“… Né santi, né eroi… Siamo solo noi!”

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Ogni anno, il 3 dicembre, il calendario si colora per la Giornata Internazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità.
Evviva, evviva? No!
Mentre i media celebrano e narrano di “eroismo” quotidiano, noi alziamo la voce: Non c’è niente da celebrare! Il 3 dicembre, per noi, non è un giorno di celebrazione ma è un giorno di battaglia e rivendicazione come ogni giorno dell’anno, per l’unica cosa che realmente desideriamo: l’ordinario.
La retorica che circonda questa giornata è spesso intrisa di pietismo o, peggio, dell’elogio forzato della resilienza. Questo approccio è fallace e dannoso. Non vogliamo essere elevati a icone di coraggio, né accettare di essere considerati “speciali” o marziani. Vogliamo essere semplicemente noi: professionisti competenti, cittadini attivi, consumatori, esperti, amanti, con la nostra pienezza e le nostre infinite sfumature. Il diritto che reclamiamo è quello di essere visti e trattati come Persone, dove l’unica etichetta che conta è questa, senza asterischi.
Il punto di rottura, la verità che fa male e che va gridata, è che finché avremo bisogno di una “Giornata Mondiale” per ricordarci i diritti di una parte della popolazione, significa che la nostra società è ancora profondamente disabile nell’inclusione. L’esistenza stessa di questa ricorrenza è il sintomo di un fallimento sistemico. Se l’accessibilità fisica, digitale e culturale, il rispetto, le pari opportunità e il riconoscimento del valore individuale fossero prassi consolidate, il 3 dicembre sarebbe un giorno come tutti gli altri. Sarebbe l’ennesimo giorno in cui le persone con disabilità esercitano i loro diritti in modo scontato, senza bisogno di un megafono globale per focalizzare l’attenzione.
Secondo una statistica Istat, l’anno scorso, solo in Italia, sono stati spesi 6.500.000.000 di euro solo per nutrire e coccolare i nostri animali domestici (cani gatti & c). Forse, come diceva un amico giornalista, i disabili chiedessero più diritti per i loro animali, l’opinione pubblica, paradossalmente, comprenderebbe più velocemente quanto sia “doloroso”, dovere sempre lottare per ottenere ciò che per tutti è banale vita quotidiana.
Il nostro sogno, la nostra meta politica e sociale, è esattamente questa scontatezza. Vogliamo un futuro in cui la società smetta di focalizzarsi sulla nostra diagnosi, sui limiti che essa crede di vedere, ed inizi a focalizzarsi sul nostro contributo potenziale e reale.
La lotta per l’inclusione non è una ricerca di privilegi, ma l’eliminazione delle barriere ingiustificate che ci vengono imposte. È una battaglia per i Diritti Civili che garantiscano il diritto di sbagliare, di eccellere, di partecipare e di esistere senza il costante bisogno di auto-giustificazione o di dover dimostrare una “straordinarietà” per essere accettati.
Poverino e speciale, sono decisamente le parole che vorremmo abolite, se riferite a noi.
È il momento di pretendere azioni concrete e non solo buone intenzioni. Attuazione dell’accessibilità universale, l’inclusione lavorativa reale e il superamento definitivo di quella mentalità che relega le persone con disabilità ad eterni assistiti. L’unico futuro che accetteremo è quello dove il riconoscimento del nostro valore sia automatico e non negoziabile.
Un futuro dove l’unica etichetta che conta è “persona”.
Questa è una battaglia che non perderemo.
L’unica celebrazione che desideriamo è la fine della necessità di celebrare.

Massimiliano Caramazza