Quando Rino Gaetano incantò allo Studio Vu

Alba, era il dicembre del 1979, ha lasciato un grande vuoto. Ma oggi cosa canterebbe?

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Alba, dicembre 1979. Lo Studio VU è pieno, le luci basse, l’aria densa di aspettative e fumo. Con L’Altro Mondo si contendeva il pubblico discotecaro della Langa tra gli anni Settanta e Ottanta, ma quella sera c’era lui: Rino Gaetano. Io ero agli inizi, agli Spettacoli di Stampa Sera, taccuino in mano, emozionato. Lui, seduto su una panchina tra le tastiere e le chitarre, indossava un maglione a righe gialle e azzurre, spettinato, lo sguardo di chi non sai se ti sta prendendo in giro o se è semplicemente un buono.
Nessuno lo aveva riconosciuto subito. Poi salì sul palco e si sgolò come suo solito, facendo ballare e ridere tutti, fino alle ore piccole. Nel bis infilò “La Bamba” e “Cielito lindo”, come se il rock e la cumbia fossero fratelli. Dopo lo spettacolo, ci sedemmo a parlare. Era di poche parole, ma ogni frase sembrava un verso. Gli chiesi chi fosse davvero, e lui, con un sorriso sghembo, mi rispose: «Non so. Volete che mi presenti? Ebbene sono io». Poi aggiunse, con quella sua logica disarmante: «È tanto sciocco scrivere per se stessi, come è tanto sciocco scrivere per il pubblico».
Quella sera, tra una battuta e un bicchiere di vino, capii che Rino non era solo un cantautore: era un modo di vedere il mondo. Si aggrappava ai di­scorsi sentiti dal barbiere, sull’autobus, nella sala del dentista. «Se tu mettessi un registratore lì, ti ritroveresti con una canzone di Rino Gaetano già fatta», mi disse. E aveva ragione.
Oggi, se fosse ancora qui, avrebbe 75 anni. Lo immagini con il cilindro storto sulla testa, la camicia un po’ fuori posto, la chitarra in spalla e quello sguardo furbo, capace di mescolare malinconia e sarcasmo in un’unica smorfia. Nato il 29 ottobre 1950 a Crotone, è stato il cantautore che ha saputo dire tutto – anche l’indicibile – con una risata e un ritornello apparentemente leggero. Oggi mancano le sue canzoni come mancano gli amici sinceri: quelli che ti raccontano la verità, ma ridendo.
“Gianna”, “Nuntereggae più”, “Ai­da”, “Berta filava”, ogni bra­no era una piccola rivoluzione, una scheggia di ironia contro l’ipocrisia. Cantava di ministri e televisioni, di poveri cristi e sogni infranti, di un’Italia che faceva finta di cambiare per restare sempre uguale. E lo faceva con il sorriso di chi sa che la verità passa meglio se è servita con un gioco di parole.
Rino Gaetano aveva un dono raro: dire cose serie facendo ridere. E forse è per questo che molti lo hanno capito solo dopo. Lui stesso sembrava prevederlo, con quella malinconia che gli attraversava la voce quando diceva «ma il cielo è sempre più blu». Una frase che ancora oggi, dopo quasi cinquant’anni, continua a funzionare come un mantra collettivo: speranza e disincanto insieme, come una carezza data con la mano sporca di vernice.
Rino se n’è andato troppo presto, nel 1981, a soli trent’anni. Un incidente assurdo, una notte qualunque. Da allora, ogni volta che la radio passa “Il cielo è sempre più blu”, è come se quel ritornello ci ricordasse che dietro la leggerezza c’era un’anima profonda, fragile e innamorata del mondo nonostante tutto.
Oggi avrebbe 75 anni, e chissà cosa direbbe di questo presente così confuso. Forse canterebbe: «Chi parla di pace e chi vende i cannoni, chi sogna la luna e chi guarda i balconi». E ridendo, ci farebbe capire che non è cambiato poi molto.
Rino manca, sì. Manca la sua ironia senza veleno, la sua dolcezza testarda, la sua voce roca e sincera. Ma in fondo, basta accendere una radio d’estate, sentire un gruppo di ragazzi che cantano “Gianna” a squarciagola, e ti accorgi che Rino non se n’è mai andato davvero. È lì, nel ritornello che non muore, nella risata che graffia, nel cielo che – per fortuna – è sempre più blu.