Dalla provincia di Cuneo allo spazio. O meglio: dal cuore del Monviso fino ai luoghi dove l’uomo prepara il suo futuro tra Luna e Marte. A volte, i viaggi più lunghi partono da una lingua antica come il piemontese, da giornate passate “a far la frutta” nei campi in adolescenza per pagarsi gli studi, da famiglie artigiane e da fratelli che sfrecciano nel fango dei circuiti di motocross. E da una curiosità che non conosce confini.
È il percorso di Loredana Bessone, originaria di Saluzzo, oggi una figura di riferimento dell’European Space Agency. A Colonia guida programmi di addestramento in ambienti estremi – dalle grotte ai laboratori subacquei, fino alle simulazioni più avanzate per operazioni extraveicolari – per preparare astronauti e esploratori ad affrontare l’ignoto. Venerdì 7 novembre, alle 17, sarà ospite della Fondazione Ospedale Alba-Bra all’auditorium dell’ospedale di Verduno, grazie al sostegno dalla Banca di Cherasco, per parlare di futuro, esplorazione e di ciò che più di tutto rende possibile i grandi sogni: l’essere umano.
Le sue radici sono saldamente piemontesi.
«Sono di Saluzzo. La famiglia di mio padre veniva da Macello, vicino a Pinerolo. A casa si parlava piemontese, una lingua che adoro e che mi ha anche aiutato col francese. Ho imparato da piccola, poi da adolescente quando raccoglievo frutta nei campi: lì era la lingua di tutti, e io volevo farne parte».
Quando ha capito che il suo futuro sarebbe stato nello spazio?
«Non era scritto. Studiavo Informatica a Torino e lavoravo per mantenermi. Un collega mi parlò di uno stage al Cern: ho provato. Poi un contratto all’Esa… dovevo restare un anno. Sono ancora lì. La mia mamma lavorava per permettermi di studiare: sapeva che la curiosità era la mia forza. È stata lei, insieme alla mia famiglia, a spingermi a crederci».
C’è stato un mentore nel suo percorso?
«Paolo Nespoli. Prima ancora che diventasse astronauta abbiamo lavorato insieme e mi ha insegnato molto sul mondo dello spazio. Io arrivavo dall’informatica, lui dall’ingegneria spaziale: mi ha aiutata a capire questo ambiente e a crescere».
Lei nasce come informatica. Come è arrivata ad addestrare gli astronauti?
«Ho iniziato insegnando informatica ai nuovi arrivati. Poi mi sono formata come istruttrice e ho sviluppato corsi operativi. Dal 2011 dirigo “Caves” (addestramento in grotta) e “Pangaea” (geologia planetaria). La formazione è diventata centrale nel mio lavoro: capire come insegnare, come far sì che le persone apprendano in ambienti difficili, come prepararle a gestire stress, imprevisti, collaborazione e rischio».
Perché le grotte sono utili agli astronauti?
«Una grotta è un ambiente alieno: buio, tridimensionale, sconosciuto. Come nello spazio ci si muove con corde di sicurezza, si lavora in team, spesso senza comunicazione con l’esterno. Lì capisci chi sei, quanto puoi fidarti, quanto sai comunicare. E impari che nella complessità non sopravvive il più forte: sopravvive chi collabora».
Quali qualità sono fondamentali per diventare astronauta oggi?
«Essere addestrabili. Non servono supereroi, ma persone curiose, in salute e capaci di lavorare in un team multiculturale per mesi. Le competenze non tecniche – ascolto, comunicazione, gestione dello stress, leadership e followership – sono cruciali. E serve esperienza sul campo: più affronti l’imprevisto, più sviluppi consapevolezza e controllo».
Il mondo dello spazio sta cambiando?
«Moltissimo. La Stazione Spaziale è verso la fine del ciclo, emergono Cina, India, Emirati. Cresce il ruolo del privato. Ma lo spazio resta costoso e complesso. È un momento dinamico, non tutto è prevedibile. Per questo dobbiamo formare persone capaci di adattarsi».
Porta questo metodo anche in medicina. Perché?
«Perché l’errore umano esiste ovunque. Dire “sto per intubare” prima di farlo salva vite: crea un modello mentale comune, evita conflitti, previene errori. Sono strumenti utili anche in ospedale. Abbiamo molto da imparare l’uno dall’altro: astronautica e mondo sanitario sono entrambi mondi in cui si lavora sotto pressione, con margini di errore minimi».
Rimpianti per non essere diventata astronauta?
«Ci ho provato nel 1998, fui esclusa per un motivo medico. Mi sarebbe piaciuto l’addestramento di base, ma non mi sono mai fermata. Ho continuato a creare programmi e idee. E va benissimo così: ho potuto restare creativa, rimanere sul campo, costruire metodi e portarli oltre lo spazio».
Tema donne e spazio: cosa è cambiato?
«Quando sono arrivata ero l’unica non-segretaria. Oggi è diverso: molte donne istruttrici, ricercatrici, ingegnere. Ho scelto la mia carriera consapevolmente. Non è stato l’ente a imporlo, ma certo per una donna le scelte personali contano ancora molto. Bisogna creare condizioni che permettano libertà».
Loredana Bessone parla delle grotte e delle montagne vicino a casa con la stessa passione con cui racconta la Stazione Spaziale. Il suo messaggio è limpido: le missioni straordinarie nascono da persone ordinarie che imparano a collaborare, a gestire la paura, a coltivare la curiosità. Dalle colline del Monviso ai corridoi dell’Esa, la sua storia ricorda che il futuro dello spazio si costruisce qui, con disciplina, sogno e radici ben piantate nella terra. Forse la lezione più potente: si può esplorare l’universo restando profondamente umani. Nessun viaggio è impossibile se si parte con la mente aperta, i piedi per terra e lo sguardo rivolto oltre.



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