«Amica o nemica la lingua diventa rapporto con la vita»

Federica Fracassi ci accompagna nel percorso dedicato alla scrittrice ungherese Agota Kristòf

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Capelli rossi e sorriso aperto, volto affilato, spiritoso, decisamente plastico, fisico esile addestrato dalla danza classica, suo primo amore, Federica Fracassi è attrice originalissima: per attitudine e vocazione. Curiosa quanto basta da avere voluto incontrare maestri come Car­melo Bene, Luca Ronconi, Thierry Salmon, indipendente ancora di più da essersi ritagliata uno spazio tutto suo, di creatività e azione, che l’ha portata a collaborare con artisti da lei stessa convocati, per condividere idee e progetti inediti. Il più recente chiude un percorso dedicato alla scrittrice ungherese Agota Kristòf realizzato in collaborazione con Fanny&­Ale­x­ander (compagnia ravennate fondata da Luigi De An­gelis e Chiara Lagani nda) iniziato con “La trilogia della città di K” ed evolutosi con la messa in scena de “L’Analfabeta”, autobiografico racconto di uno sradicamento sofferto e mai ricucito, che si manifesta in­nanzitutto nella lingua.

Partiamo dalla lingua.
«Per Agota Kristòf il rapporto con la lingua diventa rapporto con il mondo e con l’esistenza. L’Ungheria dell’infanzia rappresenta per lei il luogo mitico a cui tornare con la memoria, quando ci si sentiva onnipotenti, la vita in mano e la lingua patria era la via di accesso alla lettura e alla scrittura».

Una lingua uccisa a step, come ha già avuto occasione di dire.
«Prima con il tedesco, lingua della vicina Germania, legata al dolore e alla guerra, poi con il russo che dopo l’invasione dell’Ungheria era diventata d’obbligo anche nelle scuole, e poi con il francese, la terza lingua nemica, quando fu costretta a seguire il marito in Sviz­zera contro la sua volontà».

Eppure nella terza lingua nemica ha scritto le sue opere.
«Il suo non è un difetto di ap­prendimento ma emotivo. Cre­do che l’ungherese sia stato per lei come una corda a cui era appesa con le mani sanguinanti perché non voleva lasciarla andare. E il suo francese è secco, tagliente, senza emozioni, che sono tutte trattenute nel fondo».

Ma riportate a galla con la messa in scena.
«La mia domanda era se e come fare arrivare l’universo di Agota a un pubblico emotivo e sentimentale com’è il pubblico italiano. Io quando recito sto sui fatti, faccio un lavoro in sottrazione, mi concentro su un dettaglio, la scrivania, l’orologio, e questo mi aiuta a spostare il resto, a fare spazio all’emozione».

Una cosa analoga la faceva Agota stessa quando lavorava in fabbrica: “Le macchine hanno un ritmo, come i versi. E per scrivere poesie la fabbrica va benissimo”, è proprio una frase sua.
«Infatti. All’inizio era costretta a lavorare in fabbrica poi quando avrebbe potuto andarsene, sceglie invece di restare proprio perché la fabbrica le permetteva di mantenere intatto lo spazio della scrittura che sarebbe durato tutta la vita. La sua ostinazione mi piace, non è da mulo, ma intelligente, strategica».

E lo spettacolo la ritrae spesso alla scrivania mentre si sente il rumore di un ticchettio di orologio, ma evoca anche gli altri personaggi. Un monologo con tanti interlocutori che prendono vita.
«Lo spettacolo utilizza tanti linguaggi della scena, video, suoni, luci e il rappresentare tanti personaggi è parte integrante della drammaturgia che procede tra presenza ed evocazione».

Rispetto alla “Trilogia della città di K” come avete lavorato sulla drammaturgia?
«Là io ero la voce narrante, l’autrice che evocava e faceva apparire i diversi personaggi interpretati da altri attori, qui ci sono io sola che evoco le figure che il pubblico vede grazie a video preregistrati. Ma l’assunto è sempre lo stesso perché tutti i suoi scritti sono autobiografici, alcuni con mascheramenti e invenzioni ma sempre mossi dalla sua storia personale. “L’Analfabeta” usa una lente che guarda verso l’interno, la “Trilogia” verso l’esterno».

Come l’è venuta l’idea di mettere in scena opere non teatrali?
«Mi affascina proprio questo: trasportare in teatro scritture non nate per il teatro. Amo le lingue torrenziali da avvicinare in un gioco di immaginazione. Se sento una musica dentro alla scrittura me ne innamoro perché penso che ad alta voce quella scrittura risuoni. Se il testo è scritto per la scena è come se il lavoro fosse già stato fatto».

Si sente un po’ simile ad Agota?
«Io ero una bambina timida e visionaria, che viveva una vita parallela, alternativa a quella reale, ma quando ho proposto al Piccolo Teatro di Milano la “Trilogia” non avevo in mente me come interprete. Avevo invece pensato subito a Fanny&A­lexander per la re­gia».

Infatti la regia è molto identificativa del loro lavoro.
«Una regia che utilizza dispositivi tecnologici precisi che fanno sì che la finzione scenica portata al massimo grado racconti la vita e quel che succede nel mondo. La biografia di Agota, così legata alla guerra e allo sradicamento, richiama la vita di tante donne migranti che muoiono sul confine e la fotografia di lei che lamenta di parlare una lingua che la sua stessa figlia non capisce mi commuove sempre».

Faccio un salto indietro nel suo curriculum fino a “Le sedie” di Ionesco con Michele Di Mauro e la regia di Valerio Binasco: anche lì, pur nella surrealtà del testo, c’era un mondo in rovina con due sopravvissuti illusi di non essere soli.
«Due esseri umani soli sulla terra tenuti insieme da una logorrea svuotata di senso, forte soltanto del loro amore, ma senza nessuno che verrà ad ascoltarli».

Eppure si preparano per tenere nientemeno che una conferenza.
«Ne “Le sedie” c’è non soltanto lo smembramento della parola, il bla bla bla privo di senso di due anime solitarie, ma c’è un salto nella metateatralità in cui due vecchi vestiti da circensi, un po’ felliniani, ci dicono che il teatro è il luogo dove tornare per parlare e raccontare, per far vivere le illusioni».

 

Alessandra Bernocco