«Svevo aveva capito quanto siamo fragili»

Alessandro Haber porta “La coscienza di Zeno” sul palco del Toselli di Cuneo il 30 gennaio: «Quel monologo mi ha rapito e commosso»

0
0

La sua voce arriva dal telefono, ma nella mia mente non c’è nessun telefono. C’è un uomo in penombra, seduto su una sedia di legno, una mano che disegna nell’aria una sigaretta immaginaria, un respiro che sembra già parte dello spettacolo. Con Alessandro Haber succede sempre così: basta sentirlo parlare e la realtà cambia luce. Io sono in una stanza qualunque, lui è già sul palco, come se “La coscienza di Zeno”, la pièce di Italo Svevo prodotta dallo Stabile del Friuli Venezia Giulia con la regia di Paolo Valerio, al Toselli di Cuneo il 30 gennaio, fosse già cominciata. Lo vedo muoversi mentre risponde, vedo il suo Zeno che gli cresce addosso parola dopo parola, come se la scena fosse un’estensione naturale della sua voce. E allora questa non è più un’intervista: è un dialogo sospeso tra vita e teatro, tra ciò che accade e ciò che immaginiamo, tra la sua voce reale e quella che vibra nella mia testa.

Zeno parla di una catastrofe finale causata dalla guerra…
«Quel monologo mi ha rapito. Mi ha commosso. È un testo che guarda l’uomo dentro, senza sconti. Le catastrofi non sono metafore: sono qui, adesso. Guerre, distruzioni, vite spezzate. Quando lo dico in scena sento un silenzio diverso, un ascolto che è riconoscimento. Svevo aveva visto tutto con una lucidità feroce».

Oggi la catastrofe non è più un’ipotesi. È già iniziata.
«Sì. Noi ci distraiamo, ma a due passi da noi accadono cose inaccettabili. Bambini che cercano un pezzo di pane, case cancellate, città ridotte in polvere. E la vita umana trattata come niente. È barbaro. Eppure la vita è bella. Va ringraziata. L’altro giorno ho detto a un amico: “Ringraziamo la vita che ci ha dato questo tempo, e pure la nostra passione”. Perché è la passione che ti salva».

Svevo immaginava un’umanità che si autodistruggeva per eccesso di intelligenza. Oggi sembra il contrario: ci autodistruggiamo per mancanza di pensiero.
«Svevo fa di Zeno un uomo comune, pieno di difetti, e proprio per questo vero. Uno che mente e sa di mentire. Si crede speciale e non lo è. È uno che la sfanga sempre, come Mr. Magoo. E l’uomo di oggi si riconosce in lui. Siamo fragili, pieni di ego e poveri di profondità. Zeno è lo specchio: ci rimanda la nostra immagine senza filtri».

Il ritratto dell’ego contemporaneo: smisurato e fragile…
«Certo. Guardi come corteggia le tre sorelle: in dieci minuti chiede la mano a tutte. Non è amore, è possesso, gioco, vanità. Eppure funziona. E noi siamo così: pieni di difetti, pieni di scuse. Quando lo interpreto, ci metto tutto me stesso. Non sono un attore trasformista: scavo. Nell’imperfezione trovo la perfezione».

Lo spettacolo sta avendo un grande successo. Che cosa succede quando sale sul palco?
«Succede che vivo. Che dimentico tutto. Le magagne della vita, l’età, la stampella. Lì sopra sono reale. E c’è un gruppo di attori straordinari. È il terzo anno che lo facciamo e ogni sera è diversa. Il pubblico in piedi… è una carezza che non ti abitui mai a ricevere».

E fuori dal palco?
«Fuori dal palco sono uno che aspetta. Leggo il giornale, telefono alla mia compagna, faccio quello che fanno tutti. Ma non mi lamento. Ho avuto tanto. E devo proteggere il talento che qualcuno mi ha regalato. Il pubblico che ti abbraccia, che ti chiama… è un privilegio. Io abbraccio loro».

Se Zeno vedesse il mondo di oggi, cosa direbbe?
«Direbbe “Te l’avevo detto”, con quella sua ironia storta. E poi continuerebbe a cincischiare con la vita, come sempre».

E la musica? Dov’è finito il cantante?
«La musica non l’ho mai lasciata. Ogni tanto faccio reading con Bukowski, canto qualche pezzo, porto in giro quelle dieci canzoni che mi appartengono. Ho un rammarico: avrei voluto giocarci di più. Perché la musica è un’altra forma di verità. È un linguaggio che non ha bisogno di traduzioni. Ti avvolge. Ti abbraccia. Mi piacerebbe fare ancora qualche concerto, prima di lasciare questa vita. Perché la musica, se potesse, salverebbe il mondo. Si fa per dire… ma un po’ è vero».

La chiamata si chiude con un ciao breve, quasi distratto, come se avesse già un piede sul palco del Toselli. Il telefono torna silenzioso, ma la sua voce no. Resta nella stanza, sospesa, come un riflesso che non vuole svanire. Nella mia mente lui è ancora lì: seduto su quella sedia di legno, una luce di taglio che gli disegna il profilo, il corpo un po’ stanco e insieme indomabile, la mano che continua a muoversi nell’aria come se stesse ancora parlando.

Il teatro è vuoto, ma sembra respirare. Sul palco c’è solo lui, o forse il suo Zeno, o forse quella linea sottile che li unisce. Una figura che non ha bisogno di muoversi per riempire lo spazio. E capisco che la conversazione non è davvero finita: continuerà nella voce che porterà in scena, nei silenzi che il pubblico ascolterà, nelle parole che Svevo gli mette in bocca e che lui restituisce come se fossero state scritte oggi.

La luce si abbassa lentamente. Lui resta lì, immobile, come un pensiero che non vuole andarsene. E io resto ad ascoltare quel silenzio pieno, sapendo che quando il sipario si aprirà, quella stessa voce tornerà a vibrare, a ferire, a consolare.
Come se la telefonata non fosse mai finita davvero.