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«Nei podcast torniamo umani la voce non urla»

Lorenzo Pregliasco, giornalista e analista politico, ci conduce nel luogo dove l’attenzione rallenta, la voce resiste e l’umanità torna a sentire davvero, riscoprendo la lentezza come atto culturale

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Prima ancora che arrivassero schermi e notifiche, lo strumento più antico per capire il mondo era uno solo: l’orecchio. È attraverso la voce che impariamo, che ci affidiamo, che costruiamo memoria. La parola ascoltata entra sottopelle, smuove immagini nella mente, crea un legame intimo e profondo tra chi parla e chi ascolta.
Forse è per questo che, in un’epoca di scroll compulsivi e attenzione frammentata, i podcast rappresentano una piccola rivoluzione silenziosa. L’audio ci chiede una cosa rara: tempo vero, non rubato. Ci riporta a una forma di concentrazione che pensavamo perduta. Ci invita a rallentare e ad ascoltare davvero.

In occasione della prima edizione di “Svitati & Content” a Saluzzo – un festival nato per celebrare chi sperimenta nuovi linguaggi e cerca di raccontare il presente con autenticità e spirito curioso – abbiamo incontrato Lorenzo Pregliasco, analista, divulgatore e voce di “Qui si fa l’Italia”, per capire cosa succede quando la storia incontra i nuovi media e quando la voce torna ad essere lo strumento più potente per pensare e partecipare.

In un mondo dominato dalle immagini, perché la voce sta vivendo una nuova stagione d’oro?
«Perché la voce è una compagnia, un’intimità. L’audio non distrae: accompagna. E ti permette di stare dentro un contenuto senza essere trascinato altrove da uno swipe. Un podcast ti chiede presenza e in cambio offre profondità, ritmo, vicinanza. Credo che oggi abbiamo bisogno proprio di questo».

Cosa ti ha fatto capire che questo linguaggio avrebbe contato?
«Prima di tutto, esser stato un ascoltatore. Seguivo già podcast internazionali e poi italiani di storia, cronaca, attualità. Mi sono reso conto che quell’esperienza di ascolto creava qualcosa di diverso: non solo informazione, ma immersione. E ho pensato che anche il nostro Paese avesse storie che meritavano di essere raccontate così, con cura, tempo, intonazione, ritmo».

Il podcast sembra richiedere fiducia reciproca: chi parla si espone, chi ascolta si concede.
«Esatto. È un patto. Chi ascolta decide di restare, e questo è un gesto raro oggi. Il podcast restituisce un valore al tempo e lo fa senza rumore visivo. La voce costruisce un rapporto: più personale, più intimo, più umano».

Parliamo di pubblico: chi ascolta davvero podcast in Italia oggi?
«È un pubblico trasversale, ma tendenzialmente più giovane e più curioso della media. Non è ancora universale, e forse non lo sarà mai. Chi ascolta podcast cerca qualcosa di diverso: vuole capire, non solo scorrere. Vuole una pausa consapevole dal flusso continuo dei social. E credo che ci sia grande fame di contenuti pensati con profondità».

E dal punto di vista creativo? Qual è la sfida maggiore nel fare un podcast narrativo?
«La scrittura. Spesso si pensa che l’audio sia improvvisazione, spontaneità assoluta. In realtà i podcast più efficaci sono quelli scritti con precisione, ritmo, economia delle parole. Ci vuole tempo per togliere, per scegliere il suono giusto, la pausa giusta. Il podcast è un medium di sottrazione».

Oggi molti podcast diventano anche video. Un arricchimento o un rischio?
«Un’evoluzione naturale. Il punto però è non perdere l’essenza. Il video può ampliare il pubblico, ma l’audio nasce per lasciare spazio all’immaginazione. Sta a noi non snaturarlo. Credo che la sfida sarà mantenere la qualità narrativa mentre si esplorano nuovi formati».

Quando si parla di comunicazione, inevitabile arrivare alla politica: l’audio può aiutare a ricucire un rapporto con i cittadini?
«Sì, se è fatto con onestà. La voce costringe a spiegare, a costruire un ragionamento. Non è il luogo del titolo urlato o della battuta a effetto: è il luogo del ragionamento. E lo spazio del ragionamento è anche lo spazio della democrazia».

C’è un discorso storico che oggi consiglieresti di riascoltare?
«Molti. Penso all’intervento di Aldo Moro poco prima del rapimento, o all’ultimo discorso di Berlinguer. Non per nostalgia, ma perché ci ricordano che la politica è fatta anche di profondità, visione, linguaggio. Oggi abbiamo bisogno di riascoltare parole che aspiravano a costruire, non solo a convincere».

Finale inevitabile: serve essere un po’ “svitati” per produrre contenuti oggi?
«Se per “svitati” intendiamo sperimentare, non seguire percorsi già battuti, assumersi il rischio di non piacere subito, allora sì. Credo che serva coraggio, e anche un po’ di sana testardaggine. Innova­zio­ne significa questo: cercare spazi nuovi, senza paura».

E forse è questa la vera lezione di “Svitati & Content”: in un mondo che corre, chi osa rallentare, ascoltare e far ascoltare, chi crede che la voce possa ancora toccare le coscienze, sta già facendo qualcosa di rivoluzionario. Perché il futuro dei contenuti non è fare più rumore, ma dare più senso.

“Svitati & Content”: dove il digitale incontra cultura, cura e ascolto

A Saluzzo arriva “Svitati & Con­tent”, l’anteprima del festival “Svitati” dedicata al mondo della comunicazione digitale. Un’intera giornata, l’8 novembre, pensata per chi crea, studia o semplicemente vive i contenuti online e vuole farlo con maggiore consapevolezza e qualità. L’idea è semplice e potente: oggi tutti comunichiamo, ma farlo bene è un’arte e una responsabilità. Per questo il programma alterna workshop, talk e momenti esperienziali con protagonisti capaci di trasformare i social e l’audio in spazi di conoscenza e racconto. Ci saranno, tra gli altri, la creator saluzzese Cooker Girl (Aurora Cavallo), il divulgatore scientifico Dario Bressanini, Lorenzo Pregliasco e Lorenzo Baravalle con il progetto “Qui si fa l’Italia”, il team di Frame – Divagazioni Scientifiche e Fran­cesco Quarna di Radio Deejay. Dalla realizzazione di podcast alla comunicazione scientifica, dalla cucina digitale alla costruzione di community, la giornata punta a mostrare che un contenuto non è solo intrattenimento: può formare, orientare, accendere curiosità. Non un evento per “addetti ai lavori”, ma una chiamata per chiunque creda che il web sia una piazza reale: un luogo dove scegliere ascolto, profondità e stile, invece di rumore e fretta. A Saluzzo, il futuro digitale parte dall’umanità delle storie e da chi sa raccontarle.

BaNNER
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