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«Un rifugio sicuro per chi crede ancora nella forza del vivo»

Donatella Poggio e Beppe Incarbona, custodi del Teatro del Poi, raccontano la sua magia

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Un palco di sei metri per quattro, cinquanta posti, applausi vicinissimi. A Bra, dal 2015, il Teatro del Poi è un laboratorio d’arte e un rifugio culturale, uno spazio indipendente dove la scena è viva e condivisa. Nato dall’intuizione di Beppe Incarbona e dalla sensibilità educativa e artistica di Donatella Poggio, il Poi è diventato un punto di riferimento costante per chi ama stare dalla parte del palcoscenico o della platea.

Nel tempo è cresciuta una vera comunità: un pubblico che non guarda solo uno spettacolo, ma partecipa alla vita del teatro, lo sostiene, lo racconta. Artisti emergenti e volti noti, compagnie giovani e professionisti affermati: tutti trovano qui un luogo che accoglie, ascolta e permette di provare, rischiare, sbagliare, riprovare.

Oggi, nel loro teatro, continua una sfida culturale costruita poltrona dopo poltrona, stagione dopo stagione. Abbia­mo chiesto a Beppe e Donatella di raccontarci cosa significhi dare vita, ogni settimana, al “loro progetto”, divenuto condiviso.

Beppe, che cos’è il Teatro del Poi in poche parole?
«È un teatro off: fuori dai grandi circuiti, ma pienamente teatro. Cinquanta posti, un palco professionale e un modello economico etico, fondato sull’offerta libera. Il pubblico decide quanto dare agli artisti. È un luogo dove il contatto è diretto e reale».

Come si sostiene un progetto così?
«Volontariato puro, tessere e sponsor amici. Gli artisti professionisti ricevono tutto il contributo raccolto a cappello. La nostra missione è culturale, non commerciale: portare teatro di qualità a tutti, nella forma più democratica possibile».

Che percorso ha fatto il pubblico in questi anni?
«All’inizio arrivavano soprattutto persone legate alla scuola di danza di Donatella. Oggi abbiamo spettatori affezionati, che scelgono il teatro come appuntamento fisso. Ogni venerdì abbiamo 40-50 presenze. Un risultato enorme per una realtà così piccola».

È anche un luogo dove si “testa” teatro?
«Sì, soprattutto nel cabaret. Comici televisivi vengono a provare i pezzi prima di tournée e registrazioni. Nel cuneese siamo praticamente l’unico spazio con questa funzione. Cinquanta persone sono un pubblico vero: capisci se lo spettacolo funziona».

Come avete vissuto e trasformato il dopo-Covid?
«Il live è esploso, ma anche i costi. Abbiamo scelto una stagione più concentrata: uno spettacolo a settimana, alternando prosa e comicità. Meno quantità, più qualità. Se fai una cosa bene, il pubblico ti segue».

Donatella, il Poi è anche formazione: che valore hanno i corsi?
«Sono parte naturale del progetto. Ci sono corsi per bambini e adolescenti e percorsi distinti per adulti. La separazione è una scelta etica e pedagogica: contesti dedicati, attenzione a ogni fascia d’età, spazi sicuri e strutturati».

C’è una storia che racconta bene questo percorso?
«Un gruppo di adulti segue il corso da otto anni. Sono cresciuti insieme, hanno formato una piccola compagnia e quest’anno hanno aperto la stagione con un doppio sold-out. È la prova concreta che il teatro costruisce persone e comunità».

Perché un giovane dovrebbe fare teatro oggi?
«Per guardare negli occhi, non solo in uno schermo. Per ascoltare, rischiare, aprirsi. Per scoprire testi antichi che parlano ancora di noi. Il teatro sviluppa cultura, relazione, fantasia e presenza. Ed è uno dei modi più belli per imparare a essere sé stessi».

La nuova stagione: come l’avete pensata?
«Equilibrio e ricerca. Dram­maturgia contemporanea, comicità intelligente, musica, narrazione. Artisti emergenti e nomi che arrivano dalla scena televisiva. Vogliamo che chi entra viva un’esperienza, non una semplice serata fuori».

Che cosa vi emoziona ancora, dopo così tante stagioni?
«Il momento prima che si spengano le luci. Quando senti il pubblico che prende posto, riconosci volti che tornano e ne scopri di nuovi. Ogni serata è diversa: puoi programmare tutto, ma quello che nasce davvero accade solo dal vivo. È lì che capisci perché continui a farlo».

Il Teatro del Poi è un luogo dove le storie si ascoltano da vicino, dove un applauso pesa e una risata contagia davvero. Undici stagioni dimostrano che non servono grandi numeri per creare valore: basta un palco, una comunità e la tenacia di chi crede che la cultura si coltivi, insieme, sera dopo sera.

Quando si abbassano le luci, al Poi succede ancora quel piccolo miracolo antico: prima respiri, poi silenzio.
Il teatro è vivo.

 

La ricca programmazione 2025/26: ogni sera, un mondo diverso

La nuova stagione del Teatro del Poi propone un calendario eterogeneo dedicato a testi contemporanei, riletture di classici e produzioni originali. Un programma che alterna prosa, comicità, narrazione e musica, confermando la vocazione del teatro a ospitare linguaggi diversi. Il cartellone si apre con “La formula errata dell’amore” di Leonardo Poppa, seguito da “La Traviata in tre” con Andrea Caldi, Fabio Fassio ed Elena Romano. Seguono “Enigma” e “La tecnica della mummia” con Marcello Spinetta e Christian Di Filippo. Spazio alla satira in “Baby Miss” (Marco Bianchini) e alla narrazione in “Voiceover” (Matteo Cionini). Il comico torna con “Che personaggio!” di Gianni Cinelli e l’incursione pop di “Il regno dell’animazione i brutti e cattivi”. Tra i titoli più letterari e storici: “Una stanza tutta per Virginia” (Vittoria Morino), “La fabbrica dei santi” (Pietro Di Giorgio) e “Eine Frau in Berlin 1945” (Tom Corradini con Magda Pohl). A seguire “La misteriosa scomparsa di W” da Stefano Benni e “Il canto di Circe”. Completano la stagione “Stand in uno spettacolo asciutto” (Vincenzo Albano e Alessio Tagliento), “Joyy”, l’Alessandro Bianchi Show e la commedia corale “Tutto è bene quel che finisce bene”, diretta da Patrizia Sugliano. Chiusura musicale con “Le canzoni raccontate al Poi”. Una stagione che conferma la linea artistica del teatro: nuova drammaturgia, attenzione agli interpreti emergenti e apertura a pubblici differenti. Info e prenotazioni www.ilteatrodelpoi.it.

BaNNER
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