Gioele Dix e la vecchiaia oggi «I patriarchi si arrenderebbero»

In scena a Mondovì il 12 febbraio con “Ai nostri tempi (biblici)”: «Difficile immaginare un Matusalemme che risponde ai messaggi per 900 anni»

0
0

La vecchiaia, nella nostra epoca, è spesso un territorio da evitare. Gioele Dix sceglie invece di entrarci dentro, con passo curioso e sguardo affilato, seguendo le tracce dei patriarchi della Bibbia. “Ai nostri tempi (biblici)”, in scena alle 21 del 12 febbraio al Baretti di Mondovì, è il risultato di questo attraversamento: un racconto che mescola memoria, letteratura e ironia, trasformando la grande età in un luogo di domande più che di risposte. Da questa premessa prende forma la conversazione che segue, in cui Dix affronta il tempo con leggerezza, ma senza sconti.
«È uno dei temi striscianti dello spettacolo. Io parto dalla mia esperienza: non ho una teoria su come si dovrebbe invecchiare. Sui vecchi c’è poco da discutere… si tenta di nascondere la faccenda». Poi si ferma un attimo, come per prendere la mira: «Finché regge l’apparato, va tutto bene. Il difficile è mantenere l’equilibrio: una discreta forma, gli organi che funzionano almeno al 60-70%, e soprattutto la testa, che è quella che fa più paura a tutti».
Il punto di partenza è un ricordo: uno zio morto a 62 anni, considerato “vecchio”. «Mi divertiva l’idea di partire dai patriarchi, soprattutto quelli antidiluviani. Dopo il Diluvio Dio ha ricalcolato un po’ le cose. I grandi della Bibbia vivono comunque oltre i cento anni, ma non fanno più le performance dei loro antenati, che andavano dai 200 ai 900 anni».
Quando si parla di fragilità contemporanea, Dix tira fuori la regista Nora Ephron. «Lei dice una cosa che è un po’ la teoria di fondo: facciamo di tutto per durare il più possibile – e in parte ci riusciamo – ma il corpo non è progettato per reggere così a lungo.La medicina fa miracoli, ma poi arrivi a novant’anni tutto puntellato e bisogna capire se ne vale la pena».
Il suo spettacolo non offre soluzioni, ma un filo da seguire. «Ho messo “biblici” tra parentesi proprio perché uso alcune figure come filo conduttore. Mosè, per esempio: un grande condottiero che però non entra nella Terra Promessa. Non è una punizione crudele: è quasi un atto di benevolenza. Lui era fatto per condurre, non per governare».
Poi arriva il suo “momento biblico”. «Forse il giorno in cui ho capito che ce la stavo facendo davvero. Ho fatto una lunga gavetta: i primi risultati con un pubblico più largo sono arrivati dopo dodici anni. Poi c’è stata una serata al Teatro Sistina di Roma: duemila persone, e io che capivo di riuscire a conquistarle. Quello è stato un passaggio cruciale. Mi viene in mente il sogno di Giacobbe: lotta con l’angelo, ne esce con un osso incrinato, e fa i conti con la sua coscienza. Ecco, quella sensazione lì: un combattimento, una rivelazione, un prima e un dopo».
E se un patriarca vivesse oggi, con ansia, fretta, iperconnessione? Dix non ci gira intorno. «Un disastro annunciato. Oggi siamo più fragili, più esposti. Un patriarca contemporaneo sarebbe sempre in affanno, sempre in ritardo. È difficile immaginare un Matusalemme che vive novecento anni passando la metà della giornata a rispondere ai messaggi».
Sulle bugie dell’invecchiare, distingue senza esitazioni. «La bugia elegante è: “L’età è solo un numero”. Non è vero. La bugia impietosa è: “Io sono ancora quello di una volta”. Non è così. E non è un male. L’ironia è l’unico modo per affrontare certe verità senza farsi travolgere».
Il discorso scivola naturalmente su “Ma per fortuna che c’era Gaber”, il nuovo lavoro con cui Dix tornerà in tournée da febbraio. «Gaber non dava risposte, apriva domande. E poi aveva questa capacità straordinaria di far convivere leggerezza e profondità, comicità e inquietudine. Parlare di cose serie senza diventare seriosi, far ridere mentre si guarda l’abisso: questa è l’eredità gaberiana che porto con me».
Insomma per Gioele bisogna avere sempre «il coraggio di stare nel mezzo, di non semplificare, di non scappare dalle contraddizioni».