Montà – La riscoperta di “Generazione T”: l’omertà “virtuosa” del tartufo

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Generazione T tartufo montà

Partecipazione significativa, a Montà, per il rilancio di “Generazione T”: il percorso espositivo disposto nel capoluogo, che arricchisce muri e case, scorci e dettagli di paese con la narrazione di diversi aspetti che riguardano la cultura nascosta del tartufo.

24 grandi pannelli murali posizionati lungo l’asse centrale del paese, da piazza Vittorio Veneto sino al centro storico, che attesta il secolare, profondo rapporto che lega Montà al tartufo bianco d’Alba.

L’evento si è svolto sabato scorso, nel capoluogo, con l’organizzazione a cura del Comune e dell’Ecomuseo delle Rocche del Roero: in un momento in cui ancora si sta lavorando per la definizione del locale museo dedicato al “tuber magnatum pico” sotto tutti i suoi aspetti e che, attese, aspettativi e dibattiti a parte, vedrà finalmente la luce. A condurre questa vera e propria camminata tra i differenti punti espositivi, ci sono stati il sindaco Gianluca Costa e Silvano Valsania, il quale ha curato i contenuti di tale itinerario con la collaborazione di Beppe Bertero, Piero Aloi e Andrea Giorio, Comune di Montà, Ecomuseo e  Fondazione Casa del Tartufo Bianco d’Alba: per una narrazione che, di fatto, ha preso vita “oltre” le suggestive installazioni.

«Montà ha interpretato al meglio le caratteristiche del mondo del tartufo -ha spiegato Valsania nel corso della manifestazione- e che rientrano nella parola “omertà”: non si deve sapere il “come”, è una ricerca libera, e la regola comune di tutti i trifolau è quella di millantare. Spesso, a loro dire in ogni tempo, “i tartufi non ci sono, non si trovano mai, e la stagione non è mai buona”: per cui Montà ha colto questa qualità in pieno, non si doveva sapere che qui le “trifole” c’erano, e in abbondanza. Ed è qui che abbiamo pagato il fio, e una certa diffidenza».

Dall’analisi alle azioni concrete: «Per questo abbiamo scelto di mettere tutto questo microcosmo sui muri, per restituire questo universo culturale importante, fatto di saperi e pratiche anche curiose e accattivanti, sempre realizzate di sguincio, prima che coloro i quali ora vanno per tartufi assumessero il ruolo di “star”. Perchè qui, di questa attitudine, un tempo, quasi ci si vergognava: era più prestigioso andare a caccia, con il fucile, che non in giro, per i boschi, con i cani. E le famiglie lo sapevano bene».

Cosa si può capire, da questi temi? Valsania è stato chiaro: «Il percorso di Generazione T è incentrato sulle persone, perché sono questi personaggi i veri protagonisti: quando è stato possibile li abbiamo ripresi e immortalati, con il tartufo, durante la cerca, con il cane. In altri casi, non è stato possibile reperire questa documentazione per immagini, ma crediamo di aver dato buona testimonianza di ciò che è stato il mondo dei trifolau della seconda parte del Novecento».

Non sono mancati eccellenti riferimenti letterari, a partire da quel Carlo Cocito che qui era “di casa” e per il quale per molti anni è stato dedicato un rinomato premio letterario: «Dalla sua ultima intervista con Beppe Fenoglio, emerse la “Petission per ese langhèt”, un sentimento di appartenenza in un’epoca in cui il Roero non c’era ancora, era solo una “Bassa Langa Asciutta”. Eppure, già si percepiva la cosiddetta “albesità”. In quelle parole, emerse come da questa parte del Tanaro furono dati i migliori preti, la carne migliore, e tartufi a valanga, testualmente. E la stessa famiglia Morra, con tutta la propria autorevolezza all’interno del nostro mondo del tartufo, ne diede ragione e attestò questo ruolo».

In definitiva, “Generazione T” -al cui vernissage è seguita la proiezione del documentario “Il mondo del tartufo in Italia. Storie di alberi, cani e cercatori” con Antonio Degiacomi- è un qualcosa che annuncia azioni ancora più grandi: per un tartufo che è, non solo letteralmente e fisicamente, calato nel profondo della terra del Roero.