C’è un filo che vibra sotto le pagine dell’ultimo libro di Concita De Gregorio, “Di madre in figlia”. Non è un romanzo, ma un diario condiviso, un racconto intimo e corale che attraversa tre generazioni di donne: madre, figlia, nipote. Voci che si rispondono, si osservano, si tramandano forza e fragilità. Non sono le donne della sua vita, ma potrebbero esserlo. E in fondo, potrebbero essere anche le nostre. In questo libro c’è la vita che passa, che si trasforma, che lascia tracce. E c’è anche, inevitabilmente, il respiro di chi scrive: la giornalista, la madre, la donna pubblica e quella privata. Le abbiamo chiesto di raccontarci il cuore di questo diario, e di riflettere su ciò che resta, ciò che cambia, e ciò che può ancora salvarci.
Nel suo libro il filo che unisce le donne di una famiglia attraversa i decenni, come una memoria segreta che si rinnova. Quanto di autobiografico c’è in questo intreccio, e quanto invece ha inventato per dare voce a un sentire universale?
«Questo libro è diventato una cartina di tornasole della mia identità. Per tutta la vita adulta mi hanno chiamata “la giornalista”, anche sconosciuti. Ma io non mi sono mai sentita davvero tale. Ho studiato musica, teatro, avrei voluto essere un’artista. Poi, per una serie di accidenti, sono passata dalla tastiera del pianoforte a quella della macchina da scrivere. Scrivere è ascoltare. Le persone che ascolto si installano dentro di me. In questo senso, sì: c’è molto di me, ma non è una biografia. È un coro di voci che ho ascoltato e che ora vivono nella mia vita».
Madre, figlia, nipote: tre voci che attraversano il tempo, diverse eppure specchi l’una dell’altra. Che cosa resta identico, secondo lei, nel modo in cui le donne si tramandano coraggio e fragilità, e cosa invece cambia irrimediabilmente da una generazione all’altra?
«Nel libro ci sono tre generazioni. Voci che si confrontano, si tramandano forza e tenerezza. Ma tra una generazione e l’altra cambia tutto: il mondo, il linguaggio, i valori.
Le nonne e le nipoti riescono a dialogare con più libertà. Tra madre e figlia c’è sempre un canto di risentimento, uno sguardo giudicante. Agata, la nonna della nonna, parla una sola volta, ma è lei l’artefice della storia. Le nipoti stanno meglio con le nonne che con le madri. Il cuore del libro è questo: la possibilità di prendere in mano il proprio destino. Non puoi sempre determinare ciò che ti accade, ma puoi scegliere come reagire».
Leggendo alcune pagine sembra di ascoltare una lettera scritta alle figlie, ma anche a tutte le ragazze che verranno dopo di noi. Se dovesse scegliere un’unica frase da regalare a chi ha vent’anni oggi, quale scriverebbe in fondo a quella lettera?
«Vorrei avere sedici anni. Vorrei potermi identificare in questa adolescente, avere il tempo davanti per ricostruire la fiducia. Scriverei: “Fidati della conoscenza, fidati della competenza. Non lasciarti sedurre dall’elogio dell’incompetenza. Ognuno dovrebbe fare ciò che sa fare e aiutare gli altri con ciò che sa».
Leggendo le sue pagine si sente il respiro della sua stessa biografia, la giornalista e la madre, la Concita pubblica e quella privata. Quanto si è concessa di “mettere in scena” sé stessa e quanto, invece, ha preferito tenere in ombra?
«Ho messo in scena tutto, anche le pieghe più fragili. Viviamo in una società che ci impone di essere forti, performanti. Ma sono costrizioni mentali. Perché non si parla delle mestruazioni, della vita sessuale, della depressione? Succedono a tutte le donne del mondo. Eppure, ancora oggi, c’è chi ha paura di dire: “Vado dallo psicologo.” Ma meno male che ci vai».
Raccontare la malattia è un atto di coraggio, ma anche di amore. Si è mai chiesta se fosse troppo? Oppure le è sembrato naturale, come dire: “La vita è questa, e io la scrivo tutta, anche nelle pieghe più fragili”?
«Non è troppo. È la normalità dell’esistenza. Non so chi stabilisca la “giusta misura”. E la cura è il tema centrale. In italiano, “cura” è sia il farmaco che ti prescrive il medico, sia l’attenzione che hai per qualcuno. Mi curo abbracciando mio figlio, e mi curo facendo la chemio. La parola “cura” è come un’erba: può essere veleno o medicamento. Dipende dalla dose, dalla relazione, dal momento. L’amore è la stessa cosa. Può paralizzarti. “Senza di te morirei” non è amore, è una prigione. Io scrivo tutto. È molto, ed è normale».
Lei scrive sempre tenendo insieme il privato e il politico, l’intimo e il collettivo. Guardando l’Italia di oggi, ha la sensazione che siamo ancora capaci di prenderci cura gli uni degli altri, o ci siamo “abbruttiti” in un’indifferenza che rischia di cancellare la bellezza delle relazioni?
«O ci amiamo, o ci abbrutiamo nell’indifferenza. Io non generalizzo. Mi piace parlare delle persone, delle circostanze. E oggi vedo gesti formidabili: sfilate globali, 44 paesi, migliaia di persone che raccolgono tonnellate di cibo per chi non ne ha. Questo è umanità. Mi ricorda che c’è ancora luce».
In estrema sintesi, una battuta: Ci salveremo?
«Ci salveremo se torniamo a fidarci della conoscenza. Se torniamo a prenderci cura. Se ognuno fa ciò che sa fare, e lo mette a disposizione degli altri. Io ascolto. Qualcun altro cura. Qualcun altro guarda le stelle. Qualcun altro ci dice: “È stato un grande inganno.” Ma intanto, ci siamo ancora. E questo è già molto».
Di madre in figlia non è un libro che cerca di piacere, dice le cose come stanno. Concita De Gregorio non edulcora, non compiace: racconta.
Racconta la fragilità, la malattia, il legame tra generazioni, la fiducia nella competenza, il bisogno di cura. Lo fa con una voce che non cerca di essere rassicurante, ma vera. E alla fine, più che sentirsi consolati, ci si sente chiamati in causa. Perché la cura non è solo un tema letterario: è una responsabilità quotidiana. E la domanda “ci salveremo?” non ha una risposta definitiva, ma resta aperta. Come resta aperto il compito di ciascuno di noi.
CHI È
Giornalista e scrittrice, pisana di nascita, mamma catalana di Barcellona, padre toscano di origine siciliana. Laureata in scienze politiche, ha una formazione umanistica e una forte sensibilità civile. Sposata con un collega, ha quattro figli. E la sua vita privata è praticamente inviolabile
COSA HA FATTO
Ha iniziato la carriera a “Il Tirreno”. Nel 1998 a “la Repubblica”. Dal 2008 al 2011 ha diretto “L’Unità”, prima donna a farlo. Ha scritto saggi e romanzi, tra cui “Non lavate questo sangue. I giorni di Genova” e “Una madre lo sa”. Lavora in radio e in tv. Ha affrontato sfide personali e professionali con coraggio
COSA FA
Opinionista per “la Repubblica” con la rubrica Invece Concita. È una voce autorevole nel dibattito culturale e sociale di oggi. Conduttrice su “La7” e “Radio Capital”. In scena a teatro, continua a pubblicare libri. Gira l’Italia per presentare “Di madre in figlia”. Mercoledì 17 alle ore 21 sarà ospite al Castello di Racconigi.


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