Trentini, Burlò e la libertà ritrovata

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Quattrocentoventitrè giorni in carcere in Venezuela. Un’ingiustizia e un incubo infiniti. Alberto Trentini, cooperante veneto, era stato fermato a un posto di blocco e rinchiuso in cella senza nessuna accusa, le autorità sorde a ogni appello, diplomatico, popolare o politico. L’hanno lasciato andare soltanto quando è caduto il regime di Maduro, liberato con centinaia d’altri detenuti stranieri: tra questi Mario Burlò, imprenditore torinese con cui aveva condiviso la prigionia. Nessuna violenza fisica, ma condizioni disumante, terrore, ansia legata alle minacce di tortura: nessuna privacy, luci sempre accese, scarafaggi, l’obbligo di immobilità come sofferenza e umiliazione. Alberto non ha mai fatto male a nessuno, semmai del bene, e voleva farlo anche a Caracas: dopo la laurea in storia nella sua Venezia e la specializzazione in assistenza umanitaria a Liverpool, aveva preso un master in sanificazione dell’acqua a Leeds e operato in Perù, Ecuador, Paraguay, Bosnia, Etiopia, Nepal, Grecia e Libano, fino all’ultimo incarico in Venezuela con la Ong francese Humanity and Inclusion, premio Nobel per la pace 1997, specializzata nell’assistenza di persone con disabilità.
S’è trovato d’improvviso all’inferno, vittima di una dittatura, pochi contatti con il mondo e una solitudine infinita, una bibbia in spagnolo come unica lettura e le partite a scacchi con pezzettini di carta igienica per non impazzire d’oblio, la normalità perduta e cercata in piccole cose, tipo la richiesta alla mamma di fare la revisione all’utilitaria nella prima telefonata concessa, dopo mesi. Burlò era arrivato seguendo rotte diverse, non anelito umanitario ma vocazione imprenditoriale, voleva valutare settori in cui investire ed è stato a sua volta risucchiato dal buio, sospettato di terrorismo, «io – sospira – che mai ho fatto politica, nemmeno in Italia». Secondo gli analisti, Maduro ha tramato dei sequestri come ritorsione contro il mancato riconoscimento del suo regime da parte dell’Italia, al contrario considerata vicina agli oppositori. Dicono addirittura che a ottobre abbia personalmente annullato la liberazione, ritenuta imminente, di Trentini pretendendo dal governo italiano le distanze da Trump che aveva appena iniziato ad attaccarlo. C’è chi applaude la liberazione senza più voltarsi indietro, chi scava nel ritardo cercando responsabilità, chi festeggia un incubo finito e chi rimugina sul perché non è finito prima. Non ci addentriamo, noi vogliamo soffermarci sugli abbracci: mamma Armanda che stringe Alberto, i figli Gianna e Corrado che s’avvinghiano a papà Mario all’aeroporto. Conta che siano tornati, e conta non dimenticare gli altri stranieri ancora prigionieri in Venezuela: 42 sono italiani con doppio passaporto e 24 di loro detenuti politici, rinchiusi solo per aver espresso opinioni contrarie al governo.