L’opinione di Nicoola Graziano

«A Lampedusa arrivano barconi carichi di bambini soli: non fuggono soltanto dalla guerra ma dalle carestie, dalla mancanza di cure e di futuro»

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IL FATTO
L’emergenza umanitaria legata ai tanti profughi che raggiungono le coste italiane con imbarcazioni di fortuna non accenna a ridimensionarsi e non va dimenticata

«A Lampedusa arrivano barconi carichi di bambini soli, in fuga dalla fame e dalla guerra». L’immagine che il presidente di Unicef Italia, Nicola Graziano, ha consegnato all’opinione pubblica è di quelle che restano scolpite. È un monito e insieme una richiesta, quella di guardare anche oltre le cifre. I numeri non svelano i volti, specie quando sono di minori senza più nessuno al mondo.
Graziano è un magistrato napoletano da pochi mesi alla guida dell’Unicef nazionale, ha raccontato così la realtà delle ultime settimane: «Sono bambini che hanno dieci o undici anni. Partono da soli o assieme a coetanei incontrati per caso. Non fuggono solo dalla guerra, ma da carestie, mancanza di cure, assenza totale di futuro. Il Mediterraneo per loro non è una frontiera, ma una possibilità di vita».
Le sue parole arrivano mentre le guerre imperversano, i flussi migratori tornano ad aumentare e il dibattito politico si irrigidisce. Graziano non si sofferma sulla polemica, ma sulla sostanza: «L’Italia è il primo approdo, ma anche la prima responsabilità. Chi sbarca qui non chiede privilegi, chiede protezione. Per i bambini, la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia è chiara: ogni minore deve essere messo in sicurezza, accolto, ascoltato. Non ci sono eccezioni». A Lampedusa l’Unicef collabora con le autorità e le organizzazioni locali per garantire assistenza immediata. «Abbiamo psicologi, mediatori culturali, operatori che aiutano i ragazzi a superare lo shock. Alcuni hanno attraversato il deserto, altri hanno visto morire genitori o fratelli durante la traversata. È difficile anche solo immaginare il peso di quelle esperienze».
Il presidente parla con un tono che alterna fermezza e commozione. «Quando arrivi sull’isola e li vedi scendere, smarriti e silenziosi, capisci che non esiste emergenza che giustifichi l’indifferenza. L’accoglienza non è una scelta politica, ma un dovere morale». Graziano ricorda anche i segnali positivi: la generosità dei cittadini, il lavoro dei volontari, la rete di famiglie affidatarie che in silenzio apre le porte. «L’Italia sa essere un Paese accogliente e molte persone lo dimostrano ogni giorno. Ma servono politiche coordinate, corridoi umanitari per i minori soli, e soprattutto una visione: investire sull’infanzia oggi significa costruire pace domani». Da magistrato conosce le procedure e i limiti del sistema, ma da presidente dell’Unicef rivendica un principio semplice: «Ogni bambino è figlio di tutti. E se si salva un bambino, si salva il futuro».
Nel suo appello non c’è retorica, ma la lucidità di chi ha visto troppo per voltarsi dall’altra parte. «Dobbiamo smettere di chiamarli “profughi” o “migranti”. Sono bambini, punto. E ogni bambino ha diritto a essere protetto, amato, nutrito. Nessuno dovrebbe mai nascere per salire su un barcone». Un concetto chiarissimo. Poi abbassa la voce: «A volte mi chiedono se dopo tante tragedie riesco ancora a sperare. Rispondo di sì. Perché ogni volta che uno di quei piccoli ti sorride, dopo giorni di viaggio e paura, ti accorgi che la speranza è più forte di tutto».