
Mario Calabresi sa regalare magnifiche suggestioni con la sua newsletter chiamata Altre/Storie, fonte di ispirazione anche per i podcast della piattaforma Chora Media. Uno di questi racconti ha svelato il talento di Nicolò Filippo Rosso, fotografo documentarista originario di Busca ma cittadino del mondo. «Ho trentanove anni – ci dice –, più di dieci li ho vissuti in Colombia, viaggiando in tutto il Sud America e negli Stati Uniti. Dal 2020 però ho lasciato Bogotà e non ho una casa fissa».

In che senso?
«Mi muovo ovunque seguendo il mio lavoro».
Dove ha scattato le ultime fotografie?
«In Ciad».
Quindi ha attraversato anche il continente africano?
«Sì, ma non ero mai stato nell’Africa subsahariana prima di questo viaggio».
E adesso dove si trova?
«Sono a Busca, dove da un paio d’anni torno più spesso».
Riesce a fare un bilancio della sua attività?
«La disciplina fotografica comporta dedizione e solitudine. Allo stesso tempo, mi ha permesso di essere testimone di grandi vicende umane e di viaggiare in molti paesi del mondo. Dopo molti anni nelle Americhe, ora il lavoro si sta espandendo anche all’Africa e al Medio Oriente».
Un lavoro di approfondimento umano?
«Sì, e di ampio respiro. Lavori di grande durata come Exodus esplorano condizioni universali e attraverso il racconto dei protagonisti anche il significato di venire al mondo, di crescere e morire in movimento o lontano da casa».

Perché si è dedicato tanto all’America Latina?
«Ho iniziato a scattare fotografie in Colombia, durante alcuni viaggi una volta conclusa l’università. Con il tempo, il sentimento di libertà e avventura che mi accompagnava ha gradualmente lasciato spazio al mio desiderio di conoscere più a fondo la società colombiana, segnata dal conflitto e dalla disuguaglianza. Affrontare il fenomeno dell’immigrazione in America Latina ha rappresentato un momento di espansione geografica, portandomi dalla Colombia a viaggiare in quasi tutti i paesi del continente. Nelle Americhe, non ci sono campi per rifugiati. Le persone sono costantemente in fuga e le frontiere estremamente porose, spesso controllate da gruppi criminali. I paesi di accoglienza hanno poco da offrire, povertà e violenza raramente abbandonano i più vulnerabili».
Da cosa fuggono?
«In America Latina la mancanza di opportunità di lavoro, l’accesso limitato all’istruzione e la corruzione politica hanno alimentato cicli di violenza e movimenti forzati che sono allo stesso tempo i sintomi e le cause di società disgregate».

profughi di Adré.
Ciad, 2024
Nicolò Filippo Rosso
Quando è cominciata la sua esperienza?
«Nel 2016 ho lavorato per molti mesi in una penisola desertica al nord-est colombiano, documentando l’impatto di una delle miniere di carbone a cielo aperto più grandi del mondo sulla popolazione indigena e sul suo territorio, La Guajira. Ho documentato malnutrizione, mortalità infantile, difficile accesso all’acqua. I deserti de La Guajira sono una delle principali porte d’ingresso in Colombia. Dopo alcuni lavori per Bloomberg News, The Washington Post e altri clienti, frustrato dal non avere mai abbastanza tempo per risolvere le storie che incontravo, ho deciso di continuare il lavoro a livello personale, dando agli incontri il tempo necessario».
Per fare cosa?
«Per esplorare uno dei fenomeni cruciali del nostro tempo attraverso gli occhi di chi vive quel dramma, lontano da dati e cifre sull’immigrazione e la strumentalizzazione politica. Exodus è una sorta di mappa delle principali rotte migratorie del continente. Nel 2021, con una borsa di studio, sono andato in Honduras dove intere comunità stavano riemergendo dalla tremenda stagione degli uragani atlantici nel Centro America. Ho trovato una situazione gravissima, con le scuole sommerse nel fango e un’emergenza sanitaria. Mi sono messo al seguito della prima carovana di sfollati diretti verso nord partendo da San Pedro Sula».
E a quel punto?
«Mi sono ritrovato sulla sponda americana del Rio Grande e ho visto avvicinarsi un gruppo di persone. Ho riconosciuto l’accento venezuelano. In quel momento, mi sono reso conto di come l’impatto economico della pandemia avesse reso impossibile anche vivere in povertà in Colombia. Molti dei venezuelani dispersi in Sud America, stavano unendosi a milioni di centroamericani, africani, asiatici ed europei che cercano di raggiungere il nord del Messico, attraversare il confine, e cercare lavoro negli Stati Uniti, spesso dopo anni in movimento».
Ci sono flussi continui in tutto il Sud America?
«I viaggi durano mesi o anni. Alcuni ancora cercano di raggiungere il Cile, spesso trovando lavoro nell’edilizia. Le famiglie si spostano a tappe, cercando lavoro e risorse per continuare il viaggio. Nel deserto di Atacama, nel 2022, ho conosciuto una famiglia venezuelana che aveva già attraversato tutto il continente a piedi o con mezzi di fortuna. In ogni Paese avevano cercato il futuro e la tranquillità che sognavano. Avevano un figlio ecuadoriano, uno boliviano, e uno cileno. Anche il Cile aveva fallito le loro aspettative, e con l’intenzione di raggiungere gli Stati Uniti, si erano rimessi in marcia. In un passeggino, un bebè, in un altro, le valigie».

E in Brasile cosa succede?
«In Brasile non ho mai lavorato. Ma negli Stati Uniti, lungo la frontiera meridionale, i richiedenti asilo brasiliani sono sempre di più. Inoltre il Brasile, come il Messico, è un paese di transito per molte persone che arrivano con visti turistici dall’Europa dell’est, dall’Asia e dall’Africa. L’Europa è inaccessibile. Una fortezza».
Ha scattato foto in Europa?
«Ho lavorato in Turchia, recentemente. Anche l’Europa ha un muro, e al confine con la Grecia lo si può vedere. Siriani, afgani, algerini, iracheni si accampano in case abbandonate vicino al confine e tentano la sorte. Mi hanno raccontato che la polizia greca costringe gruppi di migranti, spesso afgani perché più poveri e ricattabili, ad organizzarsi in milizie e cacciare nuovi gruppi indietro, in Turchia».
Invece in Sud America?
«I migranti diretti in Messico che transitano dalla Colombia a Panama, affrontano la giungla del Darién, piena di pericoli. Quelli che arrivano in Messico in aereo lo fanno spesso acquistando pacchetti turistici venduti da agenzie che per qualche migliaio di euro in più creano il contatto con i trafficanti locali che li portano fino al muro con gli Stati Uniti, nei punti dove non è stato ancora completato e ci sono varchi in cui passare».

E chi arriva nel territorio americano cosa fa?
«Entra in un limbo, in attesa di essere registrato e di fare domanda d’asilo, con il rischio di essere espulso o deportato».
Ora Trump ha inasprito le misure.
«Aveva già adottato il vecchio Titolo 42 per espellere persone transitate da paesi in cui fosse presente una malattia trasmissibile, lo stesso Biden con quella legge ha poi respinto tanti migranti. Ora alla frontiera c’è un imbottigliamento».
Quali sono i suoi programmi?
«Sto per tornare negli Usa, seguirò una famiglia venezuelana che è in Michigan ma ha ancora una figlia in Messico in attesa di poter attraversare la frontiera. Altre attività? Dal 2020 lavoro regolarmente con le Nazioni Unite. Un giorno mi hanno chiamato proponendomi il Ciad e poi per seguire la crisi sudanese. Completata la missione, ho continuato a lavorare per Time, Internazionale, Zeit e altri clienti».

Una storia tra le tante?
«Mi viene in mente Lesvia, una ragazza dell’Honduras. Emigrata negli Stati Uniti con i suoi due figli, aveva trovato lavoro. Non conosco i dettagli dell’episodio che l’aveva portata in carcere, era stata arrestata per una rissa, separata dai figli. Dopo nove mesi veniva rilasciata ed espulsa in Messico. Ci siamo conosciuti in un centro di carità gestito da una chiesa di quartiere a Tijuana, nel 2021. Lesvia era disperata, piangeva senza potersi controllare, ignara di dove fossero i suoi figli e senza mezzi per incontrarli. Non aveva neanche un numero di telefono a cui potessi contattarla. Ho sperato che mi chiamasse, ma non l’ha mai fatto. Prima di salutarci le ho detto che avrei sempre usato la sua fotografia accompagnata da una didascalia con i nomi dei figli, età e luogo in cui erano stati visti per l’ultima volta, nel Tennessee, per lasciare una traccia…».
In che mondo viviamo?
«È un posto iniquo e violento, le migrazioni che osserviamo sono solo l’inizio di un immenso spostamento di persone nel pianeta. La nuova frontiera dei conflitti di oggi è l’impossibilità di documentarli. Giornalisti e fotografi sono un target. Penso a Gaza, al Sudan, all’Ucraina e ai colleghi che abbiamo perso. Finché disuguaglianza, prepotenza militare e colonialismo continueranno a spingere i più vulnerabili verso la povertà e la violenza, crisi migratorie di massa saranno in prima linea. Nel mondo il numero di persone costrette ad abbandonare la loro casa è salito a 120 milioni».