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Maestre di Langa in lotta tra i banchi contro la povertà: “La malora non era lasciata a sé stessa”

Così Piera Magliano sul suo diario datato 1907: «La malora non era lasciata a se stessa, c’eravamo noi con i nostri libri e giuro che non ci siamo risparmiate»

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«Noi maestre di Lan­ga, si­amo state mae­stre si­len­ziose e caparbie, custodi di sapere e di sogni in terre aspre e solitarie. Nei paesi dell’Alta Langa e sulle montagne del Cu­neese, dove il vento porta via le voci e l’inverno si aggrappa alle case di pietra, abbiamo insegnato ai bambini a leggere il mondo prima ancora che i libri. Ogni mattina, il cammino per arrivare a scuola era lungo, tra sentieri fangosi e neve alta, ma ci attendevano volti curiosi, mani gelate e occhi spalancati sulla promessa di un futuro diverso. Ci siamo sedute accanto ai bambini, condividendo la loro tristezza e il loro divertimento. La scuola non era solo un luogo di nozioni, ma un focolare di umanità, in cui la bontà e la tenerezza erano gli unici veri strumenti di crescita».

Questa testimonianza arriva dal diario di Piera Magliano, maestra a Montemarino, custodito da Sergio Susenna, nipote di Piera. Novembre 1907: «I sentieri su queste colline innevate di Montemarino sono po­co più che tracce, serpeggianti tra le brulle alture e i bo­schi spogli. Il fango gelato si attacca ostinato agli zoccoli, rendendo ogni mio passo una fatica. Il vento, tagliente come una la­ma, fischia tra le case di pietra e si infila sotto lo scialle, mentre la neve cade lenta, implacabile, ricoprendo ogni cosa in un si­lenzio pesante. La mia scuola è situata in un borgo di poche anime, dove lotto ogni giorno contro la solitudine e la durezza della vita. Ho lasciato Bosia, il mio paese natio, per andare a vivere ad Alba con il cuore gonfio di speranze, ma qui, in questa terra distante da tutto, dove sono venuta a insegnare, il tempo sembra immobile. I miei alunni sono sette: visi smunti, mani arrossate dal ge­lo, occhi colmi di una saggezza precoce. Ieri due bambini mi hanno detto addio, partono con le loro famiglie in cerca di fortuna altrove. “Ci dispiace la­sciare la nostra scuola, so­prat­tutto lei cara maestra”, mi ha detto il più piccolo con gli occhi lucidi. “I nostri genitori fanno San Martino e ci portano via, in questo borgo non possiamo più stare”.

Qui si impara troppo presto che la scuola è un lusso, che l’inverno porta via tutto, an­che le persone. Le giornate a casa trascorrono lente, scandite dal ticchettio della sveglia a carica manuale e dal crepitio della stufa. Sembra incredibile, ma qui in questa casa anche il rumore di una sveglia può fare compagnia. Fuori, la neve alta mi impedisce persino di raggiungere la stalla per le veglie, unico mio conforto nelle lunghe notti solitarie. In casa il freddo filtra ovunque, mordendo i piedi mal protetti dagli zoccoli di legno. All’alba, quando il rintocco della campana rompe il silenzio, mi alzo dal letto con nuovo slancio. La mia scuola è l’unico lume acceso nell’oscurità dell’inverno. Una piccola stanza con due finestre laterali e una stufa alimentata a legna. Ogni giorno, con il poco che riesco a ottenere dai contadini, preparo una torta per i bambini, con farina e marmellata di mele fatte in casa. Quanta pa­zienza gettata al vento quando vedo sterili i miei sforzi! Mia madre mi diceva sempre “sulla terra vergine non si può seminare senza prima averla dissodata con un duro lavoro, il tuo compito è quello di coltivarla poco per volta”. I miei scolaretti si presentano a scuola privi di ogni più piccola nozione: non sanno parlare altro che il dialetto. Così il mio impegno diventa doppio, a volte disperato. Con questi bambini vorrei fare di più! Vorrei tenerli con me, in­segnare loro che il mondo non si ferma tra le quattro mura delle loro case, che fuori c’è uno spazio infinito dove possono trovare la loro pienezza.

Oltre a insegnare, avevo l’obbligo morale di occuparmi della loro salute. I bambini arrivano a scuola infreddoliti e con i piedi bagnati; prima di iniziare la lezione, devo essere sicura che non soffrano il freddo. Come potrei non farlo? Sono loro il motivo per cui sono qui. Ho il dovere di essere madre e maestra allo stesso tempo. Fuori dalla scuola, la mia vita è un duro isolamento. Penso ai miei genitori, ai miei fratelli lontani, attendo con ansia la veglia nella stalla o la Santa Messa, unici momenti di convivialità. L’inverno, per le maestre come me, è un’eterna condanna: le strade impraticabili, i rapporti umani ridotti al minimo. Questo mio scritto è perché tutto questo non si dimentichi, noi per prime abbiamo dato inizio a una rivoluzione cul­turale che ha dato a questa terra la possibilità di non essere abbandonata alla remissione. La malora non era lasciata a se stessa, c’eravamo noi con i nostri libri e giuro che non ci siamo risparmiate».

Piera Magliano, da quanto si sa, rimase a Montemarino ancora qualche anno, poi andò a lavorare in Costa Azzurra e infine a Parigi, dove la sua vita cambiò radicalmente. Non dimenticò mai il suo passato: quelle aule fredde, quei bambini dai piedi scalzi, quella lotta silenziosa con­tro l’ignoranza e la povertà. Questa storia non è solo la sua, ma di tante maestre delle Lan­ghe e non soltanto delle Lan­ghe, donne forti e combattive, madri di bambini soli e abbandonati nel mare della miseria. Come mia zia Mariuccia, che in­segnò per anni a Baratta di Cravanzana in Alta Langa e poi a piana Biglini, o Gennaro Cor­sini Carolina, che dedicò la sua vita all’istruzione a Niella Bel­bo e Borgomale. Donne che, con poco più di una lavagna e una stufa, salvarono generazioni dalla miseria culturale. Pochi hanno raccontato la storia di queste maestre dimenticate, segregate nei paesi montani, dove le distanze erano immense e i mezzi di trasporto quasi inesistenti.

Questo racconto è un omaggio a chi ha lottato, sfidando il gelo e la povertà, per accendere una luce nel cuore dei bambini. Perché l’istruzione è il primo passo verso la libertà.

Bruno Murialdo

BaNNER
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