La democrazia non è un bene acquisito una volta per tutte. È un processo fragile, che si rinnova giorno dopo giorno. La sua sopravvivenza dipende dalla capacità dei cittadini di restare vigili, partecipi e consapevoli. È questo il messaggio che emerge dalle riflessioni qui raccolte per presentare il workshop “Che ne sarà della democrazia liberale?”, organizzato dal Cespec di Cuneo, Centro Studi sul Pensiero Contemporaneo, di cui Sergio Carletto è vicepresidente e animatore, con il sostegno della Fondazione Crc.
L’appuntamento è in programma in questi giorni, fino al 7 novembre (cespec.it/workshop), con incontri e dibattiti che trasformano la città in un laboratorio di idee e di cittadinanza attiva. Tra i relatori ospiti figurano studiosi e protagonisti del dibattito pubblico come Valentina Pazé e Francesco Clementi, insieme a Ezio Mauro, Francesco Costamagna e Mario Del Pero. A guidare gli incontri, i moderatori Stefano Sicardi, Angela Maria Michelis e lo stesso Sergio Carletto, intervistato sui temi del workshop. «Negli ultimi anni sono emerse le cosiddette “democrature”, regimi che mantengono una facciata democratica ma che in realtà si fondono su un consenso costruito più sull’emozione che sulla ragione». In Europa orientale e non solo, aggiunge, «crescono forme di consenso elettorale che non si basano su programmi concreti, ma su ondate emotive e identitarie». I social network, con la loro immediatezza e la forza simbolica degli emoji, «hanno un ruolo decisivo in questo processo: diffondono messaggi semplici, identitari, spesso polarizzanti». Il rischio, avverte, «è che la democrazia si logori proprio mentre la partecipazione cresce nei movimenti dal basso».
Il concetto stesso di “popolo” diventa ambiguo. «Chi lo invoca raramente pensa alla pluralità dei cittadini: più spesso immagina una massa indistinta da guidare o manipolare» osserva Carletto. «Per questo la parola andrebbe usata con cautela, perché dietro la sua apparente neutralità si nasconde il rischio di appropriazione». Eppure, nonostante la crisi di fiducia nelle istituzioni e la distanza percepita dalla politica, resta aperta la domanda su cosa possa fare un cittadino comune per difendere la democrazia liberale. «La risposta sta nell’impegno quotidiano: informarsi, partecipare, sostenere un giornalismo libero e critico, non rinunciare a esercitare i propri diritti. La democrazia non si difende solo con le grandi scelte, ma anche con i piccoli gesti di responsabilità individuale».
Se Carletto mette in luce i rischi interni alle democrazie europee, il professor Giovanni Borgognone, storico delle idee politiche, esperto di cultura politica statunitense e docente all’Università di Torino, sposta lo sguardo oltreoceano. «La democrazia americana è stata a lungo un modello globale, un mito del Novecento», ricorda. «Ma la sua crisi non nasce oggi: affonda le radici nei primi anni Duemila, dopo l’11 settembre, quando la leadership statunitense ha iniziato a mostrare i suoi limiti». I giudizi, spiega, «sono sempre stati contrastanti: da chi accusa gli Stati Uniti di imperialismo a chi continua a considerarli un esempio virtuoso». In realtà, «il modello americano ha iniziato a incrinarsi proprio mentre le relazioni internazionali entravano in una fase caotica, con alleanze a geometria variabile e regimi in continua trasformazione».
Non si tratta solo della personalità dei presidenti, sottolinea Borgognone, «ma di una crisi più profonda che riguarda il modello stesso della liberal-democrazia americana e, insieme, quello della globalizzazione economica. Entrambi, oggi, appaiono in difficoltà». Negli Stati Uniti, aggiunge, «la democrazia ha subito torsioni che alcuni definiscono autoritarie: l’uso estensivo dei poteri esecutivi ha messo in secondo piano il ruolo del legislativo e aperto conflitti con il potere giudiziario». Parallelamente, «la globalizzazione ha perso slancio: lo dimostrano i dazi, le politiche protezioniste, la riscoperta dei confini nazionali. La stessa America che aveva promosso l’apertura dei mercati sembra non crederci più».
L’era Trump ha accentuato questa tendenza, dando alla democrazia americana un tratto nostalgico. «È l’idea di un ritorno a un’età dell’oro in cui l’America era “davvero grande”, con un forte elemento etno-nazionalista legato alla crisi della classe media bianca», spiega Borgognone. «Un passato forse mai esistito davvero, ma mitizzato e assunto come modello».
La polarizzazione che oggi divide gli Stati Uniti non è un fenomeno improvviso, ma il risultato di un lungo processo. «Trump ne è l’ultima espressione, non la causa», chiarisce. «Le radici affondano nelle guerre culturali che hanno attraversato il Paese: aborto, pena di morte, diritto alle armi, educazione. Temi che hanno alimentato divisioni profonde, proprio mentre le differenze economiche tra i due grandi partiti sembravano attenuarsi».
Oggi la polarizzazione non riguarda solo le élite politiche, ma l’intero elettorato. «L’America appare divisa in due blocchi contrapposti, e le maggioranze nette, un tempo possibili, sono sempre più rare. Questo ha conseguenze dirette sul funzionamento delle istituzioni e sulla stabilità del sistema politico».
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