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La vendetta come architettura del tempo

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Ci sono storie che non si muovono per desiderio, ma per necessità; e poi ci sono romanzi che non raccontano semplicemente una storia, ma il tempo necessario perché una ferita diventi desiderio e quindi pensiero, studio, consapevolezza piena e acuta. “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas appartiene a questa seconda categoria: un romanzo che avanza spinto da una forza primaria e implacabile, la vendetta. Non come impulso cieco, ma come progetto, come architettura morale e narrativa. La vendetta, in Dumas, è un motore che organizza il tempo, dilata l’attesa, giustifica la digressione. È per questo che, nonostante l’abbondanza ottocentesca, il romanzo resta un capolavoro di tensione: tutto ciò che sembra eccedere, in realtà prepara.
Edmond Dantès non si vendica subito. Impara. Studia. E grazie allo studio, alla scienza e a un profondo umanesimo diventa altro. Il carcere non lo spezza, lo moltiplica: è un raffinato galantuomo, carico di fascino esotico e cultura orientale, ma anche un conoscitore preciso di chimica, pozioni e, all’occorrenza, di veleni, antidoti e droghe più o meno benefiche. Il Conte di Montecristo, l’abate Busoni, Simbad il marinaio sono maschere necessarie, identità che collaborano come profili diversi di una stessa volontà. Oggi parleremmo di identità fake, di avatar digitali che agiscono nello stesso ecosistema per orientare gli eventi. Dumas, con due secoli di anticipo, aveva già compreso che il potere non risiede nell’essere uno, ma nel saper essere molti, senza mai smarrire il centro: una preparazione solida, profonda, competente.
Sullo sfondo si muove una Francia borghese, ricca e superficiale, governata da un codice valoriale assoluto: l’onore, il nome, la famiglia. Valori per cui si è pronti a perdere tutto, anche la vita, anche quando il cognome da riabilitare è macchiato da colpe indicibili. È una morale tragica, estrema, lontana dalla nostra epoca liquida, dove il disonore si dissolve in fretta e la responsabilità raramente chiede conto, quanto meno a noi stessi.
Da una parte, dunque, un uomo verticale, Edmond, che dall’inferno del carcere riemerge Conte, novello Orfeo, con una fortuna sterminata che gli consente studi, viaggi, cultura e l’accesso a quella borghesia viziata, grassa e orizzontale che lo aveva gettato in fondo a una grotta per invidia e ora attende il proprio destino tra un ballo e l’ennesimo pettegolezzo di corte.
Tuttavia la vendetta, finalmente compiuta, non produce pace ma inquietudine. Edmond Dantès ha sofferto, ma ha anche fatto soffrire. Per questo teme di non meritare la felicità. Attende Maximilien Morrel come si attende una misura ultima, confrontando la propria colpa con la felicità altrui. Solo allora, forse, potrà concedersi l’amore di Haydée e un futuro nuovo.
“Il conte di Montecristo” non è solo il romanzo della vendetta riuscita, ma quello della sua resa dei conti interiore. Un libro che ci ricorda come attendere, più che colpire, sia l’atto decisivo. E che, a volte, la giustizia degli uomini non basta a placare l’inquietudine di chi l’ha esercitata.

Pierluigi Vaccaneo

BaNNER
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