Ci sono storie che sembrano andare controcorrente e che, invece, basta osservarle dal verso giusto. Sono storie di persone che hanno scelto di vivere nei paesi di montagna e che qui vi raccontiamo, scoprendo che sì, si può fare.
FULVIA GIRARDI, ACCEGLIO
Fa la guida escursionistica, accompagna turisti che arrivano dall’estero e puntualmente legge nei loro occhi la meraviglia: «Sono nata qui, mio marito invece arriva da Borgo San Dalmazzo. Abbiamo quattro bimbi: una ragazzina che fa le medie, ha 13 anni e gli altri invece di 4 anni e mezzo, 2 anni e l’ultimo 6 mesi (foto a destra). Siamo fortunati, il Comune dedica molta attenzione alle famiglie, alle scuole, ci dà un servizio di scuolabus già a partire dalla scuola materna. Le scuole sono a Prazzo, 10 minuti da dove abitiamo. La ragazzina va a Stroppo, sono 20 minuti. Diciamo che il cruccio arriva con le scuole superiori, quando si deve andare a Cuneo. L’ho vissuto già sulla mia pelle, ho viaggiato per tutti i 5 anni delle superiori. È impegnativo, però i bimbi sono felici di vivere a stretto contatto con la natura, i rapporti con i compagni sono sempre buoni, possono giocare e sono molto indipendenti. Insomma, per i bambini è il posto giusto dove vivere rispetto alla città, rispetto anche ai tablet e alle tv. Dico sempre che abbiamo bimbi un po’ allo stato brado.
Quando saranno adolescenti? Noi genitori dovremo fare qualche sacrificio per andare incontro alle loro esigenze. Per il compleanno della figlia 13enne abbiamo invitato i suoi amici qua a casa a dormire. Erano 10 ragazzini. Insomma, non dobbiamo farli sentire come in una riserva indiana. Alla fine è anche un po’ quello il bello, che quando si fa qualcosa lo si assapora, si ha proprio il gusto di farlo. Quando andiamo al cinema, per noi è proprio “wow, che bello”.
Dico sempre che va tutto bene finché si sta bene… L’anno scorso l’abbiamo avuto problemi con il bambino più piccolo, è stato ricoverato al Regina Margherita. Ha avuto “problemoni” e sono dovuti venire con l’elicottero notturno a prenderlo. Però anche in quel caso, tutto sommato, è andata bene.
La spesa? Ci sono negozi sul posto che sono ben forniti. Ovviamente non è che si pensa di comprare lo zucchero tutti i giorni. La spesa la faccio grande, magari ogni due mesi.
Io lavoro soprattutto con gli stranieri, gente che viene da Parigi o da Vienna, da città comunque importanti e caotiche. Quando arrivano restano quasi scioccati. Alle volte, i primi giorni sono agitati, come se mancasse loro la terra sotto i piedi. Verso fine settimana vedo che incominciano finalmente a staccare la spina, a entrare un po’ nel mood della montagna. Sicuramente anche noi qui siamo in frenesia, spesso in movimento. Ma abbiamo comunque una buona qualità della vita. Io sono cresciuta proprio nella frazione dove poi abbiamo costruito casa. Se penso a quando ero bambina la differenza è notevole, era più la gente che andava via che non quella che ritornava. Negli ultimi anni c’è stata una piccola inversione di rotta. Il trend sta cambiando e mi fa molto piacere, ci sono persone che vengono dalle città a vivere qui. Le infrastrutture sono migliorate e ci sentiamo meno lontani dalla realtà che ci circonda».
GIANNI ROSANO, ACCEGLIO
Un “tuttofare” al servizio della comunità: «Mi occupo degli impianti idroelettrici lungo la Valle Maira, facciamo manutenzione elettrica e meccanica. Non siamo tanti, ma ci diamo da fare per dare un senso al vivere qua, nel nostro paese. Siamo un po’ fuori dai centri, qualsiasi cosa è impegnativa. Con i bimbi c’è da spostarsi molto. Per la piscina o per fare la spesa si scende a Roccabruna e a Dronero. E così per le scuole. Però negli ultimi anni, avendo famiglia, ci crediamo tutti. C’è anche qualche coppia nuova che sta arrivando. Con la neve è tutta un’altra cosa. Senza, le attività sono chiuse e il contesto della montagna è meno sostenibile anche per i bambini che vedono sempre le stesse facce.
L’ultimo anno che avevamo potuto aprire le piste nelle vacanze di Natale a Chiappera è stato il 2020, poi ci siamo chiusi per il Covid. Abbiamo sempre riaperto le piste, magari verso febbraio o marzo e siamo riusciti a organizzare gare con lo sci club che parte da Dronero, cerchiamo di dare un servizio con la pista da fondo per evitare che i ragazzi della valle vadano a sciare a Entracque dovendo fare 60 km coi pulmini.
Con il Comune ci impegniamo per un turismo “silenzioso”. La gente sempre di più cerca tranquillità e soprattutto, a livello economico, un’accessibilità diversa, perché si sa che gli sport invernali sono abbastanza onerosi. A Chiappera abbiamo creato percorsi per le ciaspole per garantire un po’ a tutti le attività sul territorio in un contesto che è veramente fantastico, l’anello delle cascate sembra la Finlandia con la neve attaccata agli alberi. Come famiglie siamo anche legati all’agricoltura e al turismo. Ma dipende dalla neve. Ci stiamo adeguando per i contributi della Regione Piemonte ed essere qualificati al 100% come piste. L’innevamento programmato darebbe continuità allo sci club, servirebbe per creare un anellino, un contesto minimo per poter garantire un servizio di valle, ma bisogna capire la sostenibilità».
SILVIO BONO, CORTEMILIA
Dalla Brianza all’Alta Langa, dalla frenetica Milano alla serenità delle colline (foto a sinistra, con famiglia): «Sono responsabile commerciale dell’area del Nord-Ovest per un’azienda di informatica e software. Lavoriamo in tutta Italia, la mia sede è tra Milano e Torino. Ho sempre viaggiato tanto, fino al 2016 ho lavorato nel settore farmaceutico ma non ero mai entrato in contatto con il Piemonte perché la maggiorparte di quelle aziende sono tra Milano, Veneto e centro Italia. Poi ho lavorato per quattro anni per un’azienda di Torino, ho iniziato a vedere la città e anche un po’ l’approccio piemontese, completamente differente da quello lombardo e milanese.
Tutto è nato per caso. Io e mia moglie dovevamo andare ad arrampicare a Bagnasco, perché a me piace la montagna, e siccome pioveva le dissi: “Andiamo a fare un giro per cantine”. Siamo stati a La Morra e Barbaresco e ci siamo detti: “Ma qui è bello”. Un po’ per gioco, abbiamo pensato alla possibilità di trasferirci. Avevamo sempre valutato la Toscana, ma ci avrebbe allontanato troppo dai nostri genitori che per fortuna ci sono ancora. Scoprendo l’Alta Langa, abbiamo visto che oltre alla vite e al nocciolo, c’erano anche tanti boschi e abbiamo iniziato a cercare casa. È stato un salto nel buio, prima avevamo i nonni che ci aiutavano, adesso è tutto basato su di noi. Però non ritorneremmo mai indietro. Anche mia moglie dopo aver fatto per tre anni avanti e indietro, ora lavora per un’azienda di Barbaresco nel mondo del vino ed è estremamente contenta e soddisfatta. Lei stessa mi racconta che c’è un’attenzione umana diversa verso il dipendente.
Notiamo che purtroppo le persone del posto non si rendono conto di quello che hanno. I vicini di casa mi hanno detto: “Ma cosa sei venuto qua a fare che non conosci nessuno?”. Ho risposto innanzitutto perché mi piace il territorio e poi perché non vi rendete conto di quello che avete. A Milano c’è soltanto il cemento. Qui si vive ancora una dimensione umana, di contatto, anche quando vai al bar, in tabaccheria, a fare la spesa e puoi scambiare due parole. A Milano ti fanno il caffè ma sei solo un cliente di passaggio, se ti fermi due minuti in più quasi gli dai fastidio.
D’accordo, per i miei viaggi di lavoro Cortemilia non è comoda per niente, ma è vicina alla Liguria e a Torino, per Milano sono un’ora e 50. La Bassa Lombardia, Pavia, riesco a seguirla bene.
Mia figlia Cecilia all’inizio diceva “no, ma che brutto”, aveva 9-10 anni. Adesso ne ha 12 ed è estremamente integrata, fa la scuola civica, ha l’oratorio il venerdì sera, fa nuoto. Io le dico, ti manca qualcosa? “No, non mi manca niente”, mi risponde. Quando vuole andare a sciare la portiamo a Prato Nevoso. E aggiungo questo: ho parlato col direttore della scuola sci di Prato Nevoso, sono tre anni che andiamo lì, e gli ho fatto i complimenti. Perché? Io arrivo dalla Valchiavenna, a Madesimo pagavamo per la bambina molto di più all’anno e senza la tuta da sci. E le lezioni erano sabato e domenica, ma per quattro ore. A Prato Nevoso fai sei ore, paghi molto meno e hai inclusa anche la tuta.
L’unica cosa che mi sento di dire potrebbe essere sulle strutture di checkup medico, di supporto al paziente: se hai delle difficoltà, devi avere per forza la macchina. I supermercati? Non mi mancano, la spesa la posso fare anche qui e se ho la necessità, vado ad Alba oppure a Cairo. E a Santo Stefano Belbo a mangiare una pizza, ma anche a Cortemilia, te la cavi con poco. I colleghi mi dicono: “Eh, sei fortunato”, però è stata una scelta anche faticosa. La scuola? Cortemilia si dà da fare, il servizio del pulmino è fantastico, vengono a prendere il bambino e te lo riportano a casa. E noi abitiamo su una collina, fuori dal paese.
Poi ecco, non c’entra nulla, ma penso alla tragedia di Crans Montana. Una delle vittime si chiamava Chiara Costanzo e suo papà lavora in un’azienda farmaceutica. Lo conosco bene, Andrea, e infatti quando è successo ci siamo scritti. Ovviamente mia figlia vedeva che ero scosso e le ho raccontato il sentimento che questo papà aveva per la figlia. Un giorno tornando da scuola mi ha detto, “sai, con il professore di religione abbiamo parlato di Chiara”. Mi ha fatto piacere che un insegnate riprendesse un tema di attualità e cercasse di raccontare ai ragazzi la situazione, parlandone anche con mia figlia. Ho detto: vedi Cecilia, è importante che si parli di queste cose. A Milano sarebbe ci sarebbe stato meno approfondimento. Qui le classi sono due, i sono professori amano stare in questo territorio e cercano di valorizzare i ragazzi per quello che sono.
Gli spostamenti? Mia moglie prima faceva 20 chilometri per andare in azienda e ci metteva tra un’ora e un’ora e venti. Io per fare 17 chilometri, più o meno la stessa cosa. E sempre in colonna. Oggi lei va a Barbaresco, fa 27 chilometri e in 30 minuti arriva. Fidatevi che, partendo da Monza per attraversare Milano, arrivi al lavoro che sei già “incarognito”. E hai ancora lo stress di trovare parcheggio. Ora abbiamo più tempo per fare anche attività fisica. Io cerco di andare a nuotare due volte alla settimana, mia moglie fa ginnastica al centro polifunzionale. Prima eravamo sempre di corsa. In estate, quando torno alla sera alle 7 da Torino, ho ancora 2 ore dalla per fare qualcosa in giardino. Mi rilasso, mi fa stare bene.
Quando porto fuori a cena degli amici che mi vengono a trovare, mi dicono: “Ma qui è tutta un’altra cosa, questo è cibo, questa è vita”. Forse dobbiamo smetterla di standardizzarci, di mangiare un hamburger a 20 euro a Milano che poi sa di cartone. Chi viene qui si stupisce del sapore della carne. Chiudo con una cosa che per me è la forse la più bella in assoluto: i figli degli amici che son venuti qui, chiedono sempre ai genitori di ritornare il prima possibile. Sono stati a giocare con mia figlia, con il cane, con il gatto, nel prato a correre, a sporcarsi le mani. E chiedono ai genitori: “Ma quand’è che torniamo da Silvio in Piemonte?”. Questo è il messaggio più forte in assoluto. Ci sono quattro famiglie che ormai ciclicamente vengono a casa nostra due volte all’anno. Mi dicono: “Così i bambini stanno all’aria aperta e si sfogano”. Vorrà pur dire qualcosa…».
MARCO DI LEO, MONTALDO MONDOVI
Qui c’è da rescindere il legame con la Svizzera per realizzare un sogno: «Siamo arrivati perché volevamo una casa che fosse lontana dalle pressioni della città, in mezzo alla natura, dove far crescere i bimbi. No, non avevamo legami con il territorio, perché io sono di Torino e mia moglie Candice è italo-francese (foto sopra). Prima abitavamo in Svizzera, nel cantone francese di Friburgo. Io lavoro ancora là, siamo frontalieri. Mia moglie è a casa con i bimbi, lei è infermiera di professione. Io invece sono aiuto infermiere, un Oss. Vado e vengo, dipende delle esigenze. Ma in prospettiva abbiamo un sogno, il progetto un centro di salute naturale, con rimedi naturali, un centro benessere. Abbiamo cercato una casa grande in modo da poter anche ospitare qualche paziente che magari vorrà venire per seguire un programma, che so, di recupero dallo stress. Da luglio siamo a Montaldo, abbiamo fronteggiato tante problematiche per la ristrutturazione della casa. Però adesso va molto meglio. Ci piace tanto il sole che splende, c’è un microclima ideale. Ai bambini piace la casa perché è molto spaziosa. Rispetto alla Svizzera, ci sentiamo più tranquilli e rilassati. Mio figlio di 8 anni, Jonathan, è l’unico che va a scuola, seconda elementare. Le altre due bimbe, Alicia di cinque anni e Ainara che ne ha poco più di due, sono ancora con noi. Scendiamo ogni tanto a Mondovì per la spesa un po’ più grande, va bene così perché quando sei in una città e ci sono negozi dappertutto, vuoi entrare, prendere. Invece così pensi di più alle cose genuine, come tagliare la legna per la caldaia. La Svizzera è un Paese dove si controlla ogni cosa, i sistemi di lavoro sono stressanti. Qui ci sentiamo più sereni. A livello anche di vita sociale, ci troviamo molto meglio, in Svizzera la gente ovviamente è più riservata, freddina. Io sono stato pure in Germania e, con mia moglie, in Argentina. Anche lì la gente è aperta, ma c’erano altre problematiche. I bambini ora sono contenti, l’unica cosa è che vorrebbero è che io stessi sempre qui. Lo voglio anche io, è una cosa momentanea. Sappiamo che negli ultimi anni il paese si stava spopolando, bisognerebbe fare qualcosa per ravvivare un po’ tutta la zona. Magari il centro salute che vogliamo realizzare sarà una piccola scintilla che farà riaccendere il paese, lo speriamo tanto».
Noah, nato a Chiappera,
un bel segnale per il futuro
La nascita del piccolo Noah è stata come un segnale. «Lo zio è dell’88 ed era l’ultimo nato in una borgata. Dopo 37 anni, a Chiappera, è nato Noah. La famiglia, originaria di Chiappera, è ritornata a vivere lì». Il sindaco di Acceglio, Giovanni Caranzano, racconta una piccola ma significativa storia del piccolo Comune all’imbocco della Valle Maira, i cui numeri rivelano una storia meno scontata di quanto si potrebbe immaginare. La popolazione registra una piccola crescita, i bambini e i ragazzi fino ai 14 anni sono oggi 17, nella fascia 15–29 anni se ne contano 27. Il tema non è tanto crescere, quanto non svuotarsi. A pesare è anche il ritorno di giovani famiglie. «Arrivano prevalentemente dal Piemonte – racconta Caranzano – spesso sono ragazzi cresciuti qui che hanno formato una famiglia con persone di fuori e hanno deciso di tornare». Secondo il sindaco, la scelta di restare nasce da un mix di opportunità e identità. «Qui i giovani riescono a costruirsi uno spazio: agricoltura, turismo, trasformazione dei prodotti. Le difficoltà ci sono, ma molti stanno bene con se stessi e con il territorio». Il Comune prova a sostenere questa tendenza con misure concrete, soprattutto sui servizi scolastici e sui trasporti, gratuiti o fortemente agevolati. Ad esempio con i trasporti: è gratuito il pullmino che accompagna i bimbi alle scuole di Prazzo e Stroppo, c’è poi un rimborso per chi alle superiori va a Cuneo in pullman.
Cortemilia, la qualità della vita che i numeri non sanno evidenziare
Il 2025 non ha dato segnali di inversione di tendenza demografica per Cortemilia, Comune dell’Alta Langa celebre per la Tonda Gentile e la sagra della nocciola, ma resta una piazza sociale e culturale vitale nonostante la perdita di residenti nell’ultimo biennio. Ci sono però storie in controtendenza significative, come quella che raccontiamo in queste pagine.
Secondo i dati ufficiali al 1° gennaio 2025 il paese contava 2.109 abitanti, con un calo di circa 40 unità rispetto al 2024 e una tendenza al ribasso confermata dalla serie storica degli ultimi anni.
Lungo l’arco degli ultimi vent’anni la popolazione di Cortemilia mostra una discesa graduale: negli anni Duemila superava le 2.500 unità, mentre negli ultimi anni si è attestata progressivamente attorno a circa 2.100–2.200 residenti, con un saldo naturale che resta in diminuzione e un saldo migratorio che prova talvolta a compensare il trend negativo.
In un contesto in cui molti borghi vivono un lento spopolamento, Cortemilia continua ad affidarsi a politiche di sostegno alla residenza e alla permanenza. «Affrontiamo la sfida con concretezza – aggiunge il sindaco – puntando su servizi, sostegno alle imprese locali e qualità della vita. Per esempio con i trasporti per le scuole. La nostra priorità resta quella di mantenere una comunità viva e sostenibile nel lungo periodo». La qualità della vita, invece, non è descritta dai numeri ma è il primo punto.
Segno più tra i residenti,
Montaldo Mondovì cresce
A Montaldo Mondovì il 2025 si è chiuso con un segno più che, per un Comune di piccole dimensioni, ha un peso maggiore dei numeri assoluti. I residenti passano da 541 a 560, con un incremento di 19 unità che fotografa una crescita moderata ma significativa nel quadro demografico del Monregalese.
All’inizio dell’anno gli abitanti erano 275 maschi e 266 femmine; a dicembre si contano 284 uomini e 276 donne. Il bilancio naturale resta contenuto: quattro nascite e due decessi. A fare la differenza sono invece i movimenti migratori, con le iscrizioni anagrafiche che superano le cancellazioni di 17 unità. È qui che si concentra la spinta principale alla crescita, distribuita in modo equilibrato tra componente maschile e femminile.
Non si tratta di un boom, ma di un segnale incoraggiante per il sindaco Giovanni Balbo e per un contesto nel quale anche una crescita graduale indica che il paese continua a essere attrattivo. Un dato confermato dall’aumento delle famiglie, che salgono da 293 a 299. La composizione sociale racconta anche una presenza straniera ormai strutturata. I cittadini di nazionalità romena sono 28, seguiti da albanesi (5) e ucraini (3), oltre a presenze più limitate di altre provenienze europee e sudamericane. Numeri che, restituiscono l’immagine di un Comune che cresce grazie a scelte di vita precise nel segno di una comunità che diventa più solida, anno dopo anno.

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