Lui è impegnato su giornali, radio e spesso è ospite in tv. L’editorialista Beppe Severgnini sarà a Carrù, al teatro “F.lli Vacchetti”, dove giovedì 6 novembre Confcommercio Imprese della provincia di Cuneo, dalle 17.30, in occasione dell’80° anniversario dalla fondazione, organizza l’ottava edizione della Convention di Sistema. Il titolo: “1945-2025. Memoria e futuro. Un percorso attraverso i territori: il passato che racconta, il presente che insegna, il futuro che unisce”. Severgnini narrerà un racconto per immagini della trasformazione del commercio in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi.
Se fosse un commerciante oggi che cosa farebbe? Pensare a come adattare il negozio, il modo di vendere, combattere l’e-commerce, cavalcarlo?
«Faccio una premessa per rispondere alla domanda. In questo momento le parlo dal mio studio, a Crema. È nell’immobile delle mie zie profumiere. Nel primo piano abitavano loro. Ho passato la mia infanzia facendo il gioco che mi piaceva di più».
Quale?
«Stare al cassetto della profumeria a dare il resto alle clienti. C’era una sola profumeria a Crema negli Anni Sessanta ed era delle mie zie Laura e Francesca. Io stavo lì, mi mettevo sullo sgabello e mi piaceva da morire. E per il mio lavoro mi facevo pagare in campioncini gratuiti che poi portavo in montagna, li vendevo organizzando il banchetto. Avevo 9 anni e radunavo tutti i condòmini per la vendita».
E poi?
«Con il ricavato compravo galline, le portavo in pianura e le rivendevo a mia nonna che le allevava. E tra l’altro le galline montane portate in pianura diventavano grandi ovaiole».
Allora commerciante lei lo è stato già da piccolo.
No, no, per carità, non mi sento un commerciante e non lo faccio, però ho grande rispetto. Forse un po’ di indole m’è rimasta e quindi ho un grandissimo riguardo per il mestiere. Di un certo mestiere dicono che è il più antico del mondo, invece non è vero. Quello più antico è il commercio».
Mi faccia capire, è una buona cosa?
«Certo, perché lo scambio all’inizio era un baratto, probabilmente era “io ti do tre mele, tu mi dai cinque patate”, però è una cosa che mi piace, è un piacere un po’ infantile. Se ripenso ai miei libri, partendo da quelli di 35 anni fa, “Inglesi” o “Italiani si diventa”, “Italiani si rimane”, ancora prima “La testa degli italiani”, c’è sempre qualcosa che riguarda il commercio, sempre i supermercati».
Nel viaggio raccontato in “La testa degli italiani”, del 2006, con la solita ironia, sottolineava “l’italianità” di albergatori, esercenti ed altri.
«Beh, è il mio libro che ha venduto di più in tutto il mondo, tradotto in sedici Paesi e lì c’è, se andiamo a vedere in ognuno, almeno un riferimento ad un negozio. Perché è attraverso il commercio e i negozi che si capisce una nazione: sono gli individui, lo Stato è un’altra cosa. Una nazione, una comunità è tra le primissime cose che un osservatore come me, un giornalista che si occupa di politica interna e di politica estera, deve considerare in una società. Andate a leggere le mie considerazioni sulla Russia: andavo nei negozi, vuoti, dove si capiva che il comunismo non avrebbe avuto un grande futuro. E così è stato».
Usiamo il tutto come premessa doverosa. Che cosa deve fare il commerciante per essere attuale?
«Il commerciante deve essere un po’ giornalista e un po’ investigatore: carpire, con le conversazioni, le informazioni. Cos’è che l’e-commerce non mi dà? Perché è chiaro che non si può competere sui prezzi. I negozi che funzionano, che cosa vendono che l’e-commerce non dà? Si dovrebbe puntare, per esempio, sulle necessità immediate, quindi tutto il mondo alimentare e così via. Certi prodotti diventano fondamentali quando si allontanano dal centro urbano, quindi il servizio a domicilio, per esempio. Io ci lavorerei molto, perché lì faccio concorrenza. Se per una signora anziana c’è chi va a fare la spesa in tre o quattro negozi e gliela portano a casa, a lei cambiano la vita».
Altro?
«La cordialità. I cinesi dicono: “Se non ti piace il caldo, non fare il cuoco”. Se non ti piace la gente, non fare il commerciante e non fare neanche il giornalista secondo me. Devi essere accogliente. Sembra banale ma o il cliente ha l’impressione di essere supportato o dura poco. Entra il cliente, la prima cosa è il sorriso e la buona disposizione, una battuta. Perché poi paga: quei 10 minuti hanno un valore per molte persone. E questo è un paese di anziani. Ho scritto un libro su questo: un italiano su 5 ha più di 65 anni. Si deve puntare su queste cose. Penso di aver risposto alla domanda. Ah, però c’è ancora una cosa».
Che cosa?
«C’è il servizio. Non si tratta solo di vendere oggetti, ma di offrire un servizio. Ci sono molti negozi. Devi capire qual è il servizio da associare alla merce che vendo».
Vale tutto anche per i centri minori, come per Carrù?
«Le grandi città sono fatte di quartieri, io ho un appartamento a Milano. I negozi che hanno resistito non sono molti, ma sono quelli che hanno quelle caratteristiche e la città, alla fine, è una collezione di quartieri e un quartiere è grande come Carrù».
Al teatro “Vacchetti” su che cosa punterà?
«Non sono come quei conferenzieri che dicono le stesse cose in qualsiasi occasione. Cerco sempre di capire dove sono e siccome la vostra è una terra che conosco non bene, ma abbastanza, allora ho pensato di fare una cosa particolare. Racconterò l’umore commerciale degli italiani a metà del decennio analizzando le pubblicità del tempo. Un lavoro vero che ho curato: per esempio, che cosa interessava agli italiani del 1965? Una storia sociale attraverso la pubblicità. Uno studio fatto apposta per la serata del 6 novembre. Mi fa piacere venire a Carrù anche per un altro motivo».
Quale?
«Ho una formazione letteraria piemontese, perché ho letto tutto Pavese prima dei 18 anni e molto Fenoglio. Ho vinto anche il Premio Pavese per un premio di saggistica avevo fatto una specie di discorso d’accettazione dal titolo “Le Langhe confinano col New Jersey” che poi è finito in un mio libro. E poi sono stato più volte a Fossano dove ho amici, una delle mie quattro allieve più brave che ho avuto è di Savigliano, si chiama Irene Soave e lavora per il Corriere della Sera».
A Carrù è nato il presidente Luigi Einaudi.
«Le svelo una cosa che non dico spesso: dal 1996 al 2003 sono stato corrispondente, dall’Italia, dell’Economist. Lo è stato, nei suoi anni, Einaudi. Ho in comune questa piccola cosa, lui è stato un grande italiano e io un piccolo giornalista cremasco».
Come compra i regali per la sua nipotina Agata coinvolta nel suo ultimo libro “L’arte di invecchiare con la filosofia” che sta avendo un successo enorme? In negozio o online?
«I nipotini sono un grande veicolo di commercio. Agata, quando entra in libreria, prima grida “nonno, il nostro libro!”, lo prende e lo bacia, io mi sciolgo, parte verso reparto bambini e compra quello che vuole. No, per Agata online non compro niente perché lei sceglie di persona. Le edicole e le librerie italiane dovrebbero alzarsi al mattino e ringraziare i più piccoli».
Mostra fotografica “Donne del terziario”
La mostra “Donne del Terziario: storie di impresa, innovazione e futuro” è un omaggio pubblico e collettivo al valore dell’impresa femminile e alla sua capacità di essere radicata, evolutiva e generativa di futuro, in linea con la mission del Terziario Donna. Le immagini e le testimonianze delle 26 donne protagoniste dell’evento espositivo, fotografate da Lorena Durante, vicepresidente Terziario Donna, raccontano la forza e la visione che le hanno animate nel fondare o guidare le loro imprese.



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