Per capire come una norma del 1934 sia riuscita a bloccare per decenni lo sviluppo di interi paesi, bisogna partire da un dato semplice: in molte zone del Piemonte, soprattutto in montagna, il cimitero non è un luogo isolato ai margini dell’abitato, ma un pezzo del tessuto urbano. Una presenza fisica e simbolica che, con l’introduzione nel 2002 del vincolo dei 200 metri, è diventata un ostacolo rigido, spesso insormontabile. Case, fienili, lotti di completamento, persino aree già urbanizzate sono finite dentro un perimetro di inedificabilità che non teneva conto della geografia reale.
La questione è rimasta sospesa per anni, tra ricorsi, interpretazioni divergenti e piani regolatori riscritti più volte. Finché, nel 2025, la Regione Piemonte decide di affrontarla frontalmente. La proposta di legge approvata dal Consiglio regionale non nasce da un tavolo tecnico, ma da una lunga sequenza di segnalazioni raccolte dall’Assessore all’Urbanistica Marco Gallo: sindaci che non riescono a chiudere una variante, tecnici che non sanno più come interpretare la norma, cittadini che vedono sfumare interventi di recupero già finanziati.
Il testo regionale arriva a Roma e diventa un emendamento alla Legge di Bilancio, firmato dal senatore Giorgio Bergesio. La modifica è chirurgica: resta il divieto assoluto entro 50 metri dal cimitero, ma oltre quella soglia i Comuni possono valutare caso per caso, con il parere dell’ASL. Una flessibilità minima, ma sufficiente a scardinare l’automatismo dei 200 metri.
Dietro questa operazione c’è anche il lavoro silenzioso delle professioni tecniche. Geometri, architetti, ingegneri che da anni documentano gli effetti distorsivi della norma. «Il problema non era teorico, era quotidiano – spiega Carlo Cane, presidente del Collegio dei Geometri di Cuneo – cimiteri separati dall’abitato da una strada provinciale, da un dislivello, da un muro di contenimento: situazioni in cui il limite dei 200 metri non aveva alcuna giustificazione tecnica». Le categorie professionali hanno portato dossier, mappe, casi concreti. E la politica, questa volta, ha ascoltato.
Ma la riforma non chiude la partita. Anzi, apre una fase nuova, fatta di interpretazioni e di attese. L’urbanista Giorgio Scazzino, che conosce bene i piani regolatori della Granda avendone progettati molti, invita alla prudenza: «Molti Comuni ci stanno già chiamando convinti che il problema sia risolto. Non è così. La norma nazionale va letta insieme alla legislazione urbanistica regionale, e servono criteri applicativi chiari. Senza linee guida, il rischio è passare da un automatismo all’altro».
Il punto critico è proprio questo: la legge nazionale introduce una possibilità, non un diritto. Ogni intervento dovrà essere motivato, discusso, valutato. E non è detto che tutte le richieste trovino spazio. Inoltre alcune associazioni ambientaliste hanno già sollevato dubbi sulla compatibilità tra nuove edificazioni e tutela del decoro e della salubrità dei luoghi di sepoltura. Un fronte che potrebbe riaprirsi nei prossimi mesi.
Resta il fatto che, per la prima volta dopo anni, i Comuni non sono più costretti a trattare il cimitero come un confine invalicabile. La riforma non promette miracoli, ma restituisce margini di manovra. E soprattutto riporta la discussione sul terreno che le è più congeniale: quello della realtà, dei casi concreti, delle differenze tra un paese di fondovalle e un borgo arroccato a mille metri.
In un Paese dove le norme urbanistiche spesso ignorano la geografia, questa piccola modifica potrebbe segnare un cambio di metodo più che di risultato. Un ritorno all’idea che il territorio non si governa con le distanze fisse, ma con l’osservazione attenta dei luoghi.
Dal Piemonte al Parlamento Cambia il vincolo cimiteriale
La modifica ai 200 metri è il risultato di una lunga serie di segnalazioni arrivate sul tavolo dell’assessore Marco Gallo da sindaci tecnici

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