«Scrivo per un’infinità di motivi», diceva Fenoglio. Io uno l’ho trovato di recente, durante una serata di orientamento scolastico: quella liturgia moderna in cui i figli cercano una scuola e i genitori cercano qualche certezza in più. Nell’aula magna, un professore di italiano, latino e greco è salito in cattedra e ha recitato un monologo talmente sarcastico da far invidia a un attore consumato: per dieci minuti ha spiegato quanto siano superflue la scrittura, le lingue e perfino la capacità di capire un testo. «State sereni», ripeteva, «i vostri ragazzi non scriveranno mai una e-mail, non redigeranno mai una relazione, non dovranno mai spiegare il loro lavoro a qualcuno». Una provocazione calibrata, pronunciata con l’intenzione evidente di sostenere l’esatto opposto.
Il punto è che l’ironia, come il greco antico insegnerebbe, non è sempre immediata. Viene proprio da lì, dal greco eironéia, che significa “dissimulazione”, “finzione”: dire una cosa per farne comprendere un’altra. Non è un meccanismo naturale per tutti, soprattutto quando si è immersi nelle ansie scolastiche dei propri figli. In platea molti ascoltavano con attenzione genuina, cercando di capire dove volesse andare a parare quel ragionamento così controcorrente. Qualcuno annuiva più per cortesia che per convinzione, impegnato com’era a non perdere il filo. È stato in quel momento che ho pensato che servirebbe, più che orientamento scolastico, un piccolo orientamento all’ironia: non per ridere di qualcosa, ma per leggere correttamente il registro di chi ci parla.
Eppure, è proprio l’ironia – quella lente sottile che ti obbliga a leggere tra le righe – a salvarci dal prendere il mondo alla lettera. La lettura allena l’attenzione, la scrittura allena il pensiero, e l’ironia allena la capacità di non cadere nel primo equivoco comunicativo che ci capita davanti. Tre abilità che, a giudicare dalle reazioni della sala, richiedono di essere coltivate con pazienza, senza giudizio: come si fa con qualcosa di prezioso che rischia di andare perduto. Fenoglio scriveva per mille ragioni: forse una era proprio questa, ricordarci che le parole non sono un lusso, ma un modo per restare vigili e presenti nel mondo.
E allora scrivo. Scrivo per gli studenti che domani dovranno raccontare ciò che fanno e perché lo fanno. Scrivo per i genitori che, tra un dubbio e l’altro, meritano di riconoscere un paradosso senza temere di cascarci dentro. Scrivo per difendere quelle piccole abilità «inutili» che ci impediscono di vivere in bianco e nero. E scrivo, infine, tornando a Fenoglio «per un’infinità di motivi». Tutti buoni, naturalmente. Io ne aggiungo uno semplice: non perdere l’orecchio per l’ironia. Perché quando smetteremo di riconoscerla, il mondo diventerà serio. Nel modo sbagliato.



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