«Sempre stato avanti: il passato lo ricordo, ma vivo nel presente»

Adriano Panatta non è un’icona da cartolina: è vivo, presente, e quando parla lo fa con la stessa ironia che negli anni Settanta lo rese unico. È un uomo che continua a raccontare tennis e vita con leggerezza, battute fulminanti e un carisma che non si è mai spento. Allora era il ragazzo romano che vinceva il Roland Garros e la Coppa Davis del ’76, ma anche il volto che finiva sulle copertine dei rotocalchi, nelle cronache rosa, simbolo di un’Italia che scopriva il tennis come spettacolo popolare e mondano. Oggi è ancora lì: non nostalgia, ma attualità. E accanto a lui, inevitabilmente, c’è Paolo Bertolucci. Non spalla, ma metà del duo che ha fatto epoca. Panatta così: guascone, elegante, magnetico. Bertolucci cosà: concreto, pungente, con la battuta pronta. Insieme hanno scritto pagine memorabili sul campo e oggi continuano a scriverne fuori, con “La telefonata”, il podcast che li ha riportati al centro della quotidianità italiana. È la prova che quella chimica non si è mai spenta: botta e risposta, risate, contraddizioni, la stessa energia di allora. Insomma, Panatta non passa: c’è e resta. Con la stessa faccia da copertina, l’ironia da rotocalco e il colpo che ti stende. Elegante, sfrontato, irresistibile: un ace anni Settanta che continua a far dire “oooh!”». Il tennis oggi: bello o noioso? «Più noioso». Il tennis oggi è troppo serio? «È serio adesso e lo era anche prima». Ora però è molto più prevedibile, una volta c’era anche una parte romantica... «La parte romantica ormai si è persa. Adesso è molto più atletico, molto più di forza, c’è più potenza, molta più intensità. Ma è successo in tutti gli sport, che sono cambiati». Nell’epoca dei social parlano tutti, ognuno dice la sua. Una frase per chi prende il tennis troppo sul serio? «Mai prendersi troppo sul serio, è la prima legge che uno dovrebbe imparare». I giovani con coach, mental coach, nutrizionista e fisioterapista: cosa ne pensa? «Noi eravamo da soli, non avevamo neanche il coach. Mi fanno un po’ tenerezza». Una frase per chi vive solo di statistiche? «Sappiate che esiste anche la poesia». Sinner è forte o fortissimo? «Fortissimo». Sinner le ricorda qualcuno? «No, è tutto completamente cambiato». Non le somiglia neanche un po’? «No, assolutamente non c’entra proprio niente. Io non c’entro niente con lui e lui non c’entra niente con me. Assolutamente no. È proprio un’altra cosa». Se lei avesse avuto la testa di Sinner? «Chi può dire che non ce l’avessi peggio?». Le piacerebbe allenare Sinner? «No, perché non fa per me». Un consiglio che gli darebbe? «Mah... non penso che abbia tanto bisogno di consigli. Penso che lui sia l’espressione pura della sua natura». Meglio vincere la Davis nel ’76 o nel 2023? «Beh, io l’ho vinta nel ’76 ed è ovvio che io dica ’76». Fu una cosa epica allora: la vittoria, il clima in Italia, il clima di Santiago del Cile, le polemiche anche politiche. «Vabbè, la Davis oggi è un’altra cosa». Finals a Torino: emozione o passerella? «Ma... è comunque uno degli appuntamenti più importanti dell’anno a livello tecnico e sportivo del tennis. Non è assolutamente una passerella». Chi è più simpatico tra lei e Bertolucci? «Io, di certo. Berto­lucci sta antipatico a me, figuriamoci agli altri...». Chi serviva meglio? «Io». Davvero? «Ammazza, non c’è paragone». Vi siete mai presi a pallate? «No, onestamente no». Chi è il più nostalgico? «No, nostalgico non è nessuno dei due». Vi divertite come allora? «Eccome se ci divertiamo». Però quando siete assieme, come nel vostro podcast, vi interrompete, parlate uno sull’altro, sembrate conflittuali, una scaramuccia verbale dietro l’altra... «È vero, ma ci divertiamo a fare in quel modo. Lo facciamo con naturalezza, lo abbiamo sempre fatto e lo facciamo anche fra di noi, quando, per esempio, non siamo in televisione». Sembrate una coppia di fatto... «Noi siamo una coppia di fatto». Chi di voi due racconta meglio le vostre vicende? «Ma... Lui è più tecnico, mentre io sono più, diciamo, folcloristico forse». Avete mai litigato sul serio? «No no, sul serio mai». La cosa più folle fatta con Bertolucci? «Mi sa che non la possiamo raccontare...». Sicuro? «No, no, è impossibile». Il più corteggiato tra voi due? «Vabbè... non c’è assolutamente paragone. Ero io». La Davis vi ha cambiato la vita? «No, beh, insomma... non è che cambia la vita la Coppa Davis. Era uno dei sogni che avevamo da ragazzini. Per cui uno può dire sì, oppure dire no in quel senso». La vostra epoca era più bella? «Eccome. Gli anni Settanta erano bellissimi». Instagram, TikTok o racchetta di legno? «La racchetta di legno ormai non si usa più. È come dire la filodiffusione piuttosto che Spotify. È la stessa cosa». Instagram però non ha un bel rovescio... «Su Instagram ci vado anche, lo guardo, ma niente di che». Si sente ancora sul pezzo? «Io sono nato sul pezzo». Le manca la racchetta o il pubblico? «La racchetta zero. Proprio». Perché ha smesso? «Perché non gioco più». Si è mai annoiato in campo? «Molto, molto. Molte volte». Il suo colpo preferito? «La volée». La sua vittoria più bella? «Sicuramente il Roland Garros». Pietrangeli nei giorni scorsi si è lamentato del fatto che lei, in un’intervista, ha detto che è rimasto l’unico ad avere vinto il Roland Garros... «Hanno sbagliato a scrivere». Ah sì... è sempre colpa di noi giornalisti. «No, non voglio dire questo. Invece che “ultimo” ho detto “unico”. Ora devo chiamarlo, ‘sto “babbeo”. Invece di telefonarmi, lui scrive sui social». Non è che Pietrangeli rosica un po’? «Ma no, non rosica, è fatto a modo suo». Ha sempre avuto uno stile unico: elegante, ironico, a volte disincantato, ma mai banale. Da dove nasce questo modo di essere? È una forma di difesa, di ribellione, o semplicemente il suo modo di stare al mondo? «È proprio il mio modo di stare al mondo. Assolutamente». Cosa le manca di quei tempi? «L’età, sicuramente». Se dovesse raccontare il tennis di oggi con una sua battuta, una di quelle che spiazzano e fanno riflettere, cosa direbbe? «Ci vuole pazienza». Panatta. Ace. Punto. Basta.

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Adriano Panatta non è un’icona da cartolina: è vivo, presente, e quando parla lo fa con la stessa ironia che negli anni Settanta lo rese unico. È un uomo che continua a raccontare tennis e vita con leggerezza, battute fulminanti e un carisma che non si è mai spento. Allora era il ragazzo romano che vinceva il Roland Garros e la Coppa Davis del ’76, ma anche il volto che finiva sulle copertine dei rotocalchi, nelle cronache rosa, simbolo di un’Italia che scopriva il tennis come spettacolo popolare e mondano. Oggi è ancora lì: non nostalgia, ma attualità.

E accanto a lui, inevitabilmente, c’è Paolo Bertolucci. Non spalla, ma metà del duo che ha fatto epoca. Panatta così: guascone, elegante, magnetico. Bertolucci cosà: concreto, pungente, con la battuta pronta. Insieme hanno scritto pagine memorabili sul campo e oggi continuano a scriverne fuori, con “La telefonata”, il podcast che li ha riportati al centro della quotidianità italiana. È la prova che quella chimica non si è mai spenta: botta e risposta, risate, contraddizioni, la stessa energia di allora. Insomma, Panatta non passa: c’è e resta. Con la stessa faccia da copertina, l’ironia da rotocalco e il colpo che ti stende. Elegante, sfrontato, irresistibile: un ace anni Settanta che continua a far dire “oooh!”».

Il tennis oggi: bello o noioso?
«Più noioso».

Il tennis oggi è troppo serio?
«È serio adesso e lo era anche prima».

Ora però è molto più prevedibile, una volta c’era anche una parte romantica…
«La parte romantica ormai si è persa. Adesso è molto più atletico, molto più di forza, c’è più potenza, molta più intensità. Ma è successo in tutti gli sport, che sono cambiati».

Nell’epoca dei social parlano tutti, ognuno dice la sua. Una frase per chi prende il tennis troppo sul serio?
«Mai prendersi troppo sul serio, è la prima legge che uno dovrebbe imparare».

I giovani con coach, mental coach, nutrizionista e fisioterapista: cosa ne pensa?
«Noi eravamo da soli, non avevamo neanche il coach. Mi fanno un po’ tenerezza».

Una frase per chi vive solo di statistiche?
«Sappiate che esiste anche la poesia».

Sinner è forte o fortissimo?
«Fortissimo».

Sinner le ricorda qualcuno?
«No, è tutto completamente cambiato».

Non le somiglia neanche un po’?
«No, assolutamente non c’entra proprio niente. Io non c’entro niente con lui e lui non c’entra niente con me. Assolutamente no. È proprio un’altra cosa».

Se lei avesse avuto la testa di Sinner?
«Chi può dire che non ce l’avessi peggio?».

Le piacerebbe allenare Sinner?
«No, perché non fa per me».

Un consiglio che gli darebbe?
«Mah… non penso che abbia tanto bisogno di consigli. Penso che lui sia l’espressione pura della sua natura».

Meglio vincere la Davis nel ’76 o nel 2023?
«Beh, io l’ho vinta nel ’76 ed è ovvio che io dica ’76».

Fu una cosa epica allora: la vittoria, il clima in Italia, il clima di Santiago del Cile, le polemiche anche politiche.
«Vabbè, la Davis oggi è un’altra cosa».

Finals a Torino: emozione o passerella?
«Ma… è comunque uno degli appuntamenti più importanti dell’anno a livello tecnico e sportivo del tennis. Non è assolutamente una passerella».

Chi è più simpatico tra lei e Bertolucci?
«Io, di certo. Berto­lucci sta antipatico a me, figuriamoci agli altri…».

Chi serviva meglio?
«Io».

Davvero?
«Ammazza, non c’è paragone».

Vi siete mai presi a pallate?
«No, onestamente no».

Chi è il più nostalgico?
«No, nostalgico non è nessuno dei due».

Vi divertite come allora?
«Eccome se ci divertiamo».

Però quando siete assieme, come nel vostro podcast, vi interrompete, parlate uno sull’altro, sembrate conflittuali, una scaramuccia verbale dietro l’altra…
«È vero, ma ci divertiamo a fare in quel modo. Lo facciamo con naturalezza, lo abbiamo sempre fatto e lo facciamo anche fra di noi, quando, per esempio, non siamo in televisione».

Sembrate una coppia di fatto…
«Noi siamo una coppia di fatto».

Chi di voi due racconta meglio le vostre vicende?
«Ma… Lui è più tecnico, mentre io sono più, diciamo, folcloristico forse».

Avete mai litigato sul serio?
«No no, sul serio mai».

La cosa più folle fatta con Bertolucci?
«Mi sa che non la possiamo raccontare…».

Sicuro?
«No, no, è impossibile».

Il più corteggiato tra voi due?
«Vabbè… non c’è assolutamente paragone. Ero io».

La Davis vi ha cambiato la vita?
«No, beh, insomma… non è che cambia la vita la Coppa Davis. Era uno dei sogni che avevamo da ragazzini. Per cui uno può dire sì, oppure dire no in quel senso».

La vostra epoca era più bella?
«Eccome. Gli anni Settanta erano bellissimi».

Instagram, TikTok o racchetta di legno?
«La racchetta di legno ormai non si usa più. È come dire la filodiffusione piuttosto che Spotify. È la stessa cosa».

Instagram però non ha un bel rovescio…
«Su Instagram ci vado anche, lo guardo, ma niente di che».

Si sente ancora sul pezzo?
«Io sono nato sul pezzo».

Le manca la racchetta o il pubblico?
«La racchetta zero. Proprio».

Perché ha smesso?
«Perché non gioco più».

Si è mai annoiato in campo?
«Molto, molto. Molte volte».

Il suo colpo preferito?
«La volée».

La sua vittoria più bella?
«Sicuramente il Roland Garros».

Pietrangeli nei giorni scorsi si è lamentato del fatto che lei, in un’intervista, ha detto che è rimasto l’unico ad avere vinto il Roland Garros…
«Hanno sbagliato a scrivere».

Ah sì… è sempre colpa di noi giornalisti.
«No, non voglio dire questo. Invece che “ultimo” ho detto “unico”. Ora devo chiamarlo, ‘sto “babbeo”. Invece di telefonarmi, lui scrive sui social».

Non è che Pietrangeli rosica un po’?
«Ma no, non rosica, è fatto a modo suo».

Ha sempre avuto uno stile unico: elegante, ironico, a volte disincantato, ma mai banale. Da dove nasce questo modo di essere? È una forma di difesa, di ribellione, o semplicemente il suo modo di stare al mondo?
«È proprio il mio modo di stare al mondo. Assolutamente».

Cosa le manca di quei tempi?
«L’età, sicuramente».

Se dovesse raccontare il tennis di oggi con una sua battuta, una di quelle che spiazzano e fanno riflettere, cosa direbbe?
«Ci vuole pazienza».
Panatta. Ace. Punto. Basta.

CHI È

Romano, classe 1950, papà custode del Tennis Club Parioli, è stato il tennista italiano più amato e discusso degli anni ’70 e campione di motonautica. Elegante, ribelle e carismatico, ha saputo unire talento e personalità, trasformandosi in un’icona capace di portare il tennis oltre i circoli esclusivi

COSA HA FATTO

Nel 1976 ha scritto la storia: vittoria al Roland Garros e trionfo in Coppa Davis con l’Italia, con Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti, Antonio Zugarelli e Nicola Pietrangeli come capitano non giocatore. In carriera ha conquistato 10 titoli Atp in singolare e 18 in doppio sempre con Bertolucci

COSA FA

È voce autorevole del tennis: commentatore televisivo, organizzatore e protagonista del podcast “La telefonata” con Paolo Bertolucci. Insieme raccontano con ironia e passione
il mondo delle racchette. Sabato 8 novembre, alle 18.30, entrambi a “Fontanafredda” di Serralunga d’Alba, alla Fondazione Mirafiore