Poca strada nei sandali per la “patata bollente dell’anno”

0
0

Ad Alba non ci sono più i Tuber magnatum Picco di un tempo. Malpensanti che non siete altro: per una volta il riferimento non è alla provenienza, ma alla destinazione. Alla destinazione del “Tartufo dell’anno”.
Il premio – l’omaggio di un tartufo bianco a un personaggio pubblico, usato come megafono per far rimbalzare Alba ben oltre i paesaggi vitivinicoli dell’Unesco – negli ultimi tempi sembra essersi trasformato in una patata bollente: quella cosa che scotta e che qualcuno deve pur prendere in mano, magari in fretta, magari con i guanti, purché sparisca dal tavolo prima che perda profumo e inizi a mettere imbarazzo.
L’idea originaria era tutt’altra cosa. Sul finire degli anni Venti Giacomo Morra non inventò un premio: costruì una macchina narrativa. Aveva capito che un tartufo può valere più di un tartufo se lo trasformi in notizia, in desiderio riflesso nel prestigio del premiato.
Per questo, per anni, il “Tartufo dell’anno” ha girato il mondo: Winston Churchill, Marilyn Monroe, John Fitzgerald Kennedy, papi e divi. Alba spediva un fungo ipogeo e si riprendeva indietro una pagina di giornale, un’impennata di reputazione internazionale.
Oggi la sensazione è che il premio non viaggi più, bensì traslochi. E trasloca con “poca strada nei sandali” di chi lo porta, perché va da Alba ad Asti. Fine dell’avventura. Senza nemmeno poterla raccontare come un omaggio alla conclusione dell’Asti-Cuneo: per arrivare fin lì non serviva attendere il completamento di alcuna “grande opera”, quel tratto era percorribile da anni. Il viaggio magnifico diventa la gita di giornata, il mito si riduce a consegna a domicilio, come un pacco di Vinted.
Già, perché nel 2025 tocca a Paolo Conte: il premio gli viene consegnato in privato, per via dell’influenza. Comprensibile, certo. Però perfetto per fotografare il destino amaro del Tartufo dell’anno: dal red carpet al pianerottolo di casa.
Il punto non è prendersela con Conte, ovviamente. La scelta del Maestro è persino sensata, se l’obiettivo è rimettere un po’ di stile dove ultimamente sembrava dominare il “nome solido e via”. Il punto è chiedersi quando il Tuber magnatum Picco abbia cominciato a essere trattato come una patata bollente: qualcosa da assegnare per togliersi il pensiero, invece che un colpo di teatro per far parlare di Alba. Morra lo sapeva: senza visione resta il rito. E un rito, senza visione, non profuma. Scotta e basta.