Era un sognatore. Di quelli veri. Uno che parlava con i muri, ma non per solitudine, per colorarli. Li accendeva, li liberava. Giorgio Cardino dipingeva le pareti delle case e le tele con lo stesso spirito con cui si raccontano i sogni: con urgenza, con grazia, con fede. Organizzava mostre a chilometro zero, come si direbbe oggi, ma lui lo faceva per vocazione, non per moda.
Ricordo una mostra che fece a Barbaresco: caricò i quadri sulla prima corriera del mattino, arrivò che il sole ancora stava stiracchiandosi dietro le colline, e con calma, in silenzio, montò la mostra in una sala che sembrava aspettarlo. La sera riprese la corriera e tornò a casa. Nessuna fanfara, nessun clamore. Solo pittura, fatica e poesia. Conservo ancora qualche bottiglia di Barolo dipinta da lui. Piccoli totem.
Opere in equilibrio tra arte e vino, tra sacro e quotidiano. Le sue bottiglie non si stappano, si contemplano. Andavo spesso a trovarlo a casa sua. Viveva in una casa che era un mondo, o forse il contrario. Un labirinto fatto di pennelli, carte, muri che parlavano. Ogni stanza aveva qualcosa da dire, ogni parete era un’invocazione.
Era amico, quasi coinquilino, di Romano Levi, il poeta della grappa.
Due anime affini, due spiriti randagi. Chissà cosa si dicevano. Forse nulla. Forse tutto.
Simili ma diversi, diversi ma uguali nei loro sogni. Uno distillava poesia, l’altro la dipingeva. Giorgio Cardino se n’è andato tempo fa. Senza fare rumore, com’era suo costume.
Rovistando nel mio archivio, sono spuntate delle vecchie foto che gli avevo scattato.
Scatti che raccontano senza parole: la sua casa, i suoi occhi, i murales. Per lui, i murales erano essenziali. Non decorazione, ma dichiarazione. Luci accese sui desideri. Aperture verso l’altrove. La pittura lo teneva in vita. Gli dava vigore. Era un’energia ciclica: compiuta un’opera, ne nasceva un’altra. Un passaggio di torcia
Per lui, creare era un bisogno primario, come mangiare, come respirare. I sognatori bisogna tenerseli stretti. Non ce ne sono molti, e spesso passano tra noi come ombre leggere. Non fanno rumore, non chiedono nulla. Ma lasciano dietro di sé una scia che riconosci solo dopo, quando ti manca. La nostra Langa ha generato i paesi, e a ogni paese ha donato un matto. Un matto vero, di quelli che parlano una lingua strana fatta di arte, visioni, incastri impossibili. I matti sono considerati tali finché sono in vita. Si evita il loro sguardo, si teme il loro passo incerto.
Poi, un giorno, non ci sono più. E allora cerchiamo le tracce. E ne troviamo, eccome se ne troviamo. Abbiamo avuto Ligabue. Abbiamo avuto Dino Campana. Anime a metà tra la rovina e la rivelazione. Cardino era uno di loro, alla sua maniera. Quando se ne va un “matto”, non suona il campanello. Va via in punta di piedi, lasciandoci il compito di capire – troppo tardi – quanto fosse necessario.
Ma i creativi, i veri creativi, non muoiono mai davvero. Restano nei muri, nei vetri, nelle bottiglie, nei disegni. Nei ricordi. Io gli ho voluto bene. Quando passavo davanti a casa sua, alzavo gli occhi e cercavo i murales accanto alla porta. Erano dipinti che invocavano la poesia, che rompevano con il mondo di fuori per aprirne uno nuovo. Cardino non dipingeva solo con i colori, ma con l’anima. E oggi quell’anima vive ancora, su una corriera che vola oltre la luna.
BRUNO MURIALDO

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