Addio al dott. Diego Rosso: “Continua a vivere nei tanti gesti buoni che ha fatto”

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO il ricordo di Alberto Burzio (Barba Bertu), di Frassino

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Egregio direttore,

sono tante le persone che piangono lacrime sincere per il medico urologo Diego Rosso di Sanfrè, mancato a 51 anni improvvisamente. Diego ha sempre messo i malati gli altri al primo posto, nella sua vita.

Ha ragione don Gino Chiesa, prete operaio di Alba, nel dire che “Diego non è morto. Perchè continua a vivere nei tanti gesti buoni che ha fatto!”.

Volentieri le mando l’intervista che racconta la storia della sua vita.

Alberto Burzio (Barba Bertu), Frassino

DIEGO ROSSO

«Non esistono cure senza cuore»

Diego Rosso è nato il 31 luglio 1974 a Savigliano e abita a Sanfrè: «Mio papà Michelangelo è dipendente alla Valgrana di Scarnafigi e

mia mamma Maria Consolata è casalinga. Le nostre origini sono contadine di Cavallermaggiore e Monasterolo di Savigliano. Da piccolo non mancavano costruzioni, macchinine e altro, mi piaceva giocare con tutto, ma la passione erano la bici da cross e il pallone. Ho dei bei ricordi di quando andavo in cascina dai nonni: una vita legata alle stagioni e ai lavori dei campi».

Le scuole?

«Ho fatto le Elementari e la prima Media a Racconigi e successivamente ho terminato le medie a Cavallermaggiore. Mi sono diplomato geometra in collegio dai Salesiani a Lombriasco: siamo partiti in 33 e in quinta, nel 1993, eravamo ancora in 16. Ho molti bei ricordi e ho conosciuto dei grandi salesiani, è lì che ho maturato l’idea di fare il medico. Mi sono laureato a Torino nel 1999, poi mi sono specializzato in Urologia finendo la specializzazione a Savigliano. Dopo ho conseguito due master di secondo livello. I libri ho iniziato ad amarli durante le superiori e ancora adesso cerco di leggere quotidianamente».

Cosa sognava di fare da bambino?

«L’archeologo!. Durante le estati delle superiori, andavo a lavorare nella raccolta della frutta. Poi sono sempre stato (durante una parte dell’estate) da mio papà, che ai tempi aveva una impresa artigiana. Durante il corso di laurea ho frequentato, quindi sono stato allievo prelevatore all’Avis di Torino e poi, con la laurea, medico prelevatore. Ottenuta l’abilitazione, ho lavorato come guardia medica a Vinovo, poi a Savigliano-Racconigi e a Venasca e ho anche fatto la guardia medica in casa di reclusione e in una clinica. Ho vinto il primo incarico da urologo nel 2007 ad Alba».

Una sua giornata-tipo in Ospedale?

«Dal 2007 sono urologo a Savigliano. Il mattino arrivo per le 7 poi, dopo avere appreso le condizioni dei pazienti ricoverati e scambiato le consegne con i colleghi, se è giorno di seduta operatoria (o sala endoscopica o ambulatorio) proseguo sino alle 14. Dopo il pranzo: ambulatorio pomeridiano specialistico o copertura del pronto soccorso o programmazione sino alle 16 e dopo, quando si è di turno, inizia la reperibilità».

La fatica più grande?

«Ricordarmi che non esistono cure senza cuore».

La soddisfazione più grande?

«Un anno fa sono stato ammalato e operato per la rottura di un aneurisma cerebrale e sono felice di essere tornato a lavorare senza prescrizioni. Ringrazio tutte le persone e i colleghi di Savigliano che mi hanno aiutato, la neurochirurgia di Cuneo e il dottor Venturi».

Siamo in presenza di una sanità a misura del malato?

«Penso di sì, nonostante le difficoltà create dalla pandemia, vedo infermieri, oss, tecnici e medici lavorare con amore per i malati».

Cosa è importante per lei?

«L’amore per il prossimo come è descritto nell’inno all’amore di San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi».

La sua famiglia?

«Sono sposato con Erica Giona dal 2001, mia moglie è un medico geriatra direttore sanitario ed è una mamma eccezionale. Abbiamo due figli splendidi: Miriam di 19 anni e Andrea di 15, entrambi vivono l’esperienza impegnata nel movimento giovanile salesiano».

Come mai accompagna i malati ai pellegrinaggi?

«A 16 anni (prima per curiosità e poi perché non sono più riuscito a smettere) ho iniziato ad accompagnare i malati a Lourdes con l’Oftal di Bra-Lombriasco. In tale contesto mi sono avvicinato alla medicina e ho conosciuto la donna che sarebbe diventata mia moglie e insieme abbiamo portato anche i nostri figli già da molto piccoli. Tutti e quattro ogni anno ad agosto andiamo in pellegrinaggio. Nell’associazione ho conosciuto tante persone che si impegnano ad accompagnare malati, pellegrini e anziani accudendoli con vero amore. Ogni volta nascono delle vere amicizie e molti continuano durante l’anno a ritrovarsi. In quel periodo si ha la sensazione di “ricaricare le batterie”.

Mi ha sempre colpito l’insegnamento di un barelliere esperto che alla mia domanda del perché tornava ogni anno in pellegrinaggio mi diceva che in ogni persona cercava il volto del Signore e che il pellegrinaggio iniziava quando tornavamo a casa nella vita quotidiana».

Il mondo di oggi?

«Difficile e “liquido”, ma c’è la possibilità di migliorarlo. Io credo in Dio e sento la sua presenza tutti i giorni nelle persone che incontro. So che Lui è misericordioso, pronto sempre a sostenere tutti!».

L’intervista è del gennaio 2023

ed è tratta dal libro di Alberto Burzio

“Che meraviglia!” (Velar)