«Adattarsi alla realtà è la chiave del successo»

Julio Velasco ospite di Be4Innovation a Cherasco per spiegare la leadership

0
1

Incontrare Julio Velasco è sempre un momento speciale, specie se condividi passioni come quelle per il volley e la letteratura argentina, per lo sport in generale e la cultura sportiva in particolare. L’ex ct della pallavolo nazionale, oggi responsabile tecnico delle giovanili azzurre maschili, è passato nei giorni scorsi dall’Hotel So­maschi – Monastero di Chera­sco dove ha partecipato a un’altra tappa del percorso formativo per imprenditori organizzato da Be­4Innovation con la formula consolidata dell’Alambicco Acade­my. Vela­sco è uno dei personaggi che hanno fin qui impreziosito questi appuntamenti itineranti, lasciando informazioni mai ba­nali. Come l’aneddoto che il coach ha raccontato all’inizio dell’evento per spiegare la sua visione: «Nella vita ho sempre cercato di adattarmi alla realtà. Ricordo quando da ragazzo in Argentina, assieme ad altri universitari, ci incontravamo sulle spiagge di Mar del Plata per giocare a beach volley. Io ero un giocatore con tanta grinta e mi arrabbiavo se un mio compagno di squadra commetteva errori. E ancora di più quando mi diceva: qui sulla sabbia non riesco a saltare come in palestra, e poi il vento e il sole… Io rispondevo sempre: questa è la realtà, come vuoi fare? Devi adeguarti, visto che non c’è alternativa». Un principio riproposto poi nella carriera da allenatore: «Quando ci si riuniva i primi tempi con lo staff per preparare il lavoro settimanale, c’erano sempre lamentele. Io dicevo: va bene, è un momento di sfogo, ora quali sono le proposte?». Questo per rendere l’idea. Velasco è un tipo schietto: «Qua­le messaggio lascio agli imprenditori? Nessuno, non faccio corsi di formazione manageriali, chi mi invita sa che non ho mai diretto un ufficio o un’azienda. Racconto semplicemente la mia esperienza e riferisco aneddoti, tutte quelle cose che mi hanno fatto acquisire esperienza e che hanno cambiato la mia mentalità, il modo di relazionarmi con lo sport. È giusto decontestualizzare cose che per chi fa sport sono naturali. Perché a volte si parla a sproposito di gioco di squadra e leadership. Si dice che si è vinta una partita grazie al gioco di squa­dra, senza contare che anche quella avversaria è una squadra…».

Qual è l’energia che trasmette lo sport?
«Ha una forza emotiva enorme nella società moderna. Insieme alla musica, si tratta delle due attività più emotive e più popolari. Però a volte questo fa sì che si seguano delle mode. Se l’allenatore vincente ha una certa caratteristica, allora per essere leader si crede che si debba essere come lui. Ma non c’è un solo modo. Insomma, cerco di combattere i luoghi comuni che di solito non aiutano a crescere».

E qual è oggi lo stato di salute dello sport in Italia?
«Palestre, campi e piscine sono pieni. Dall’altra parte, abbiamo il problema delle scuole. Non c’è sport alle elementari, ce n’è poco alle medie. C’è molto da fare, mentre nel settore privato il movimento è notevole».

È cambiato il linguaggio dello sport?
«Tutto evolve e ci sono tanti modi per affrontare il tema, io cerco di semplificare perché quando frequentavo l’università, se la lezione del professore era uguale a quella del libro me ne stavo a casa. La semplificazione è sempre importante, senza sminuire i concetti complessi. Poi ognuno porta la sua esperienza, però è chiaro che si deve partire da una ricetta chiara. Ecco, per esempio, nella ricetta della carbonara dovrebbero scrivere che non si deve mettere l’uovo nella pentola calda. Io la prima volta ho commesso questo errore. Era diventata una frittata. Non basta dare la ricetta ma serve illustrarla nel modo completo».

C’è anche chi complica una ma­teria che sarebbe semplice?
«Eh, l’arte del complicare le cose è una specialità tutta italiana, così come gli americani a volte semplificano troppo. Ci vorrebbe una buona via di mezzo, però semplificare serve a capire».

Sui social ci sono professori che raccontano bene argomenti complessi.
«Sull’argomento social io sono analfabeta, non li ho, non li guardo. I tutorial sì, li seguo. Uso internet per il mio lavoro, ascolto i Ted. Il vero problema dell’informazione oggi è che c’è una quantità di notizie enorme e non si sa chi sia autorizzato a selezionarle. Quando si leggevano solo libri, le case editrici facevano selezione, far pubblicare un libro non era così semplice. Oggi da una parte questa democratizzazione dell’informazione è una cosa molto positiva, dall’altra i giovani – anche gli allenatori o i preparatori – se cercano un titolo, trovano mille articoli e come fanno, non possono leggere tutto. Ecco, sempre più una delle funzioni delle università e degli enti culturali d’alto livello sarà quella di selezionare le in­formazioni. Dare consigli su qua­li siano gli articoli più interessanti su un determinato tema».

Torniamo al volley: perché il Piemonte non ha una squadra in A1 maschile e quattro in quella femminile?
«L’eccellenza è una questione fondamentalmente economica, le squadre di A costano molto: una volta c’era il Cus Torino, poi Cuneo e oggi, tra le donne, c’è Novara. Dipende dai momenti. Per quanto riguarda il settore giovanile, quello della pallavolo femminile è esploso rispetto al maschile. La proporzione è 7 a 1. Ma è normale perché la pallavolo femminile rappresenta ciò che per i maschi è il calcio. Quasi tutti vogliono giocare a calcio, mentre tra le ragazze il 90 per cento sceglie la pallavolo. Parlo di sport di squadra».

Quindi cosa deve fare il volley maschile?
«Puntare di più sul reclutamento, c’è grande concorrenza. Non è vero che i ragazzi fanno meno sport, ne fanno di più ma hanno molte scelte: Nelle piscine non mai c’è posto, una volta pochissimi volevano fare nuoto. Un altro problema nel maschile è che si pretende di iniziare con i bambini molto piccoli e questo è un errore. Cioè va bene farlo, ma non per abbandonare i ragazzi una volta che scelgono il calcio. Anch’io giocavo a calcio, a pallavolo ho cominciato a 15 anni. Quando uno vede che nel calcio non ce la fa perché c’è una selezione enorme oppure perché l’ambiente non gli piace, può rientrare nella pallavolo. Ci sono tanti giocatori che avevano iniziato con il calcio. Qui spesso si dice: è tardi. Non è mai tardi. Negli Usa iniziano da grandi. Quando sei piccolo è difficile ricevere, alzare e soprattutto attaccare, ma i maschi se non attaccano si annoiano. Le ragazze meno».