Il Roero? È una terra, enoicamente parlando, parecchio vicina alla luna.
No, non è un’iperbole a buon mercato: quanto invece una delle suggestioni legate ad un -positivo- evento andato in scena sabato scorso, al Palarocche di Santo Stefano Roero, dal titolo “Wine in Sansteu”.
E l’accostamento, già dal nome, tra un termine anglofono ed un altro di razza piemontese, la dice lunga su quanto il vino di questi luoghi possa prendere pieghe inaspettate, “mondiali”, quasi fosse una canzone di Peter Gabriel.
Ma andiamo con ordine: la manifestazione era sin dai suoi primi vagiti un vero e proprio “evento”, il segno di un nuovo patto tra l’Enoteca Regionale del Roero ed il Comune sanstefanese, al lungo indomani di vicissitudini che sembrano ormai lontane, passate, default con sfaccettature reciproche in cui il rapporto tra i due enti organizzatori si era, ad un certo punto, interrotto. Dalla crisi alla crasi, tutto sta rinascendo: grazie anche all’apporto dei produttori vinicoli del paese che, forti di una nuova coesione, si sono detti pronti a mettersi in vetrina, e mostrarsi uniti nelle loro specificità.
Non è nemmeno un mistero che qui si stia parlando di vigneron “eroici”: quelli che sanno convivere tra le asperità delle rocche e terreni a loro modo perfetti per rappresentare il vino targato Roero. Ci sono stati (quasi) tutti: a partire da Francesco Rosso, uno che il bene di Santo Stefano ce l’ha nel cuore per mille motivi, attualmente delegato della zona per la Fivi (la Federazione italiana dei vignaioli indipendenti) e primo promotore di questa operazione che ha saputo alternare sì le degustazioni e le occasioni di contatto diretto con i visitatori, ma anche momenti più apertamente conviviali, approfondimenti e arti varie. Non è stato solo, beninteso: per un plotone di produttori capaci di fondere tradizione e piglio d’eccellenza delle nuove generazioni, in una lunga lista in cui sono comparse le aziende Carlo Cauda, Chiesa, Crota ‘d Cichin, Delpero, Gonella, Rabel, Michele Brezzo, i fratelli Stefano e Domenico Sibona, e Silvano Nizza. E’ stato proprio quest’ultimo ad introdurre, nel cerimoniale come al solito ben condotto dal presidente dell’Enoteca Marco Perosino, l’ospite che non ti aspetti: Allison Worden, americana doc, figlia di quell’Alfred Worden che un posto nella storia, lui davvero, se lo è ricavato meritoriamente.
Chi era? Sic et simpliciter, il pilota della missione spaziale Apollo 15, quella che portò sulla luna il primo “Rover”, a tutti gli effetti un fuoristrada capace di muoversi tra le impervie rocce del satellite, per suo spirito così simile ai vignaioli impegnati a crearsi spazi tra i pendii impossibili di queste colline. Worden non scese fisicamente sulla superficie lunare, nell’estate del ’71: gli toccò invece il compito paradossalmente più difficile, ossia quello di guidare il modulo orbitante, gestendolo da solo per sei lunghissimi giorni, e concedendosi pure il lusso di una passeggiata spaziale per recuperare le pellicole fotografiche custodite all’esterno del veicolo di servizio, che ancora ruota intorno alla Terra. Per inciso, lui -venuto a mancare nel marzo del 2020- fu il primo essere umano a “camminare” nello spazio profondo: e anche il primo a “guidare” sulla faccia nascosta della Luna. Questo, in vita, gli valse ben due iscrizioni al Guinness dei Primati.
Allison, tutte queste e altre cose, le ha narrate nel corso della serata: ma non è mancato neppure, con noi, un cenno al suo legame con il Roero. «Sono vissuta con i racconti “extraterrestri” di mio padre, che proprio oggi avrebbe festeggiato il proprio compleanno -ci ha detto la figlia di “Al”- e con il suo rapporto tra due elementi dell’essere umano: il tema della solitudine, e il desiderio di aiutare chi ha giuste ispirazioni. I dati lo certificano: nel corso della sua missione, di tutte le altre spedizioni mai effettuate, fu quello più fisicamente lontano dai compagni, e dovette impegnare il proprio tempo nell’effettuare un’infinità di esperimenti, rilievi, scoperte. Ecco, io credo che spesso i produttori di vino si siano scoperti allo stesso modo “soli” nel loro lavoro: ma ognuno di loro cercando di fare qualcosa di più grande, per gli altri, per il proprio Paese».
Credere, investire, guardare al futuro: se la Worden ha fatto cenno alla missione Artemis che dovrebbe ora portare nuovamente un uomo, e per la prima volta una donna, sulla superficie lunare (manchiamo da lì dal ’72: ci sarà un bel po’ di polvere), non è mancato un riferimento alla borsa di studio “Endeavour” che il padre promosse a livello internazionale, e volta a incoraggiare i giovani a intraprendere carriere come ingegneri ed esploratori. Così come il monito, per tutti, a continuare a credere nei luoghi in cui si vive.
Altri ospiti, toni simili: e sì che in un parterre in cui si sono mossi addetti ai lavori, amanti della buona tavola, produttori di altri paesi sempre pronti al confronto e all’evoluzione reciproca, e anche esponenti di quel sottobosco imprecisato in cui nascono “winebloggers”, “content creators” e, più prosaicamente ma anche più onestamente, semplici bevitori, si è levata una bella voce. Quella di Aldo Batti, che a Santo Stefano ci vive da sempre: e che, con il figlio Francesco e la nuora Marcella impegnati ai banchi di degustazione nel segno della “Crota ‘d Cichin”, di cose che crescono ne sa ben qualcosa.
Il suo intervento, per quanto estemporaneo, è stato più che gradito: anche quando ha dovuto alzare la voce per richiamare attenzione sui suoi racconti fatti di cantine, balere, balli a palchetto visti in tanti anni -compresi quelli di militanza nel gruppo dei “Canterin del Brich”, con l’immortale canzone “Cingol Bel” sulle note di un popolare motivo natalizio- che forse ora sono nascosti alla vista, ma che ora costituiscono l’humus culturale dei nostri paesi. «La mia è la voce di un bisnonno -ha spiegato Aldo, avvolto nel suo tabarro, incalzato da Perosino- ma anche di una persona che sa quanto è importante accogliere con un sorriso, spiegare la propria storia, saper rincorrere un sogno. Il Roero è questo: e non ha niente da invidiare a nessuno». Coscienze targate Sinistra Tanaro.
In definitiva: la rassegna è stata un successo, grazie anche all’apporto dell’associazione Go Wine con in testa l’avvocato Massimo Corrado, e la logistica curata da Mariarosa Negro insieme agli stessi vigneron e all’Amministrazione ospitante, il cui sindaco Giuseppina Facco ha presenziato alla breve “tavola rotonda” prima di cena, tesa ad approfondire gli aspetti legati ai suoli, alla vocazione vitivinicola e alle specificità che caratterizzano quest’area del Roero. Un po’ di tecnica non guasta mai, anche nel cuore di una festa.
Paolo Destefanis

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