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«Risposta globale contro le minacce alle democrazie»

Rula Jebreal: «I segnali da Usa e Italia non vanno sottovalutati» «Lagarde, Von der Leyen e Metsola, è una bella notizia che tre donne siano ai vertici dell’Europa. Ma conta che siano competenti. Biden si è dichiarato femminista e ha aperto una strada. Jacinda Ardern in Nuova Zelanda è stata straordinaria»

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A febbraio riceverà una laurea honoris causa in Scienze Po­litiche all’Università di Messina per il suo impegno nello studio dei movimenti autoritari che tornano per minacciare le democrazie. È un argomento che le sta a cuore, ma non è l’unico. In ogni caso, li affronta tutti con forza.

Rula Jebreal, che cosa succede alle democrazie?
«Le democrazie occidentali sono sotto attacco, non solo negli Stati Uniti da sempre considerati la madre di tutte le democrazie mondiali. Qui la minaccia non arriva da un nemico esterno come vent’anni fa con Al Qaida e il terrorismo globale, stavolta la destabilizzazione è interna e il ri­schio di attacchi è domestico: negli Usa c’è un massiccio movimento popolare e autocratico con un leader politico che detta la linea, un fomentatore di una destra golpista, e il 40% della popolazione che considera le istituzioni illegittime ed è pronto a fare ricorso alla violenza, come abbiamo visto il 6 gennaio dello scorso anno a Capitol Hill. Siamo entrati negli anni bui del­l’A­me­rica, una prova generale verso le elezioni di “mid-term” del prossimo novembre e soprattutto per il 2024. Questa minaccia è globale e anche l’Europa è nel mirino».

Perché?

«Perché le dittature nel mondo guardano a questi movimenti con grande interesse e favore. Per loro è sempre stato un problema avere come vicini di casa Paesi democratici. È vero che la democrazia è minacciata da questi regimi, però è vero anche il contrario. Le Costituzioni antifasciste ratificate dopo la Seconda Guerra Mon­diale oggi sono ritenute divisive, c’è chi preferisce distruggere questi valori invece che condividerli».

È una situazione a rischio an­che per l’Italia?

«Non è un caso che Trump fosse contrastato da Germania e Fran­cia, molto meno dall’Italia. E non è un caso che lo stratega, ora indagato, che guidò la rivolta del 6 gennaio, ovvero Steve Bannon, abbia scelto l’Italia: perché è un laboratorio politico, per poter consolidare una deriva autoritaria. Bannon si è reso conto che qui c’è una destra estrema, come Casa Pound o gli squadristi che attaccarono la sede della Cgil, e assomiglia molto a quella dei gruppi radicalizzati americani, disposti a uccidere. La democrazia oggi è destabilizzata non da carri armati e invasioni esterne ma da alcuni cittadini pronti anche a sparare».

Il Governo italiano attuale sembra aver recuperato una forte intesa con l’amministrazione americana.

«Sta facendo però poco per mettere al bando e criminalizzare questi estremisti. In America il dibattito sui media vede uniti molti opinionisti di destra e sinistra a difesa della democrazia e della Costituzione, perché la minaccia colpisce tutti. In Italia invece si tende a minimizzare, ignorare questa minaccia grave. Qual è la matrice? Non puoi avere dubbi quando vedi bandiere naziste al funerale di una attivista, i saluti romani o le persone che attaccano la sede della Cgil. L’allarme è suonato, dobbiamo rendercene conto. L’Italia ha il dovere di fare qualcosa in più. L’intesa con Biden è straordinaria, Draghi ha rafforzato l’alleanza trans-atlantica, farà parte della sua eredità politica».

Che cosa succede al confine tra Ucraina e Russia?

«Qui si vede che la coalizione della destra estrema è consolidata. Un’invasione della Russia in Ucraina è un attacco contro le democrazie occidentali, le alleanze trans-atlantiche. Biso­gne­rebbe chiedere agli estremisti in Italia con chi si schiereranno: resteranno dalla parte della legalità internazionale oppure sosterranno Putin?».

Chi è Putin, a suo giudizio?

«L’ex capo del Kgb, i servizi oggi Gru, alleato di Trump, Urban, Lukashenko. L’“honey trap” è un mezzo molto utilizzato dai servizi segreti: soldi o sesso. È così che personaggi istituzionali come Trump diventano una minaccia internazionale, perché sono ricattabili. Non è una questione di moralità, non giudico questo, ma se sei un capo di Stato devi avere attenzione, altrimenti tutto sarà usato contro di te e contro il tuo Paese. Quello che sta accadendo in Ucraina ti fa capire che Putin, visto il percorso democratico ucraino, sta intervenendo per proteggere il suo regime».

Parliamo della condizione del­la donna nel mondo: a che punto siamo?
«È straordinario che per tre cariche importanti in Europa ci siano al momento tre donne: Christine Lagarde a capo della Banca Cen­trale, Ursula von der Leyen alla Commissione e Roberta Metsola al Parlamento. L’Europa è sempre più inclusiva, qui parliamo di donne competenti. La mia battaglia è per la parità di genere, per uomini e donne. Straziante invece vedere che le donne in Afgha­nistan sono tornate a essere invisibili, segregazione ed esclusione totali».

Il modello resta quello maschile?

«È triste per una donna doversi adeguare agli stereotipi per essere accettata. In Nuova Zelanda una ragazza giovanissima, Jacinda Ardern, ha guidato il Governo nella pandemia e ha avuto anche una figlia, ha vinto la sfida della ripresa. Ha chiesto ai parlamentari di ridursi lo stipendio del venti per cento. Ai famigliari delle vittime di un attacco terroristico ha detto: “Sento il vostro dolore”. Poi ha bandito la vendita di armi. Ha governato con il cuore e cervello e la gente l’ha premiata. Se fai vedere che la democrazia funziona, allora gli estremisti non hanno spazio».

E se il nuovo presidente della Repubblica fosse una donna?

«Mi ripeto: donna qualificata. Mi aspetto che venga eletto un presidente o una presidente all’altezza delle grandissime sfide che ci attendono, lungimirante, onesto e morale, con un profilo eccellente. Quando è stato eletto, Biden ha dichiarato: “Io sono femminista”, una ragazzina di 15 anni lo ha ap­plaudito emozionatissima, ave­va capito che quell’uomo tanto più grande avrebbe saputo rappresentarla, con tutta la differenza di età e di cultura. Mi auguro che il nuovo presidente italiano rappresenti i valori nazionali e protegga la democrazia».

Come si esce dalla pandemia?
«Una crisi globale non si risolve con risposte locali. Tanti Paesi poveri non hanno budget per poter vaccinare, se si fossero unite le forze saremmo già fuori dall’emergenza. Speravo che l’Italia guidasse questa proposta durante il G20 italiano. I nazionalismi fanno male alla salute come alla democrazia. I nazionalismi del vaccino non funzionano».

La pandemia è un banco di pro­va per il futuro soprattutto del­l’Occidente?

«Abbiamo crisi enormi, climatiche, sanitarie, crisi delle democrazie e pandemie. Per non parlare del movimento, presente ovunque, dei no-vax. Con manifestazioni violente dove i no-vax paragonano la campagna vaccinale all’Olocausto mentre minacciano di morte scienziati e operatori sanitari, è un segnale che non possiamo sottovalutare. È in questi contesti che le idee di destra estrema trovano nuova linfa. Anche questa è una minaccia che, come le altre tipologie di crisi, si affronta con risposte globali e per farlo dobbiamo fortificare le istituzioni internazionali e consolidare le alleanze pro democrazia».

A febbraio riceverà una laurea honoris causa in Scienze Po­litiche all’Università di Messina per il suo impegno nello studio dei movimenti autoritari che tornano per minacciare le democrazie. È un argomento che le sta a cuore, ma non è l’unico. In ogni caso, li affronta tutti con forza.
Rula Jebreal, che cosa succede alle democrazie?
«Le democrazie occidentali sono sotto attacco, non solo negli Stati Uniti da sempre considerati la madre di tutte le democrazie mondiali. Qui la minaccia non arriva da un nemico esterno come vent’anni fa con Al Qaida e il terrorismo globale, stavolta la destabilizzazione è interna e il ri­schio di attacchi è domestico: negli Usa c’è un massiccio movimento popolare e autocratico con un leader politico che detta la linea, un fomentatore di una destra golpista, e il 40% della popolazione che considera le istituzioni illegittime ed è pronto a fare ricorso alla violenza, come abbiamo visto il 6 gennaio dello scorso anno a Capitol Hill. Siamo entrati negli anni bui del­l’A­me­rica, una prova generale verso le elezioni di “mid-term” del prossimo novembre e soprattutto per il 2024. Questa minaccia è globale e anche l’Europa è nel mirino».

Perché?
«Perché le dittature nel mondo guardano a questi movimenti con grande interesse e favore. Per loro è sempre stato un problema avere come vicini di casa Paesi democratici. È vero che la democrazia è minacciata da questi regimi, però è vero anche il contrario. Le Costituzioni antifasciste ratificate dopo la Seconda Guerra Mon­diale oggi sono ritenute divisive, c’è chi preferisce distruggere questi valori invece che condividerli».

È una situazione a rischio an­che per l’Italia?
«Non è un caso che Trump fosse contrastato da Germania e Fran­cia, molto meno dall’Italia. E non è un caso che lo stratega, ora indagato, che guidò la rivolta del 6 gennaio, ovvero Steve Bannon, abbia scelto l’Italia: perché è un laboratorio politico, per poter consolidare una deriva autoritaria. Bannon si è reso conto che qui c’è una destra estrema, come Casa Pound o gli squadristi che attaccarono la sede della Cgil, e assomiglia molto a quella dei gruppi radicalizzati americani, disposti a uccidere. La democrazia oggi è destabilizzata non da carri armati e invasioni esterne ma da alcuni cittadini pronti anche a sparare».

Il Governo italiano attuale sembra aver recuperato una forte intesa con l’amministrazione americana.

«Sta facendo però poco per mettere al bando e criminalizzare questi estremisti. In America il dibattito sui media vede uniti molti opinionisti di destra e sinistra a difesa della democrazia e della Costituzione, perché la minaccia colpisce tutti. In Italia invece si tende a minimizzare, ignorare questa minaccia grave. Qual è la matrice? Non puoi avere dubbi quando vedi bandiere naziste al funerale di una attivista, i saluti romani o le persone che attaccano la sede della Cgil. L’allarme è suonato, dobbiamo rendercene conto. L’Italia ha il dovere di fare qualcosa in più. L’intesa con Biden è straordinaria, Draghi ha rafforzato l’alleanza trans-atlantica, farà parte della sua eredità politica».

Che cosa succede al confine tra Ucraina e Russia?

«Qui si vede che la coalizione della destra estrema è consolidata. Un’invasione della Russia in Ucraina è un attacco contro le democrazie occidentali, le alleanze trans-atlantiche. Biso­gne­rebbe chiedere agli estremisti in Italia con chi si schiereranno: resteranno dalla parte della legalità internazionale oppure sosterranno Putin?».

Chi è Putin, a suo giudizio?
«L’ex capo del Kgb, i servizi oggi Gru, alleato di Trump, Urban, Lukashenko. L’“honey trap” è un mezzo molto utilizzato dai servizi segreti: soldi o sesso. È così che personaggi istituzionali come Trump diventano una minaccia internazionale, perché sono ricattabili. Non è una questione di moralità, non giudico questo, ma se sei un capo di Stato devi avere attenzione, altrimenti tutto sarà usato contro di te e contro il tuo Paese. Quello che sta accadendo in Ucraina ti fa capire che Putin, visto il percorso democratico ucraino, sta intervenendo per proteggere il suo regime».

Parliamo della condizione del­la donna nel mondo: a che punto siamo?
«È straordinario che per tre cariche importanti in Europa ci siano al momento tre donne: Christine Lagarde a capo della Banca Cen­trale, Ursula von der Leyen alla Commissione e Roberta Metsola al Parlamento. L’Europa è sempre più inclusiva, qui parliamo di donne competenti. La mia battaglia è per la parità di genere, per uomini e donne. Straziante invece vedere che le donne in Afgha­nistan sono tornate a essere invisibili, segregazione ed esclusione totali».

Il modello resta quello maschile?
«È triste per una donna doversi adeguare agli stereotipi per essere accettata. In Nuova Zelanda una ragazza giovanissima, Jacinda Ardern, ha guidato il Governo nella pandemia e ha avuto anche una figlia, ha vinto la sfida della ripresa. Ha chiesto ai parlamentari di ridursi lo stipendio del venti per cento. Ai famigliari delle vittime di un attacco terroristico ha detto: “Sento il vostro dolore”. Poi ha bandito la vendita di armi. Ha governato con il cuore e cervello e la gente l’ha premiata. Se fai vedere che la democrazia funziona, allora gli estremisti non hanno spazio».

E se il nuovo presidente della Repubblica fosse una donna?

«Mi ripeto: donna qualificata. Mi aspetto che venga eletto un presidente o una presidente all’altezza delle grandissime sfide che ci attendono, lungimirante, onesto e morale, con un profilo eccellente. Quando è stato eletto, Biden ha dichiarato: “Io sono femminista”, una ragazzina di 15 anni lo ha ap­plaudito emozionatissima, ave­va capito che quell’uomo tanto più grande avrebbe saputo rappresentarla, con tutta la differenza di età e di cultura. Mi auguro che il nuovo presidente italiano rappresenti i valori nazionali e protegga la democrazia».

Come si esce dalla pandemia?

«Una crisi globale non si risolve con risposte locali. Tanti Paesi poveri non hanno budget per poter vaccinare, se si fossero unite le forze saremmo già fuori dall’emergenza. Speravo che l’Italia guidasse questa proposta durante il G20 italiano. I nazionalismi fanno male alla salute come alla democrazia. I nazionalismi del vaccino non funzionano».

La pandemia è un banco di pro­va per il futuro soprattutto del­l’Occidente?

«Abbiamo crisi enormi, climatiche, sanitarie, crisi delle democrazie e pandemie. Per non parlare del movimento, presente ovunque, dei no-vax. Con manifestazioni violente dove i no-vax paragonano la campagna vaccinale all’Olocausto mentre minacciano di morte scienziati e operatori sanitari, è un segnale che non possiamo sottovalutare. È in questi contesti che le idee di destra estrema trovano nuova linfa. Anche questa è una minaccia che, come le altre tipologie di crisi, si affronta con risposte globali e per farlo dobbiamo fortificare le istituzioni internazionali e consolidare le alleanze pro democrazia».

BaNNER
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