Agnese Pini, direttrice: «Onestà ed etica per la verità»

Alla guida di tre quotidiani editi dal gruppo Monrif. Sabato sarà l’ospite della Fondazione Mirafiori di Fontanafredda per raccontare l’attualità

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C’è un momento, mentre parliamo, in cui la sua voce rallenta: torna a quando, quasi adolescente, un album rosso le rivelò che suo padre era stato un prete. Don Pini. Una verità che non spezza, ma apre una crepa da cui entrano domande nuove: capire, nominare, convivere. Da allora quella rivelazione è rimasta come un filo teso nella sua vita, un punto di origine che non smette di interrogare, una presenza discreta che riaffiora nei momenti in cui ci si chiede chi siamo davvero e da dove arriviamo.

Il suo nuovo libro, La verità è un fuoco (Garzanti, 2025), nasce proprio da quell’incipit che resta addosso: «Il giorno in cui ho scoperto che mio padre era un prete avevo tredici anni».
Sabato 14 febbraio, alle 18.30, sarà alla Fondazione Mirafiori di Fontanafredda, a Serralunga d’Alba, per raccontarlo al pubblico, in un incontro che promette di essere un viaggio dentro le parole, dentro le ferite e dentro la possibilità di trasformarle in racconto condiviso. E anche dentro alla verità e al giornalismo.

Nel frattempo, Agnese Pini ha attraversato altre prime volte: dal 2019 direttrice de La Nazione, dal 2022 alla guida di Quotidiano Nazionale, il network che riunisce Il Giorno, Il Resto del Carlino e la stessa Nazione. Una donna alla guida di tre storici quotidiani italiani: un gesto simbolico, culturale, politico, che ha aperto un varco in un mestiere che per decenni ha parlato al maschile e che oggi, anche grazie a lei, sta cambiando pelle.

Qual è stata la scintilla che le ha fatto dire: “Ok, adesso questa storia la racconto davvero”?
«Credo di aver voluto scriverlo da sempre. Servivano tempo, forma e coraggio. Quando ho scoperto la verità su mio padre ho capito che raccontare una storia personale significa fare i conti con una parte di sé. Non è mai semplice, ma a un certo punto diventa inevitabile. È come se la storia bussasse e ti chiedesse di essere finalmente detta».

La racconta come se fosse un caso di cronaca familiare. Il giornalismo ha cambiato il suo sguardo?
«Non è un caso di cronaca. È un libro intimo. La domanda era: quanto la storia dei genitori appartiene a un figlio? E quanto invece non ne abbiamo la legittimità? Ho scelto il mio filtro per rispettare ciò che non era interamente mio. È l’unico modo per non tradire nessuno e per restituire la complessità di ciò che si eredita senza averlo scelto».

Cosa significa dire la verità oggi, tra rumore, tribù, polarizzazioni?
«La verità assoluta non è nelle nostre possibilità. Possiamo garantire l’onestà. Il giornalismo deve essere umile: quando pretende di dire la verità rischia di fare propaganda. Oggi la verità si confonde con l’opinione, e l’opinione prende il posto dei fatti. L’unico antidoto è restare dentro i binari dell’etica e della deontologia che sono più solidi di quanto sembri. E ricordare che la nostra responsabilità è verso i lettori, non verso le nostre certezze».

Che ruolo ha il dubbio nel suo lavoro?
«È l’unica leva dell’onestà. Non si può essere onesti senza dubbi. La democrazia vive di conflitto, non di consenso. I giornali fanno parte di questo ecosistema: non devono rassicurare, devono interrogare. Il conflitto genera dubbio, e il dubbio ci impedisce di trattare le parole come verità assolute. Senza conflitto non ci sarebbero diritti. Il dubbio è ciò che ci tiene vigili, umani, responsabili».

“Direttrice” è un gesto politico. Quando l’ha capito?
«Quando mi nominarono mi chiesero: direttore o direttrice? Ho capito che il nome era un tema enorme. Le prime donne devono creare una genealogia che non esisteva. Siamo nell’epoca delle prime: la prima presidente del Consiglio, la prima leader dell’opposizione, le prime direttrici. Dare un nome femminile a una professione significa far esistere la possibilità che una donna possa farla. È un gesto semplice ma potentissimo, che cambia lo sguardo degli altri e anche il tuo».

Qual è l’ostacolo più invisibile per una donna che entra in redazione e magari punta ai vertici?
«Non la redazione, che è un luogo aperto. La difficoltà nasce quando una donna esercita potere in un sistema ancora maschile nei simboli e nelle abitudini. È una fatica soggettiva: come mi pongo? Devo mascolinizzarmi? Come resto me stessa in un contesto che non è stato costruito per me? Devi inventarti uno spazio senza snaturarti. Ma è anche una possibilità: puoi creare qualcosa che resti tuo. E i modelli contano: da bambina non avrei mai potuto immaginarmi presidente del Consiglio perché non c’era mai stata una donna. Come fai a immaginarti qualcosa che non hai mai visto? Le prime donne devono immaginare per tutte».