Alex Pompa non c’è più. E non solo perché oggi porta il cognome della mamma: Cotoia. Non c’è più perché s’è messo alle spalle una vita d’inferno e un lungo incubo giudiziario, così, finalmente, a 23 anni, può godersi una serenità mai conosciuta.
Alex usava il fondotinta per nascondere i segni lasciati sul collo dal padre violento, Alex conosceva il bruciore delle cinghiate e il tremore delle minacce, Alex soffriva per la mamma vessata in nome d’una gelosia assurda e l’abbracciava forte ogni sera, temendo di non ritrovarla al risveglio. Alex viveva nella paura, condivisa con lei, Maria, e con il fratello Loris, senza trovare la forza di denunciare: «Inutile che chiamiate i carabinieri: non arrivano in tempo. Vi ritrovano tutti i morti. Vi faccio a pezzettini» urlava l’orco, spesso ubriaco e ancora più irascibile.
Alex, il 30 aprile del 2020, appena diciottenne, ha ucciso il papà con 34 coltellate nella casa di Collegno. Lo ha fatto per proteggere la madre, per fermarne una «gelosia patologica» e l’«insopprimibile desiderio di imporsi sui familiari», per arginare una rabbia in quel momento incontrollabile che poteva avere conseguenze tragiche. Un bravo ragazzo disperato e intimorito, deciso a difendere la famiglia, non un violento che reagisce a violenza. Lo hanno detto subito tutti, i professori e gli amici, e la ricostruzione del «contesto a dir poco drammatico» spiega più d’ogni testimonianza. Assoluzione in primo grado: legittima difesa. Condanna in appello: sei anni e due mesi. Appello bis dopo l’annullamento della Cassazione. Nuovo processo e assoluzione. Sentenza impugnata dalla Procura generale di Torino arroccata alla tesi dell’omicidio volontario. Adesso la parola fine, messa dalla Cassazione, Quinta sezione penale, che ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno riconosciuto la legittima difesa putativa: né rabbia né vendetta, né odio né frustrazione, ad armare Alex è stata la convinzione che il padre potesse fare del male alla mamma, a lui o a Loris: «Si è difeso fino a quando ha constatato che il padre era inerme» e ci sono elementi «idonei a indurre nell’imputato la ragionevole persuasione di trovarsi in pericolo».
Alex, ascoltato il verdetto, ha chiesto tre volte ai legali se davvero fosse finita. Poi ha esclamato di poter finalmente tornare a vivere e di desiderare solo tranquillità. Ha cominciato un’esistenza nuova a Treviso, lontano da casa, dove ha trovato un benefattore, l’imprenditore Paolo Fassa, che, credendo fin dall’inizio alla sua innocenza, ne ha sostenuto le spese legali e lo ha anche assunto nella sua azienda, reparto comunicazione e marketing in linea con la laurea conseguita nel frattempo. «È un bravo ragazzo, non volevo pagasse colpe non sue». Accanto a lui la fidanzata Sara, sempre presente in questi anni duri, stillicidio di processi e indagini, alternanza di disperazione e speranza. Restano un macigno dentro («È veramente difficile avere sulle spalle il peso di aver ucciso mio padre per salvare la mia famiglia. Sotto il punto di vista psicologico dico di aver già ricevuto il mio ergastolo» ha detto in un podcast) e un appello a denunciare la violenza domestica: «Bisogna farlo per essere ascoltati, anche se ci vuole tanto coraggio perché una donna vittima di violenze sa perfettamente che, nel caso in cui il marito, il compagno o il fidanzato viene a sapere della denuncia per lei potrebbe essere la fine. Noi non siamo riusciti a denunciare per paura».
La fine dell’incubo
Alex Cotoia assolto definitivamente: uccise il papà violento non per odio o vendetta, ma per proteggere la mamma aggredita. Dopo l’inferno familiare e lo stillicidio dei processi, a 23 anni può iniziare a vivere



|
|







