Con L’immensa distrazione, Marcello Fois compie un passo laterale, ma decisivo, nella sua già monumentale opera narrativa. Se l’autore sardo è da tempo riconosciuto come un maestro del romanzo che indaga la memoria, il segreto e le radici profonde – pensiamo alla celebre trilogia I Chironi (Stirpe, Nel tempo di mezzo, Gente del Nordest) – che ha saputo mescolare storia, famiglia e una lingua tagliente e vivida, qui Fois eleva la saga familiare a una dimensione metafisica, pur rimanendo ancorato alla carnalità dell’esistenza.
L’elemento dirompente del romanzo è l’espediente narrativo: Ettore Manfredini, patriarca di una dinastia emiliana dedita all’industria della carne, ci racconta la sua famiglia solo dopo essere morto. Non è un fantasma, ma una coscienza purificata, liberata dal “peso del tempo” e, soprattutto, da quella che dà il titolo al romanzo: “L’immensa distrazione” che è la vita stessa.
Attraverso questo sguardo postumo, Ettore può finalmente vedere la verità spogliata dalle menzogne, dai silenzi e dagli autoinganni su cui si è fondata la ricchezza e la felicità apparente dei Manfredini nel corso del Novecento. È un meccanismo narrativo che permette a Fois di analizzare con una lucidità quasi crudele i temi a lui cari: il rapporto tra padre e figlio, l’eredità (morale più che materiale) e il tradimento dei sentimenti. La vita, con il suo affannarsi e le sue ambizioni, ha distolto Ettore dal comprendere l’essenziale, rendendo la sua epica un catalogo di opportunità mancate e di sentimenti rimossi.
La scelta di ambientare questa grande storia non in Sardegna, ma in una “mitica” Emilia fatta di mattatoi e vaste pianure, da parte di un autore così legato alla sua terra, non è casuale. Essa incarna il desiderio di universalizzare la tragedia familiare, un’operazione che lo pone in dialogo diretto con la tradizione epica sarda del Novecento.
La risonanza più profonda si avverte con Salvatore Satta e il suo Il giorno del giudizio. Come Satta usava la Nuoro delle gerarchie e dei silenzi per rappresentare un intero mondo in disfacimento, così Fois usa la saga dei Manfredini come un prisma per riflettere il destino del Novecento italiano. Entrambi gli autori, pur con stili distanti – più epigrafico e filosofico Satta, più denso e a tratti noir Fois – arrivano a un verdetto finale: la famiglia è il luogo dove si accumulano non solo i beni, ma soprattutto i torti, le bugie e le ambizioni mancate.
Con L’immensa distrazione, Fois non scrive solo la storia di una famiglia, ma un trattato amaro e commovente sulla condizione umana, in cui il vero giudizio non viene dalla storia, ma dalla consapevolezza postuma. È in questo atto di distacco che l’autore trova una nuova, potente prossimità al punto più caldo e tragico dell’esistenza.
Pierluigi Vaccaneo



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