Il rogo di Capodanno e il bisogno di giustizia

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La festa precipitata all’inferno ha bruciato corpi, sogni, futuro. Quaranta morti, quasi tutti adolescenti, feriti martoriati da ustioni e da incubi. Un dolore devastante dinanzi a bare bianche, occhi senza più lacrime, silenzi imposti dallo choc e urla dettate dallo strazio. Sono tutti nostri figli, fratelli, nipoti: salutati con un bacio nella notte di Capodanno e ritrovati dentro obitori gelidi o letti tristi d’ospedale, nel mezzo spesso l’angoscia del non sapere, la speranza appesa a due elenchi, vittime non identificate e dispersi.
Non c’è pace davanti alle immagini d’un rogo che ruba giovani vite, a sorrisi avvolti dal fuoco assassino dentro un locale di tendenza che si trasforma in trappola. La maggior parte, povere creature, ritrovate irriconoscibili ai piedi di una scala: troppo angusta, e troppa gente sotto, per condurre alla salvezza, le altre vie di fuga sbarrate, il personale inesperto. No, non è stata fatalità. Non è stata imprudenza. Quelle candele scintillanti portate a sfiorare il soffitto sono state una leggerezza gravissima, ma nulla sarebbe accaduto se i pannelli fossero stati a norma. Non erano ignifughi, hanno preso e propagato fuoco, lo hanno svelato le prime immagini diffuse, le ultime girate prima dell’inferno, smartphone sollevati anziché intervenire o scappare, perché i ragazzini, ci spiegano i sociologi, vogliono ormai ritrarre e testimoniare fino a oscurare l’istinto di sopravvivenza, o forse perché a quindici, sedici anni non pensi mai che la morte possa lambirti: sei invincibile, hai tutto davanti, sei padrone del mondo, spensierato, felice.
Nemmeno la musica s’è fermata subito, ma c’è chi sostiene che il dj non abbia in realtà sottovalutato il pericolo, l’abbia semmai compreso ubbidendo, lui sì, al richiamo della salvezza. Quando i ragazzini hanno capito davvero era tardi, i materiali ardevano facile e la scala ristretta nel tempo per guadagnare spazio non bastava, l’aria era irrespirabile e la calca tumultuosa, e il fumo impediva la vista, e il fuoco strappava i vestiti e azzannava la pelle. Quelli riusciti a sfuggire all’inferno erano statue di paura e sofferenza, maschere annerite e terrorizzate, e chi ha potuto ha soccorso chi stava peggio, chi crollava guadagnata l’aria o gridava contorcendosi nel dolore. E come sempre il destino ha ricamato, ha rimandato dentro per generosità chi si era salvato e non è riuscito a farlo una seconda volta, ha separato amici che cercavano insieme l’uscita, inghiottito vite diverse seminando un solo, immenso dolore. Quanta comprensione, quanto pianto, quanto vuoto nell’abbraccio di genitori che mai s’erano visti e aspettavano, separati in un aeroporto, il ritorno dei loro bambini scomparsi. Sì, bambini, ché a quindici anni si è tali. E tragicamente, i ragazzini di Crans Montana, così resteranno per sempre: non indosseranno toghe universitarie o abiti nuziali, non vedranno rughe sul viso e fili grigi nei capelli, non culleranno pargoli né sogni, non avranno come cantava Baglioni “parole nuove da cercare quando viene sera e cento ponti da passare e far suonare la ringhiera”.
Vogliamo però che una cosa abbiano: giustizia. Non li riporterà in vita, ma darà serenità al loro riposo. Le falle nella sicurezza sono emerse, evidenti e assurde. Errori e omissioni inchiodano chi ha oltraggiato le regole, chi non ha controllato, chi ha ignorato il pericolo. Chi ha trasformato Capodanno in un rogo maledetto che ha spezzato, distrutto, segnato vite per sempre.