Miglior presentazione per la Fondazione Mirafiore non poteva esserci, considerando che arriva da un ospite speciale come Paolo Mieli, atteso domani (venerdì, alle 19) con la sua lezione: «Sono venuto spesso in quella che per me è casa Farinetti – ci ha detto – sempre in tempo di pace, poi quando nel mondo si sono affacciate le guerre, sono rimasto in disparte. Temevo di non ritrovare il clima di festa e cultura che rendeva direi unico al mondo, quel luogo. Faccio molta attività di dibattito, ma quella di Mirafiore è una festa particolare. Nella mia fantasia è molto legata alla pace e pensavo, appunto, che andarci in tempo di guerra sarebbe stato un po’ sciupare il ricordo di tantissimi anni in cui sono venuto».
E invece?
«Sfiderò il destino per due motivi. Uno, perché è giusto essere all’altezza di ogni situazione, non solo quando si sta bene (tra l’altro c’è sempre qualche angolo sperduto dell’universo in cui si combatte). In secondo luogo, perché mi sembra di buon auspicio: vedo alcuni timidi spiragli, come nel Libano, e allora penso che venire a chiacchierare con quei ragazzi, in quel clima, sia di buon augurio, un modo per approfittare del primo spiraglio e infilarcisi dentro, ognuno con il proprio contributo».
L’ultima volta ci eravamo sentiti per commentare il suo saggio “Ferite ancora aperte”. Ora “Fiamme dal passato” sottolinea il drammatico salto di qualità che c’è stato nel mondo?
«Le ferite ancora aperte di cui avevo parlato l’ultima volta che sono venuto lì, hanno ricominciato a sanguinare, anche copiosamente. Il senso del mio libro è andare a vedere perché le ferite si sono riaperte. E poi, in tutta la parte centrale, quali sono i momenti del passato remoto in cui si poteva già intravedere che queste ferite avrebbero ricominciato a risanguinare».
Servirebbe anche una cura…
«Ho già deciso che dopo questo incontro mi metterò a scrivere un nuovo libro il cui senso sarà come si fa a chiudere una volta per tutte queste ferite. Cioè basta metterci cerotti, le persone devono impegnarsi per una pace duratura e definitiva. Per i propri figli e nipoti».
È ciò che dirà al Laboratorio di Resistenza?
«Dirò che la nostra colpa in questo lungo dopoguerra è stata quella di accontentarci di suturare le ferite. Con due guerre che durano una da quasi tre anni e l’altra da oltre un anno, l’impegno deve essere diverso e non basta una tregua».
Il piccolo spiraglio di pace è solo un cerotto?
«Dubito che si aprirà un’autostrada per la pace. Ci vuole tempo, bisogna vedere. È una tregua di 60 giorni. Non dimentichiamoci le centinaia di bambini ucraini rapiti dai russi e i più di 100 ostaggi nelle mani di Hamas, oltre a mezza Ucraina distrutta, l’intera Gaza distrutta. Siamo nel pieno di un bagno di sangue di proporzioni mai viste in questo dopoguerra. Anzi, se ne sono viste: il massacro dei Tutsi e degli Hutu è stato terribile. Però mai così vicine a noi. La novità clamorosa è che laddove non si vedeva neanche la possibilità di una tregua, si è accesa una lampadina».
Nel libro si dice anche nel 2024 sono stati aperti 56 conflitti.
«È il risultato di due cose, uno di quella politica del cerotto: li mettevamo e poi cadevano. Secondo, e più importante: il mondo si è capovolto, questi conflitti sono tutti aperti in quello che definiamo il sud del mondo. Che ha preso forza, si è unificato, oggi esiste
quasi un fronte comune che unisce Russia, Cina, Iran, Sudafrica. In pratica gli Usa sono rimasti soli con un’Europa debolissima».
Che cosa significa?
«Che se andassimo a un confronto armato, non è detto che la parte più moderna del mondo lo vincerebbe. C’è anche un diverso senso della vita e della morte. Nel conflitto ucraino, da quello che si sa, su 100 morti, 80 sono dalla parte degli aggressori, 20 dalla parte degli aggrediti. E buttano lì i soldati nordcoreani che non conoscono nulla per quanto addestrati militarmente. Vivono quasi tutti sotto dittature e hanno un senso della morte diverso da quello che abbiamo imparato a conoscere in Occidente, dove vogliamo gli animali come esseri umani. Gli yemeniti, i nordcoreani che vengono a morire in Russia significano qualcosa. È una prova: guardate, noi siamo superiori numericamente e ben agguerriti, non pensiate che questo scontro si concluda con un pareggio».
In questo quadro mondiale l’Europa prima o poi dovrà pensare di dotarsi di un esercito?
«Io ironizzo abitualmente su questa evocazione dell’esercito europeo, perché ove mai ce ne fosse la necessità, sarebbe l’ultimo tassello di un percorso che non siamo riusciti a fare né in epoca di pandemia né in epoca di guerra. La nuova leadership europea è stata eletta per il rotto della cuffia. Tutti i gruppi principali si sono divisi in 3-4 fazioni, sia a destra che a sinistra. Nel mondo l’Europa ha perso il terreno».
Liliana Segre è tornata sul discorso del genocidio a Gaza, specificando che non lo è. Lei cosa ne pensa?
«Chiunque abbia, non dico letto un libro, ma visto un film, sa cosa sono i genocidi. Le persone vengono prese, caricate su vagoni piombati e portate sui camion in campi di sterminio dove vengono uccise, questo è ciò che intendiamo per genocidio. È successo in modo simile in Ruanda o con gli armeni. Poi ci sono le guerre, si possono commettere crimini di guerra. Se le guerre sono spietate, possono essere qualificate come crimini contro l’umanità. È possibile che la bomba sui Hiroshima e Nagasaki sia un crimine contro l’umanità. Ma il genocidio è una cosa completamente diversa. È un termine evocato per voler pareggiare il conto con la Shoah. Nel mio libro ho dedicato molte pagine a dire l’orrore che provo per quello che è stato fatto a Gaza. Ma perché devo essere costretto ad affermare che è un genocidio? È come se mi dicessero che ci sono le streghe. Alla fine della guerra si vedrà. Nell’atto d’accusa del Sudafrica alla Corte dell’Aja contro Israele si dice che è in atto un genocidio dal ’48, dalla costituzione di Israele. Ma la popolazione palestinese da allora è aumentata 7-8 volte e quindi è un caso unico nella storia in cui un genocidio provoca la moltiplicazione in dimensioni notevoli, mentre la popolazione d’Europa è rimasta pari. Il ricorso a quella parola è malizioso».
Ha portato a teatro “Era d’ottobre”, dove racconta la rivoluzione russa, altro evento storico.
«In realtà l’ho sospeso con l’inizio della guerra. Ma quelle che si pagano oggi in Ucraina sono anche conseguenze della Rivoluzione d’ottobre in modo del tutto paradossale. Putin in ogni discorso critica Lenin perché concesse l’indipendenza all’Ucraina e loda Stalin perché gliela tolse. Per paradossale che sia, la Rivoluzione d’ottobre significò una patria, un’indipendenza. Sono i paradossi della storia, quello che venne dopo fu l’inizio di un’epopea infausta. Ho sospeso uno spettacolo che ha avuto enorme successo, perché rischiava di generare confusione nello spettatore».
CHI È
Giornalista e storico, conduce su Rai3 e Rai Storia la striscia quotidiana “Passato e presente” nella quale affronta i grandi eventi storici in campo nazionale e mondiale attraverso il racconto e l’analisi dei protagonisti con il coinvogimento di esperti e ricercatori universitari
COSA HA FATTO
Ha diretto il quotidiano La Stampa e successivamente, in due periodi tra gli anni ’90 e Duemila, il Corriere della Sera. In seguito ha assunto la carica di direttore editoriale di Rcs
COSA FA
Domani sera (giovedì alle 19) sarà ospite del Laboratorio di Resistenza Permanente con la lezione dal titolo “Fiamme dal passato” che trae spunto dal suo ultimo libro edito da Rizzoli
e dedicato alla storia dei conflitti nel mondo

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