Piemonte a zero gradi «Non rinuncia, ma alternativa»

Il mercato dei vini dealcolati vale 2,4 miliardi di dollari e punta a 3,3 entro il 2028 (+8% annuo): nel Monferrato l’esperimento di Pietro Botto tra qualità, tecnologia e opportunità di consumo

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Il vino cambia pelle inseguendo un fenomeno che non è più una curiosità di nicchia, ma una traiettoria industriale e culturale: il comparto “NoLo” – No alcohol e Low alcohol, ovvero vini analcolici o a gradazione ridotta – è oggi tra i pochi segmenti davvero in crescita. Secondo l’Osservatorio dell’Unione Italiana Vini (Uiv), il mercato globale vale 2,4 miliardi di dollari ed è destinato a raggiungere i 3,3 miliardi entro il 2028, con un tasso medio annuo dell’8%. E le elaborazioni Uiv su base Nielseniq (circuito retail di Usa, Regno Unito e Germania) confermano l’accelerazione: i vini a zero gradi crescono del 46% in Germania, del 20% nel Regno Unito e del 18% negli Stati Uniti. In questo contesto anche il Piemonte – terra di grandi rossi e di una tradizione identitaria fortissima – inizia a misurarsi con la rivoluzione analcolica. L’idea arriva dal Monferrato e ha il volto di Pietro Botto, giovane imprenditore cresciuto in una famiglia di produttori attiva da oltre cent’anni nel Monferrato Casalese, ma con una formazione orientata alle dinamiche di mercato. Dopo studi in finanza, sta completando un master in Food & Wine Business alla Luiss Business School di Roma. Il suo progetto nasce da una domanda semplice e insieme radicale: è possibile produrre vino senza alcol senza trasformarlo in un prodotto “di compensazione”? «Circa due anni fa sono venuto a conoscenza dei vini dealcolati: prima non ne avevo mai sentito parlare. Mi ha affascinato subito». Da lì parte un percorso di ricerca tra assaggi, tecnologia e numeri: mentre all’estero il segmento corre, in Italia la categoria è ancora giovane e tutta da costruire.

Come nasce l’idea di lavorare sul dealcolato?
«Mi ha affascinato: nel vino innovazioni ce ne sono poche, produrre senza alcol sembrava inconcepibile».

Come avete avviato la produzione?
«In quel periodo ho proposto alla mia famiglia di provare come esperimento, ma poi siamo venuti a conoscenza che le aziende di vino non potevano produrlo all’epoca. Ho scoperto che le aziende alimentari potevano farlo e mi sono affidato a un’azienda del Trentino: avevano brevettato un macchinario a osmosi estremamente innovativo, con risultati veramente buoni».

Da che vino siete partiti?
«Da un Sauvignon Blanc: profumi intensi e grande aiuto sul risultato finale».

Che metodo usate per le bollicine?
«CO2 aggiunta: con la seconda fermentazione l’alcol si ricreerebbe».

Perché posizionamento premium?
«Nei dealcolati è difficile trovare qualità alta. Noi siamo in fascia alta: 21 euro al privato».

Dove cresce la domanda?
«Soprattutto all’estero: Paesi musulmani, Europa del Nord, Corea del Sud. Gli Usa sono enormi, ma oggi più complessi per una startup».

Cosa vedremo in futuro?
«Sui rossi a livello qualitativo non ci siamo ancora. Stiamo sperimentando e spero nei prossimi mesi di uscire con un rosé di Nebbiolo, sempre bollicina».

Nel mercato “NoLo”, dove spesso la sfida è rendere credibile l’esperienza di “bevuta”, iniziative come quella di Winot raccontano un tentativo preciso: portare la serietà del vino dentro lo “zero gradi”. Non per sostituire la tradizione, ma per affiancarla e aprire nuove occasioni di consumo dove l’alcol, semplicemente, non può entrare.

Il Piemonte del vino alle Ogr: 7mila visitatori per Grandi Langhe

Dieci anni possono essere un anniversario, oppure la misura concreta di quanto un evento riesca a diventare sistema. Con la decima edizione, Grandi Langhe e il Piemonte del vino conferma la sua trasformazione da appuntamento per addetti ai lavori a piattaforma strategica di promozione per l’enologia piemontese. Il 26 e 27 gennaio le OGR di Torino si sono convertite in una grande agorà del vino, ospitando una manifestazione rigorosamente professionale e sempre più internazionale: oltre 7mila visitatori, di cui 500 operatori stranieri, più di 300 tra giornalisti, blogger, podcaster e comunicatori. In degustazione 515 cantine e oltre 3mila etichette, con una fotografia completa del Piemonte: Langhe, Roero, Monferrato e denominazioni alpine. Organizzata dal Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani e dal Consorzio Tutela Roero, in collaborazione con Piemonte Land of Wine, la manifestazione ha ribadito il valore del lavoro comune tra consorzi e produttori. «Grandi Langhe è diventata un appuntamento imprescindibile per raccontare il Piemonte del vino nella sua interezza», sottolinea Francesco Monchiero, presidente di Piemonte Land of Wine. «La decima edizione rappresenta un punto di arrivo ma soprattutto di ripartenza». Il cuore dell’evento non è solo la quantità di etichette, ma il racconto corale di un territorio che si presenta unito sui mercati, offrendo ai professionisti una panoramica ampia: dai rossi simbolo delle Langhe ai vini del Roero e del Monferrato, passando per bianchi, spumanti e produzioni più identitarie. Una selezione pensata per buyer, importatori e stampa specializzata, dove la degustazione diventa anche occasione di confronto e aggiornamento. «Grandi Langhe è una vetrina strategica, soprattutto per il dialogo diretto tra produttori e professionisti del settore. Qui si costruiscono relazioni e si racconta il lavoro che c’è dietro ogni bottiglia», evidenzia Sergio Germano, presidente del Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani. A dieci anni dalla prima edizione, la manifestazione conferma così la propria funzione: fare sistema e rafforzare l’identità del vino piemontese in una dimensione sempre più internazionale. Un format che mette al centro l’incontro tra produttori e operatori, rafforzando la competitività del Piemonte del vino sui mercati.