«Il lavoro è il cuore del benessere collettivo»

Dal “Violoncello del Mare” di Arnoldo Mosca Mondadori alle testimonianze di chi trasforma la fragilità in forza

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Questa è la storia di una serata speciale, per un programma speciale, per persone speciali.
Un compleanno che diventa racconto condiviso: sul palco del Teatro Sociale di Alba, la Fondazione Industriali celebra il suo primo anno con musica, parole e visioni. Questa è la cronaca di testimonianze, emozioni e verità che restituisce il senso profondo del lavoro buono: dignità, speranza, futuro. Una serata che non si limita a festeggiare, ma documenta, illumina, commuove. E ci ricorda che ogni storia è un passo verso una società migliore. E più giusta.

Un anno che vale una visione
«Oggi celebriamo un anno, un solo anno, che a noi sembra molto di più» dice la presidente della Fondazione Giuliana Cirio, con la voce che vibra nell’antica bomboniera del Teatro Sociale. È l’inizio di un racconto che ha il passo della visione e il tono dell’affetto. «Un anno di impegno, ascolto e costruzione per muovere i primi passi verso un’idea ardita che si fa realtà». La Fondazione Industriali nasce da un impulso «forte, concreto, visionario» degli imprenditori cuneesi e sceglie di non avere confini. «Il nostro nome non limita l’azione a un territorio – precisa Cirio – perché il lavoro è ovunque, e ovunque ci sono persone che meritano una possibilità».
Racconta un anno come una storia che cambia qualcosa. «Nasce per colmare il divario tra la domanda di lavoro delle persone fragili e l’offerta spontanea delle aziende. Per creare un incontro a metà strada tra chi cerca e chi offre».
Con forza che commuove: «Il lavoro non è solo reddito. È libertà, dignità, autorealizzazione, cittadinanza».
Nel primo anno la Fondazione ascolta, mappa, costruisce. Crea una piattaforma digitale che incrocia disponibilità e profili, grazie anche al contributo di Tesi e del suo Ceo Giuseppe Pacotto. Affronta le fragilità di migranti e detenuti. «Parliamo con direttori, operatori, educatori. Ascoltiamo storie di chi vuole ricominciare». Apre nuo­vi fronti: crisi aziendali, lavoro fem­minile, dialogo con i Comu­ni. «Dietro ogni crisi ci sono persone, famiglie, competenze» dice. E il pubblico annuisce. «La Fondazione interviene affinché le donne possano lavorare anche quando si prendono cura di figli piccoli o familiari anziani». Guarda avanti. «Nel prossimo anno daremo vita a una rete di volontari: manager in pensione, professionisti, persone che vogliono mettere a disposizione tempo ed esperienza». Conclude: «Continuia­mo su questa strada, convinti che, attraverso il lavoro, ogni persona realizzi sé stessa e il benessere collettivo, come recita l’articolo 1 della Costitu­zio­ne». Applausi. Un senso di co­mu­nità resta sospeso nell’aria come promessa condivisa.

La voce del legno, la voce del mare
«Questa sera facciamo qualcosa insieme a voi». La voce è mite, quasi sussurrata, eppure ogni parola di Arnoldo Mosca Mondadori (foto 4), presidente della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, sembra scolpita nel silenzio. Tiene tra le mani un violoncello, ma non è solo uno strumento. «Questo violoncello era una barca. Questa sera sentirete suonare barche, non strumenti». Rac­con­ta di Lampedu­sa, 2021. «Arriva una barca di sei metri e mezzo. Scende un bambino, a piedi scalzi, da solo. Ha l’età di mio figlio. E io mi chiedo: “Perché lui no, mio figlio sì?”». Quelle barche, considerate corpi di reato, vengono distrutte. Lui le porta nella liuteria del carcere di Opera. «Arrivano cento barche. E da quel legno, cinque detenuti costruiscono il Violino del Mare. Poi questo violoncello». «Non sono assi colorate per bellezza. Sono assi vere, su cui hanno viaggiato persone. Persone che ce l’hanno fatta e persone che non ce l’hanno fatta». Poi chiama Issei Watanabe. Preludio n. 1 in do maggiore di J. S. Bach. Un suono struggente. «Ha suonato una barca. E la speranza».
Infine il Quartetto del Mare (foto 3). «Barche trasformate da chi era scartato. Tornano a Lampedusa con Riccardo Muti. Davanti al mare suonano uno Stabat Mater. Con la bellezza».

Il drago, il teatro, il lavoro buono
Un lunghissimo silenzio, quasi immobile sotto un occhio di bue. Monologo. «Ho un segreto da bambino, devo dirlo, altrimenti mi scoppia dentro». Guglielmo Giuliano (foto 5 a sinistra), napoletano, lo confessa con voce spezzata e ironia tenera. Tutti hanno già deciso per lui: «Postino, otorino, fattorino… o ruba motorino?». Ma lui no. Vuole diventare Baby Drag. «Un drago potente, da ‘ffa invidia a ‘o Vesuvio’! Io posso! Io posso fare!». Poi il sogno si chiude. «Mi ritrovo nella mia torre, con porte e finestre chiuse. La famiglia. La mia mamma». Il teatro lo incontra in carcere. «Trovandolo, trovo anche me stesso». Grazie alla compagnia Voci Erranti scopre lavoro, dignità, possibilità. «Oggi lavoro in una ditta privata. Sono orgoglioso». Bruno Mellano (foto 5 a destra), che nella Fonda­zio­ne segue il carcere, lo ascolta, voce ferma: «Il lavoro è il centro di ogni incontro. Le persone chiedono lavoro per ritrovare dignità e nuove forme di libertà». Ancora: «Il carcere non può essere solo pena. Deve essere recupero, reinserimento. Il lavoro buono fa davvero la differenza. Per loro, per noi, per una società più sicura».

Mamme, lavoro e ironia: il diritto di esistere
«Noi siamo “Mammedimerda”. Dipende anche dai giorni». Francesca Fiore e Sarah Malnerich (foto 6) salgono sul palco con voce tagliente e affettuosa. «Dal 2016 decostruiamo gli stereotipi sulla maternità. Siamo autrici, performer, creator e forse attiviste».
Parlano di figli, lavoro, congedi. «Se sei una di quelle donne naïf che ancora fanno figli e lavorano, ti troverai a farti domande: “Perché io ho cinque mesi di congedo e il padre solo dieci giorni?”». Poi i dati. «Nel 2023 le donne richiedono 14,4 milioni di giornate di congedo parentale. Gli uomini 2,1 milioni. Lo strumento è paritario, ma gli uomini non lo usano. Temono di sembrare meno competitivi». «Solo tre bambini su dieci hanno accesso al nido. Al Sud, uno su dieci. Gli altri nove? Le altre madri?». «Esisto­no madri di serie A e B. Noi vogliamo che ogni madre e padre possano scegliere liberamente, senza sensi di colpa o ostacoli invisibili».

Fragilità, lavoro e futuro: un dialogo necessario
«Professoressa, chi sono oggi i fragili?» chiede Andrea Mala­guti (foto 2), direttore de La Stampa. «Non solo chi ha disabilità o ha perso lavoro» risponde Chiara Saraceno (foto 2), la filosofa prestata alla sociologia per studiare la famiglia in tutte le sue forme. «Oggi la fragilità è strutturale. È il contesto che rende fragili».
«Anche chi lavora resta povero – osserva Malaguti – quasi il 14% delle famiglie operaie vive in povertà assoluta».
«Il lavoro non garantisce nemmeno il minimo per vivere – ribatte Saraceno – il “lavoro buono” è pagato adeguatamente. In Italia è sempre più raro».
«E il salario minimo?»
«Il dibattito è archiviato. Ma ci sono contratti legali da 5 euro l’ora. Come si vive così?».
«E il Piemonte?»
«È periferico. Ha perso treni. I salari sotto la media nazionale».
«E la demografia?»
«Vendiamo più pannolini per anziani che per bambini. Viviamo più a lungo, ma nascono pochi figli. Non possiamo colpevolizzare i giovani: sono troppo pochi».
«Come invertire la rotta?»
«Togliendo vincoli a chi vuole fare figli. Valorizzando donne, giovani, migranti. È uno spreco sociale non farlo».

Un mondo al contrario
«Ah, quindi devo ancora parlare io?» scherza Andrea Mala­guti con Giuliana Cirio, mentre la presidente della Fondazione accompagna il pubblico alla fine della serata. «Allora preferisco farlo rapidamente se serve». Il direttore si ferma un paio di attimi, guarda la sala: «Voi siete un mondo al contrario. Vivia­mo in un mondo incattivito, dove la forza ha sostituito il diritto. Voi vi occupate di chi non ce la fa». «Giuliana, quando sei venuta al giornale a raccontare la Fondazione ho pensato: “Forse è matta e non ha capito lo spirito del tempo”». Ma i risultati parlano da soli. «Avete solo il 2% di disoccupazione. Aziende invidiate nel mondo. Poi esci da Alba e scopri che il mondo è diverso». «Questa iniziativa non è solo benemerita. È benedetta». Conclude con un sorriso che si fa riflessione: «Il lavoro buono è bilaterale. Lo creiamo ogni giorno, anche con le nostre scelte di consumo. Grazie per averci coinvolto».

Una chiusura che è un inizio
E così si chiude una serata che non è solo celebrazione, ma seme piantato nel terreno fertile della comunità. I soci della Fondazione sul palco con i bambini del coro del Sermig (foto 7) di Torino per cantare l’Inno di Mameli. Le luci si abbassano, ma resta accesa la consapevolezza che il lavoro buono è un atto d’amore, un gesto quotidiano che costruisce futuro. Questa è la storia di un compleanno che diventa promessa. Di un palco che diventa casa. Di parole che diventano azioni. Perché quando la dignità incontra l’ascolto, quando la fragilità incontra il coraggio, quando il lavoro incontra il cuore… allora sì, nasce qualcosa di speciale. E questa, davvero, è solo la prima pagina.

 

Ad Alba, uno spettacolo per raccontare il ponte che unisce chi produce e chi riparte

C’è chi fa impresa, e chi con l’impresa costruisce futuro. È nata nell’ottobre 2024 la Fondazione Industriali per la cultura d’impresa e per il lavoro Ets: un ente del terzo settore che non distribuisce assistenza, ma semina opportunità. Il lavoro diventa strumento di cura sociale, ponte tra chi produce e chi riparte. A promuoverla un gruppo di trenta soci uniti dal motto “insieme per il lavoro buono” che, simbolicamente, ha salutato la chiusura dell’evento (foto a sinistra), guidato dalla presidente Giuliana Cirio (foto 1): Banca Alpi Marittime, Giuseppe Bernocco (Tcn Srl), Alberto Biraghi, Giuseppe Braida, Maria Raffaella Caprioglio (Umana Spa), Claudio Costamagna (Europlast Srl), Mariano Costamagna (Imcos Due Srl), Matterino e Valentina Dogliani, Stefano Frandino (Sedamyl Spa), Angelo Gaja, Alessandro Gino (Gino Spa), Paolo Giuggia (Giuggia Costruzioni Srl), Bruno Mazzola (Abet Laminati Spa), Michelin Italiana Spa rappresentata da Simone Rossi, Andrea Merlo, Paolo Merlo, Giuseppe Miroglio, Gianluca Oliva (Prato Nevoso Spa), Giuseppe Pacotto e Marcella Brizio (Tesisquare), Oscar Parola (Ambiente Servizi Srl), Roberto Rolfo (Rolfo Spa), Egle e Matteo Rossi Sebaste (Golosità dal 1885 Srl), Riccardo e Federica Rossi (Ferwood Spa), Emiliano Paolo Rosso (Cuneo Lube Srl), Bartolomeo Salomone (Ferrero Spa), Gianfranco Sorasio (Eviso Spa) rappresentata da Lucia Fracassi, Paolo Spolaore (San Pio Società Cooperativa Sociale), Serena Tosa (Tosa Spa), Giovanni Viglietta (Viglietta Matteo Spa) e Confindustria Cuneo. L’organismo di controllo è affidato a Gianmarco Genta e Daniele Robaldo. Una squadra che non si limita a produrre: crea valore, e lo restituisce. È un patto generativo tra chi ha costruito il tessuto economico della Granda e chi oggi ha bisogno di rientrare, di ricominciare, di credere.