Studio dell’Asl Cn1: «Verso una maggiore inclusività dei pazienti»

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“Quante volte ti sei sentita a disagio durante la visita medica, quante volte discriminata? In quanto donna o transgender ha rinunciato ad un esame di screening per la paura di essere giudicata o discriminata? Quali aspetti hanno reso sgradevole l’esperienza con il servizio sanitario nazionale?” Le domande sono state poste ai pazienti dalla ricerca partita da Mondovì e Cuneo e presentata in Germania dalla Società Internazionale per la Medicina di Genere a Magdeburgo. Le conclusioni sono state sorprendenti, alcune positive, altre preoccupanti. Come questa: “Le donne hanno un’esperienza meno soddisfacente con il servizio sanitario rispetto agli uomini perché più frequentemente si sentono incomprese”. Andiamo con ordine. La ricerca dell’Asl Cn1 parte dal concetto di “attenzione alla persona nel percorso di cura” e sulla Medicina di Genere. L’hanno curata Valentina Benedetti, direttore della struttura di Medicina Interna di Mondovì e referente Asl Cn1per la Medicina di Genere, in collaborazione con Elisabetta Solazzi, presidente di Arcigay Grandaqueer di Cuneo, e Federica Gallo, Biostatistica del Dipartimento di Prevenzione As Cn1. Lo scopo della ricerca: rafforzare l’inclusività nell’approccio alle cure e promuovere trattamenti personalizzati. D’altra parte, il Piemonte ha già dato dimostrazione di saper fare ricerca sull’argomento: nel 2023 fu la prima, in Piemonte, a dotarsi di un piano regionale sulla Medicina di Genere, definita dall’OMS come lo «studio dell’influenza delle differenze biologiche (definite dal sesso) e socio-economiche e culturali (definite dal genere) sullo stato di salute e di malattia di ogni persona». Diventa fondamentale un approccio rispettoso delle «differenze» di ciascun essere umano, che derivano con tutta evidenza anche dal sesso e dal genere di ciascuno. Come si è posta la ricerca scientifica dei professionisti cuneesi e che risultati ha fornito? Risponde Valentina Benedetti, che opera nell’ospedale “Montis Regalis” di Mondovì. «La ricerca è stata pensata come apripista – spiega il primario monregalese di Medicina -. Nell’arco di tre mesi abbiamo intervistato, in forma anonima, 170 persone. In un primo tempo ci interessava capire se c’erano differenze significative di trattamento del paziente tra Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e non. Il fatto è che prima di tutto hanno risposto le donne, in una misura pari al 75%. Questo significa che c’è una particolare sensibilità e un’apertura maggiore sull’argomento. Siccome l’argomento era mirato sulla difficoltà all’accesso alle cure scoprendo il livello di inclusività delle nostre strutture, abbiamo capito che le risposte arrivavano soprattutto sul mondo femminile». Che cosa è emerso dal mondo delle donne in cura nell’Asl Cn1? Ancora Benedetti: «Mentre non sono emerse differenze sostanziali nell’esperienza con il sistema sanitario nazionale in relazione né all’orientamento sessuale né all’identità di genere, spiccano, invece, le risposte delle donne. Indipendentemente dall’orientamento sessuale e dall’età hanno esperienze meno soddisfacenti. In quali aspetti? Si sentono meno comprese, hanno la sensazione che i propri bisogni siano ignorati, non si sentono comprese appieno, mentre un’altra quota ha definito l’esperienza prevalentemente dedicata alle persone cisgender, la cui identità di genere corrisponde al sesso assegnato alla nascita. Come si desse per scontato che la persona che ho davanti e che chiede prestazioni sanitarie sia comunque cisgender. A fare questo commento non erano persone con identità diversa dal sesso assegnato alla nascita, quindi è una sensibilità determinata dal fatto di essere di sesso femminile. La spiegazione: le donne hanno meno difficoltà ad ammettere di più la propria condizione sessuale, meno imbarazzo nell’ammettere una fluidità sessuale, una maggiore tranquillità nel prendere in considerazione certe tematiche, meno timore nell’ammettere». Il valore della ricerca, ha, quindi, un carattere sociologico. E poi esiste aspetto pesante dal punto di vista clinico, anche se i numeri della ricerca non sono grandi. «Le persone non cisgender – conclude la dottoressa Bendetti – tendono ad evitare i programmi di screening. Questo ha importanza perché ha impatto in termini di salute. Si sottraggono a strumenti potenti di diagnosi precoce, come per esempio pap test, mammografia e sangue occulto nelle feci».

Personalizzazioni delle cure per i giovani

La personalizzazione delle cure è l’obiettivo di uno studio di ricerca rivolto ai giovani adulti con disturbi mentali e condotto da Paola Isaia e Mara Barcella del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl Cn1. Il progetto è indirizzato alle persone tra i 18 e i 25 anni che accedono per la prima volta ai Servizi di Salute Mentale. La ricerca pone a confronto due contesti territoriali caratterizzati da differenze nell’organizzazione dei servizi: uno, l’ospedale di Savigliano, in cui è presente un programma di intervento precoce per i giovani del territorio, l’altro, l’ospedale di Mondovì, in cui non vi è un programma specifico. Il percorso implementato a Savigliano consiste nell’attivazione di cure individualizzate che includono psicoterapia, interventi educativi, supporto infermieristico alla terapia farmacologica, sostegno ai familiari, gruppi di discussione tra pari.