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La riforma delle Diocesi cuneesi combatte la crisi delle vocazioni

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Qualcuno la chiama “rivoluzione”, altri “accorpamento” o “trasformazione”. Di certo c’è che per la prima volta le Diocesi della “Granda” cambiano fisionomia e subiscono un mutamento epocale. La ragione? Mancano i sacerdoti, da tempo si assiste alla crisi delle vocazioni e le chiese si spopolano di fedeli. Così come nella sanità c’è carenza di medici ed infermieri, per curare lo spirito dei fedeli non sono più sufficienti gli abiti talari negli “ospedali della fede”, rappresentate da cattedrali, chiese di campagne e pievi sperdute. A livello nazionale, dal 1° marzo 2020 al 1° marzo 2021 sono 269 i sacerdoti morti a causa del Covid-19, così il contagio ha quasi azzerato il pur modesto ricambio garantito dalle nuove ordinazioni. Nel 2020 sono mancati, complessivamente 956 preti. Nel 2020 c’erano 31.000 sacerdoti, erano 38.209 negli Anni Novanta, in Piemonte ci sono 46 preti ogni 100mila abitanti. Così si accorpa, si “taglia”, i sacerdoti (che invecchiano) si sobbarcano chilometri di territorio, mentre i fedeli cercano le chiese in cui frequentare messe e funzioni. Il cambiamento è già in atto dal 1° gennaio 2026 mentre altri passi del percorso di riforma si stanno concretizzando in questi giorni. Sul nostro territorio ci sono due grandi diocesi, la Cuneo – Fossano (eretta da papa Francesco nel 2023) e la Diocesi di Mondovì, oltre a quella di Saluzzo, di Alba, che coprono aree significative del territorio cuneese, pur estendendosi anche oltre. L’Unità Pastorale di Bra dipende, invece, dalla Diocesi di Torino. La più importante, quella del capoluogo cuneese, insieme al territorio degli Acaja, ha avviato la riforma con il Decreto generale del 5 giugno 2024. A guidare nella sua conoscenza c’è un testo importante che ha studiato “l’architrave giuridico ed amministrativo” dei cambiamenti. L’ha scritto don Elio Dotto, cancelliere vescovile, e s’intitola “Semplificare e alleggerire”. Ad oggi quello di Cuneo – Fossano è l’unico caso di diocesi italiane pienamente unite dopo gli accorpamenti del 1986, che nell’ambito delle costituzioni del Sinodo diocesano 2021-2022, preliminare alla piena unione, ha avviato anche un processo di riforma strutturale delle parrocchie con l’intento di semplificarle ed alleggerirne la cura pastorale nell’arco di un quadriennio. Nel 2026 il numero delle parrocchie scenderà progressivamente da 102 fino a 82 per arrivare a 36. « Il primo obiettivo di questo percorso – spiega don Elio – consiste nel dare forma giuridica alle unità pastorali che negli anni scorsi sono state costituite, per cui le 115 parrocchie della diocesi sono affidate a soli 36 parroci: di conseguenza, si prevede la progressiva erezione di 36 nuove parrocchie che incorporano le vecchie, portando la media degli abitanti per parrocchia da 1.400 a 4.400, 13.000 nella parrocchia più grande e 1.200 in quella più piccola, per una diocesi che conta complessivamente 158.000 abitanti. Più in prospettiva vengono progettate altre unità pastorali, con l’intenzione di portare il numero finale delle parrocchie a 30, in relazione a un presbiterio nel quale i sacerdoti con meno di 75 anni oggi sono 62 e tra un decennio saranno 40».

GLI ACCORPAMENTI
Sono state erette le nuove parrocchie di Santa Maria Madre della Chiesa in Demonte e di San Pier Giorgio Frassati in Gaiola. Le 4 vecchie parrocchie del Comune di Demonte sono state estinte, incorporate nella nuova Parrocchia Santa Maria Madre della Chiesa in Demonte e nel Santuario Diocesano Sant’Anna di Vinadio. Analogamente le 5 vecchie parrocchie dei Comuni di Gaiola, Moiola, Rittana, Roccasparvera e Valloriate sono state estinte, incorporate nella nuova Parrocchia San Pier Giorgio Frassati in Gaiola e nel Santuario Diocesano Sant’Anna di Vinadio. Inoltre prendono corpo le nuove parrocchie di Santa Maria della Valle in Valgrana e di San Carlo Acutis in Villafalletto. E le 9 vecchie parrocchie dei comuni di Valgrana, Castelmagno, Montemale di Cuneo, Monterosso Grana e Pradleves sono state estinte, così come le 3 vecchie parrocchie dei comuni di Villafalletto e Vottignasco con la parrocchia di Tetti Roccia di Savigliano. Infine, in uguale data, le parrocchie delle frazioni Boschetti e Tagliata di Fossano sono state incorporate nella Parrocchia Spirito Santo di Fossano. «Vuol dire – spiega don Elio – la costituzione di un unico Consiglio per gli affari economici, accanto al Consiglio pastorale già unitario, aumenta la collaborazione nella custodia dei comuni beni ecclesiastici. Nello stesso tempo, semplificazione non significa centralizzazione o livellamento: accanto alla chiesa parrocchiale madre possono rimanere sul territorio altre chiese parrocchiali in modo da costruire un equilibrio tra celebrazioni unitarie nella chiesa madre, come la veglia pasquale e i sacramenti dell’iniziazione cristiana, e celebrazioni particolari nelle altre chiese, come le esequie o le feste locali. Accanto alla semplificazione, il secondo obiettivo del percorso di riforma delle parrocchie della Diocesi di Cuneo-Fossano, per certi versi più importante, è l’alleggerimento della loro cura pastorale, liberandole dalla necessità di conservare l’esistente, oltre il limite delle unità pastorali in cui gli oneri amministrativi delle singole parrocchie si sommano e gravano sul parroco diventato unico amministratore».
A Mondovì il vescovo Egidio Miragoli tiene meritoriamente il conteggio dei sacerdoti creando statistiche e proiezioni. «La nostra situazione – commenta – dice che il presbiterio diocesano è composto di 84 sacerdoti a fronte di una popolazione di circa 125.000 fedeli. Sono tanti gli altri fattori in gioco che permettono di fare considerazioni e programmi più appropriati, come l’età media del clero, l’estensione della diocesi, il numero e la consistenza delle parrocchia e, soprattutto, le nuove vocazioni». Ecco il problema principale: i seminari hanno tutti chiuso i battenti nella “Granda”: ci sono stati 3 seminaristi cuneesi nei 6 anni del corso che oggi è solo più a Torino (frequentato da 20 persone). Ha chiuso a settembre, a Fossano, per esiguità dei corsisti, lo storico seminario interdiocesano. Uno degli ultimi giovani seminaristi è stato Nicolò Bellino, classe 1999, ordinato diacono l’8 dicembre scorso, in cattedrale a Mondovì Piazza. Originario di Villanova Mondovì, oggi è impegnato pastoralmente a Dogliani. Insomma la conclamata situazione di sofferenza ecclesiale, generata dalla sproporzione fra l’esuberanza di strutture e l’assottigliamento del numero di fedeli e presbiteri, pone domande. Che cosa ha fatto allontanare dai seminari? Come si torna a popolare le chiese? Da dove deriva la crisi delle vocazioni?
Le comunità se lo domandano, importante che gli stessi interrogativi se li ponga la stessa istituzione – chiesa con senso critico e con coraggio.

Egidio Miragoli
VESCOVO DI Mondovì

Monsignor Egidio Miragoli è vescovo della Diocesi di Mondovì dal 29 settembre 2017, quando è stato nominato da Papa Francesco, subentrando a monsignor Luciano Pacomio. Riveste cariche importanti, assegnate dal Vaticano. «Quando si affrontano processi di riforma – dice – bisogna evitare di pensare che i cambiamenti siano il compimento della storia, come se noi fossimo il punto di arrivo. Dietro di noi c’è un passato che non dobbiamo dimenticare e davanti a noi un futuro che non possiamo controllare né, soprattutto, pregiudicare, ed è proprio questo che fonda la responsabilità del presente. Ogni buona riforma non è mai una sistemazione definitiva, ma una consegna: preparare le condizioni perché altri, dopo di noi, possano ascoltare ed interpretare l’azione dello Spirito nel loro tempo. Nella Diocesi di Mondovì, per quanto riguarda le parrocchie, pur di fronte a un calo numerico dei preti, abbiamo optato per un criterio di prudenza con interventi mirati, “chirurgici”, senza voler stravolgere gli enti parrocchiali attualmente presenti. Si è scelto di cominciare con gradualità a unificare le Parrocchie dentro uno stesso paese e affidate, già da tempo, allo stesso prete, facendo per lo più maturare la richiesta “dal basso”. Vogliamo evitare di mettere al centro solo gli aspetti organizzativi, economici e gestionali. Non siamo un’azienda. La Chiesa non è solo una rete di strutture ma una trama di comunità: ciascuna con una storia, delle relazioni, dei cammini diversi e modalità proprie di vivere la fede. La vitalità cristiana di una realtà non coincide necessariamente con il numero di presenze o la sostenibilità economica, e nemmeno con parametri di efficienza. Vi sono comunità piccole ma vivaci, altre numerose ma anche fragili; tutte meritano ascolto e cura. Assumere il numero dei preti come criterio determinante per discernere la continuità o la soppressione di una o più parrocchie porta, inevitabilmente, ad un esito clericale, come se le comunità esistessero solo in funzione del ministro ordinato, dimenticando la lezione del Concilio Vaticano II. In realtà è la comunità che genera fede cristiana e il presbitero si inserisce in essa come servitore, non come fondamento o come condizione. Del resto, è la stessa Santa Sede che, giustamente, ci chiede prudenza e chiede di fare scelte condivise dentro la Conferenza Episcopale».
(g. sca.)

Marco Brunetti
VESCOVO DI ALBA

«Abbiamo ancora 126 parrocchie, le piccole, molte, soprattutto in Alta Langa. Dal 2000, con il Sinodo diocesano di mons. Sebastiano Dho, è iniziata la riorganizzazione attraverso le unità pastorali, oggi 28, ciascuna con 4-5 parrocchie, mediamente circa 5.000 abitanti e un solo parroco, una situazione che nei prossimi anni dovrebbe stabilizzarsi in tal senso. Nel frattempo oggi abbiamo eccezioni come Cortemilia, con 9 parrocchie e 4.000 anime. Un aiuto arriva dai sacerdoti ultraottantenni ancora attivi, mentre la mancanza di seminaristi resta la criticità più grave».
La diocesi sta investendo molto sul ruolo dei laici: «Non più semplici collaboratori – continua – ma corresponsabili, capaci di condividere decisioni e responsabilità con il parroco. L’unità pastorale deve diventare una “comunità di comunità”, con maggiore centralizzazione».
Il tema più sensibile resta la celebrazione eucaristica: «La gente teme di perdere la Messa nella propria parrocchia. Per ora si cerca di garantirla ovunque, ma con il limite di due Messe domenicali, massimo tre. Per il futuro si valutano due strade: centralizzare la Messa nella chiesa più grande oppure far ruotare il parroco. In alcuni casi si può proporre la liturgia della Parola, senza però confonderla con la Messa né renderla permanente, perché l’Eucaristia resta centrale».
Si ipotizza di non celebrare più la messa domenicale nelle case di riposo: «Potrà essere proposta in settimana, mentre la domenica si svolgerà una liturgia della Parola guidata da un diacono». Si sta inoltre rivedendo l’assetto giuridico e amministrativo delle parrocchie: «Un parroco con cinque comunità gestisce cinque bilanci e cinque serie di adempimenti. Razionalizzare non significa chiudere, ma semplificare: un unico consiglio pastorale e un’amministrazione centralizzata. Inoltre molte parrocchie sono ormai poco più che cappelle. Non è più sostenibile averne quattro in un solo piccolo comune. Questi criteri stanno finalmente entrando nella mentalità di tutti». (l. cab.)

Alessandro Giraudo
VESCOVO AUSILIARE DI TORINO

«L’Arcidiocesi di Torino – spiega monsignor Alessandro Giraudo, vescovo ausiliare – sta conducendo da tempo attraverso gli organismi di partecipazione, e specificamente il Consiglio Presbiterale, il Consiglio Pastorale interdiocesano e i moderatori delle Unità Pastorali, una riflessione sui criteri che potrebbero portare alla riorganizzazione delle parrocchie anche nei comuni del cuneese».
In grandi centri come Bra e Savigliano il cambiamento è già in atto: «Le parrocchie – aggiunge – sono già state affidate a un solo parroco e questo sta permettendo di accorpare alcune attività, di ripensare le celebrazioni delle Messe festive e la possibilità di valorizzare alcuni dei santuari, di evidenziare attività e servizi specifici nell’una o nell’altra comunità rispettando le specificità e valorizzando le diverse strutture. Il parroco è unico, ma non è solo, perché è sempre affiancato da altri sacerdoti, diaconi permanenti, religiosi, e può contare sulla collaborazione di laici che assumono ruoli di responsabilità».
«So che il volto della Chiesa di domani, meno legata alla presenza di preti che fanno tutto, può suscitare qualche preoccupazione – continua monsignor Giraudo – ma credo che si stiano aprendo anche opportunità molto belle, affidate proprio alla valorizzazione della corresponsabilità dei laici e delle famiglie, che vivono la fede e la testimoniano innanzi tutto nella vita quotidiana e nei luoghi di lavoro e di impegno professionale, e poi anche in parrocchia. In tal senso, sono stati attivati percorsi diocesani di formazione per i laici a cui saranno affidati i ministeri istituti di catechisti, lettori, e accoliti, e accanto a loro per i responsabili dell’azione caritativa e sociale, e, in un prossimo futuro, per le equipe laicali per le parrocchie ove il parroco non può più risiedere».
«Allo stesso modo – conclude – si tratta di valorizzare le piccole comunità parrocchiali che ancora manifestano una significativa vitalità, perché il criterio della riorganizzazione non sia solo quello demografico ma la ricerca di una presenza della Chiesa capace di annunciare e vivere il Vangelo». (l. cab.)

Cristiano Bodo
VESCOVO DI SALUZZO

«In tutte le diocesi della provincia di Cuneo sono in corso processi di riorganizzazione. Anche noi abbiamo introdotto le Fraternità Pastorali, riducendo le vicarie da dieci a quattro: la diminuzione dei sacerdoti rendeva difficile progettare e dialogare in gruppi troppo piccoli. Una fraternità più ampia permette confronto e frutti pastorali più ricchi». Monsignor Cristiano Bodo, vescovo di Saluzzo ci illustra i passi intrapresi per la riorganizzazione delle sue parrocchie: «I criteri adottati riguardano la collaborazione tra parroci (fraternità sacerdotali) e il cammino condiviso delle comunità (fraternità pastorali). Ogni fraternità ha caratteristiche proprie: in Val Maira, ad esempio, d’inverno operano un sacerdote, un confratello anziano, un diacono e una suora; d’estate la popolazione raddoppia, e per questo coinvolgiamo sacerdoti stranieri che studiano a Roma».
La progettazione si fonda su due colonne: fraternità pastorali per le comunità e vicarie per i sacerdoti, in sintonia con la lettera pastorale dei prossimi tre anni e con il Sinodo, con particolare attenzione alla famiglia.
«Chiediamo ai laici – aggiunge – di riscoprire la loro vocazione battesimale: attraverso il parroco vengono individuati volontari disponibili a tre anni di servizio. Alcuni saranno delegati per la Liturgia della Parola, formati secondo il diritto canonico, soprattutto nelle parrocchie senza presbitero residente. Altri garantiranno l’apertura delle chiese, perché siano sempre accessibili: la liturgia domenicale della Parola permette un momento di preghiera stabile, soprattutto per anziani e persone con difficoltà di spostamento».
La ragione di questa scelta? «La chiesa aperta è un segno di vita – risponde – come ogni luogo sociale che chiude impoverisce un paese, così una chiesa chiusa spegne una comunità. I delegati collaborano anche nell’oratorio, nella catechesi e nella gestione degli spazi, Accanto a loro operano i coordinatori della catechesi, ponte tra diocesi e parrocchie, e i coordinatori degli oratori. Le nostre priorità restano giovani e famiglie: oggi serve un’attenzione specifica per entrambi». (l. cab.)

Piero Delbosco
VESCOVO DI CUNEO-FOSSANO

«Tutto è partito, per noi, dal Sinodo delle Diocesi di Cuneo e Fossano durato dal 2020 al 2022, in pieno periodo Covid: alla conclusione del periodo sinodale, con cinque assemblee, l’attenzione è caduta sul nuovo annuncio del Vangelo e sulla revisione delle parrocchie». Monsignor Piero Delbosco è l’attuale vescovo della Diocesi di Cuneo–Fossano unificata nel 2023. In precedenza, per 11 anni, è stato “aequo principaliter” della funzione episcopale per le due stesse diocesi quando ancora erano separate. «Occorre fare i conti con la realtà dei sacerdoti e con il fatto che il cristianesimo oggi è una minoranza, a livello di partecipazione, concetto ben diverso dal numero dei battezzati. Abbiamo proceduto ad una riflessione molto ampia». La riorganizzazione della Diocesi passa attraverso criteri precisi che il vescovo Delbosco spiega così: «È importante che si creino vere collettività, che non ci sia troppa dispersione, anche per venire incontro alle esigenze dei sacerdoti. Non si parla di una diocesi che assorbe l’altra, ma della creazione di una comunità nella comunità. Un esempio: le 9 parrocchie della Valgrana diventano una sola e delle 40 chiese, ne abbiamo lasciate 8 per il culto, le altre sono beni culturali che richiedono tutela, non un bisogno pastorale». Secondo Delbosco occorreranno 5 anni per completare la riforma e per creare i passaggi alle nuove parrocchie. «Senza obbligare alcun sacerdote – aggiunge il vescovo -. Se ci sono resistenze, aspettiamo». I quatto santuari diocesiani (Sant’Anna di Vinadio, San Magno in Castelmagno, Cussanio in Fossano e Fontanelle in Boves) assorbiranno le proprietà immobiliari delle parrocchie. Come si tiene tutto assieme? «Ci sono nove zone, io cerco di essere un po’ con tutti – risponde il vescovo di Cuneo–Fossano – . La cosa non mi preoccupa». Forse perché l’allenamento per i grandi numeri arriva da lontano. Delbosco è stato per 10 anni vice parroco nel Torinese, altri 10 anni parroco a Beinasco, 8 anni ad Alpiganno, 4 anni come pro vicario della diocesi di Torino (circa 2 milioni di abitanti), 2 anni nei santuari diocesani, 1 anno parroco a Poirino.

(g. sca.)

BaNNER
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