforma del 2011, legge nella manovra la piena riconferma del suo impianto e la fine delle illusioni previdenziali. Eduardo Grimaldi, direttore Inps Cuneo, osserva dati e limiti di un mercato del lavoro fragile. Ottaviano Diana, Acli Cuneo, intercetta cittadini disorientati e carriere precarie. Insieme mostrano cosa significa riformare le pensioni in un’Italia che cambia più delle sue certezze.

Elsa Fornero: «L’inganno non regge più»
«Come diceva Lincoln: si possono ingannare tutti per un po’, alcuni per sempre, ma non tutti per sempre». Con questa frase Elsa Fornero apre la conversazione. Non è un vezzo: è il modo più diretto per dire che, dopo anni di deroghe e scorciatoie, la Finanziaria 2026 ha riportato il sistema pensionistico italiano dentro l’impianto della sua riforma. Non lo rivendica apertamente, ma una certa soddisfazione affiora: non per rivalsa, bensì perché vede riaffermato un principio che ripete da anni, cioè che la previdenza non può basarsi sulle illusioni.
Le chiedo se questo ritorno sia frutto di necessità o di incapacità politica. «Entrambe, ma la forza dei numeri è decisiva. La politica trova sempre scappatoie, ma qui non ce ne sono: per salvare il sistema bisogna lavorare più a lungo, aumentare l’occupazione giovanile e soprattutto quella femminile. Finalmente si capisce che la previdenza regge solo su economia e demografia».
Il nodo demografico, per lei, è il cuore del problema. «Il nostro sistema si basa sul contratto tra generazioni: chi lavora paga le pensioni. Ma i lavoratori diminuiscono e gli anziani aumentano. Servono più occupati, pagati dignitosamente. E invece ci mancheranno milioni di lavoratori. Tutti quelli in età attiva devono poter lavorare, e l’età lavorativa va interpretata in modo più estensivo. Le condizioni di lavoro sono meno gravose di un tempo; dove non lo sono, si fanno eccezioni. Ma il quadro generale è cambiato».
Non è solo una questione di quantità, ma di qualità. «I lavoratori devono essere più produttivi. E questo dipende da istruzione, formazione, investimenti, innovazione. Eppure ricerca e sviluppo restano troppo bassi. Senza crescita, nessun sistema pensionistico è solido».
Arriviamo alle scorciatoie politiche archiviate in silenzio. È stata un’illusione collettiva? «Sì. Abbiamo una politica che distribuisce illusioni facili, scaricando le responsabilità su un capro espiatorio: l’Europa, gli immigrati, a volte io. È cinico e, alla lunga, stupido. E come diceva Lincoln: non si possono ingannare tutti per sempre».

Eduardo Grimaldi direttore iNPS Cuneo:
«Basta Quota 103 e Opzione Donna»
Molti cittadini si chiedono cosa cambi davvero con la nuova finanziaria. Le novità, spiega il direttore Grimaldi, non rivoluzionano il sistema: sono piccoli ritocchi in continuità con gli ultimi anni, che confermano una linea di rigore e una stretta ulteriore sulle uscite anticipate, già poco utilizzate perché penalizzanti e spesso percepite come soluzioni di ripiego. «Nel 2026 i requisiti restano quelli del 2025», mentre
gli adeguamenti alla speranza di vita toccano la pensione di vecchiaia contributiva («71 anni nel 2026, 71 anni e 1 mese nel 2027, 71 anni e 3 mesi nel 2028») e l’anticipata contributiva, che richiederà età e contributi crescenti. «Restano le soglie d’importo, con riduzioni per le donne con figli, ma scompare la possibilità di sommare la rendita della previdenza complementare per raggiungere la soglia». Vengono inoltre cancellate «Quota 103» e «Opzione Donna», utilizzabili solo da chi matura i requisiti entro il 31 dicembre 2025.
«Il cosiddetto Bonus Giorgetti è un incentivo per chi resta al lavoro pur potendo andare in pensione anticipata». Il lavoratore può chiedere in busta paga la quota di contributi a suo carico, esentasse, mentre il datore continua a versare la propria. «Stabilire a chi convenga non è semplice: si tratta di scegliere tra un beneficio immediato e un montante contributivo futuro più basso», un equilibrio che ogni persona valuta in base alla propria storia lavorativa e alle proprie aspettative.
La previdenza complementare assume un ruolo crescente in un sistema pubblico sempre più rigido. «Diventa più appetibile grazie a nuove possibilità: contributo datoriale anche in fondi non negoziali, aumento della deducibilità, maggiore flessibilità nelle modalità di erogazione, regole più definite sugli investimenti». Ma, avverte Grimaldi, «cresce anche la complessità: fondi diversi hanno costi e rendimenti molto differenti, legati alle strategie di investimento». Per questo «serve cautela e soprattutto informazione», in particolare per giovani e lavoratori a metà carriera che devono orientarsi in un panorama sempre più articolato.

Ottaviano Diana, direttore patronato ACLI Cuneo
«ci vuole un sostegno più forte alle famiglie»
La finanziaria 2026 non cambia rotta: conferma l’adeguamento alla speranza di vita, introduce gli aumenti previsti per il 2027 e il 2028 e non apre nuovi canali di uscita. Per Ottaviano Diana, direttore del Patronato Acli di Cuneo, è un segnale chiaro: si protegge la vecchiaia e si restringe tutto il resto. Rimpiange l’Opzione Donna, «uno strumento che aiutava davvero le famiglie», e insiste su ciò che considera decisivo: «Se vogliamo far crescere la società, dobbiamo sostenere la famiglia. È lì che tutto accade». È il punto da cui parte la nostra conversazione: un sistema che si irrigidisce mentre la vita dei lavoratori si fa più fragile.
Diana sintetizza così la legge di bilancio: «Si mantengono i requisiti del 2025 e si va in pensione con le stesse regole». Gli scivoli erano già poco usati: penalizzazioni troppo alte. «Le persone ci chiedono due cose: quando posso andare e quanto prenderò. Ed è la seconda che le terrorizza: nel contributivo lo “scalino” può arrivare al 50%. Se guadagno 1.000 euro, rischio di prenderne 500». Quota 103 «era vista malissimo», Opzione Donna era ormai limitata a pochi casi.
Il vero cambio arriverà nel 2027 con l’aumento dell’aspettativa di vita: «Sarebbero tre mesi, il governo ne applica uno, ma la normativa ne prevede tre. È una deroga politica». Nel pubblico impiego il TFS arriva dopo un anno e tre mesi: «Per chi andrà nel 2027 saranno 15 mesi più i due mesi aggiuntivi».
La complessità del sistema, dice, è ormai ingestibile per i cittadini. «La politica la sottovaluta. L’Inps istruisce le pratiche, tutta la consulenza ricade su di noi. E la frustrazione è enorme». Molti lavoratori non si sentono più in grado di arrivare all’età richiesta. «Anche dove il lavoro è meno pesante, la persona si logora comunque. Le maestre ci dicono: “Ho 60 anni e mi sento già fuori dal giro”». I processi produttivi cambiano, i modelli organizzativi pure. «Parlare di lavori usuranti solo per alcune categorie è riduttivo: ogni mestiere ha una sua forma di usura. Servirebbe una riflessione più ampia, non piccoli escamotage».