Secondo l’Oxford University Press, la parola dell’anno 2025 è “rage bait”, ovvero esca per rabbia: indica, nello slang web che plasma ormai il linguaggio comune, contenuti online creati appositamente per suscitare aggressività o frustrazione, in modo da strappare reazioni impulsive generando maggior traffico e interazioni. «La rete puntava a catturare l’attenzione – spiega Casper Grathwohl, presidente di Oxford Languages –, adesso mira a influenzare le nostre emozioni. L’indignazione genera engagement e gli algoritmi la amplificano, l’esposizione costante ci lascia esausti». A beneficio di chi bazzica poco il vocabolario della Rete, engagement sta per coinvolgimento, e a beneficio di chi s’interroga sul nesso col ritrovarsi esausti, giova ricordare che il logorio social aumenta la vulnerabilità alle manipolazioni. Facciamo qualche esempio, per meglio capire. Ricordate il braccio teso di Elon Mask durante la cerimonia di insediamento di Trump? Ha fatto così discutere, con il suo richiamo nazista, da oscurare perfino le parole del presidente americano, sollevando un’onda di post rabbiosi all’indirizzo: ebbene, in tanti immaginano una provocazione calcolata nella consapevolezza di seminare ira e divisione, determinanti per consentire all’algoritmo di crescere. E si badi che a volte basta molto meno, tipo stuzzicare l’orgoglio di un popolo legato alla sua tradizione in cucina: noi italiani cadiamo nel trappolone, digitando d’istinto e facendo il gioco dei furbetti, appena vediamo comparire sul display una pizza con l’ananas o una carbonara col gelato.
Probabilmente, siamo all’ultimo stadio di un processo di interazione tra chi produce informazione e chi ne fruisce, ruolo a lungo nettamente distinto che la radio ha cominciato a confondere al tramonto degli anni Sessanta: allora però era libertà, partecipazione, coinvolgimento, oggi, nel mondo social, può diventare sfruttamento. La creazione di contenuti divisivi vuole proprio che tanti reagiscano, così aumentano traffico e profitto, strategia spianata dalla velocità dei contatti, dalla mole di contenuti, dalla tendenza alla reazione impulsiva. Se il sociologo Marshall McLuhan ci avvertiva già sessant’anni fa sul pericolo di affidare occhi, orecchie, nervi a interessi commerciali e nuovi media, ovvero pubblicità e televisione, perdendo così il controllo sulla nostra percezione e sulla realtà, oggi, coi social, affidiamo anche la nostra rabbia. Brutta storia? Sicuramente. Ma noi, nella scelta dell’Oxford University Press troviamo un lato positivo: se la parola ha registrato un aumento notevolissimo nell’uso, significa che è cresciuta anche la consapevolezza di poter essere usati, e chissà che adesso, dinanzi a contenuti anti qualcosa o qualcuno, provocatori o populisti, non pensiamo, prima di consegnare la rabbia a un clic, che è tutto fatto apposta per adescarci e guadagnare attraverso le nostre emozioni. E così abbracciamo l’altra parola dell’anno, quella della Treccani, che invece è “rispetto”: innanzitutto per noi stessi.

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