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«Un dizionario dialettale vale come cento romanzi»

Ernesto Ferrero è tra gli ospiti più attesi a Bosia A Napoleone ha dedicato un’opera di narrativa e diversi saggi (uno uscito da poco): «Si occupava di tutto perché sapeva tutto documentandosi»

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«Ho partecipato con piacere al­le altre e­di­zioni del premio, su invito di un carissimo amico come Sil­vio Saffirio, che a Bosia ha ca­sa. Gli invidio affettuosamente il suo incantevole “buen retiro”. A Bosia mi sento a casa. I miei avi venivano dal­l’Alta Langa di Mom­bar­caro, da dove sono scesi a Torino capitale nel 1861 per avviare un’attività imprenditoriale nel campo del vermouth e dei liquori. Dunque ritrovo un’a­ria, una sostanza umana, uno stile di vita, un linguaggio che mi sono congeniali».

È un sentimento di “sorridente amicizia” verso l’Alta Lan­ga (come, non a caso, lo definisce Silvio Saffirio) quello che emerge dalle prime parole dello scrittore, critico letterario e storico torinese Er­nesto Ferrero a IDEA, in vista della sua partecipazione al Premio Ancalau del 20 giugno a Bosia. Ferrero entrerà a far parte della “Hall of Fame” dell’evento, per le qualità intellettuali, manageriali e umane che ha ampiamente dimostrato nel corso dei suoi primi 83 anni di vita.

Dottor Ferrero, da grande studioso di Napoleone, tenendo conto di cosa ha “osato o­sa­re” il generale corso, possiamo considerarlo un “ancalau” ante litteram?
«Lo frequento da molti anni ma continua a sorprendermi. La sua start-up l’ha avviata durante la prima campagna d’Italia, poi si è premiato da solo. Era molto attento all’a­gricoltura. Ha pensato e agito in grande, ma partendo da una solida base di conoscenze, di competenze, programmando accuratamente, prevedendo sempre un piano B. Aveva la memoria e la rapidità di elaborazione di un computer di oggi».

A Napoleone ha dedicato il romanzo premiato allo Strega e vari saggi. Cosa le dice in più, rispetto ad altri grandi per­sonaggi del passato?
«Quello che mi affascina di lui sono le straordinarie qualità di manager, uomo di Stato, ge­­store della complessità. Non era solo un generale che ha cambiato il modo di fare la guerra, ma anche e soprattutto un geniale ministro delle Finanze, dell’Industria, della Cultura, dell’Istruzione, della Giustizia. L’uomo del Codice Civile, del Louvre, delle grandi opere. Si occupava di tutto perché sapeva tutto documentandosi».

Ha mai provato a immaginare Na­poleone alle prese con il Covid?
«Napoleone ha dovuto affrontare una drammatica epidemia di peste tra Egitto e Palestina. Lo ha fatto da par suo: capacità organizzativa, lucidità, ma anche soccorso psicologico agli ammalati. Non ha avuto paura di andare a visitarli a Giaffa».

Il suo penultimo libro è dedicato alla figura di San Francesco. A chi le ha chiesto conto di comunanze tra lui e Napoleone, ha risposto che sono due “estremisti”.

«Il loro estremismo era diverso e opposto. Napoleone voleva conquistare il mondo per rifarlo, ma operava con la violenza; Francesco voleva riportare gli uomini alla radicalità del messaggio evangelico, alla fraternità di un amore che tut­to dà e niente chiede, e si spoglia di ogni bene terreno. Era troppo anche per la Chiesa».

A quale “estremista” di oggi varrebbe la pena dedicare un libro, a suo avviso?
«Oggi gli estremismi che vedo sono tutti negativi. Gli estremisti del bene ci sono sempre (penso a tante madri di famiglia, a tanti volontari), ma si na­­scondono nel silenzio del loro concreto fare quotidiano».

Da un grande francese a un grande piemontese, torinese, e in parte anche doglianese. Insomma, Giulio Einaudi. Cosa ha significato lavorare con lui?
«A Einaudi devo tutto, ma non solo io. Nei primi decenni del dopoguerra il suo catalogo è stato la vera università degli italiani. C’è molto di Dogliani in lui e nel suo grande padre Luigi. È il rapporto con la terra, l’amore per il lavoro ben fatto, il sapere che si pianta oggi per raccogliere tra cinque anni. Gli Einaudi sono i campioni di quella borghesia colta, civile, illuminata, alla Olivetti o alla Pirelli, che purtroppo in Italia è sempre stata un’esigua minoranza. I nostri mali vengono di lì».

Negli anni all’Einaudi e an­che dopo lei si confrontava con figure quali Bobbio, Cal­vino, Levi. Oggi sono rare le figure di questo livello. È più colpa nostra (della società) o vostra (degli intellettuali)?

«È colpa di tutti, della forsennata accelerazione dei nostri ritmi di vita (ma per andare do­ve?). Una volta c’era il tempo di maturare, crescere, studiare, approfondire. A­des­so gli uomini sono coltivati in serra, in colture forzate, devono andare in vendita il più presto possibile. Per questo sanno di poco, come certe fragole insapori che sono soltanto piene d’acqua e non dan­no niente al di là del colore».

Ha ricoperto ruoli importanti; alcuni erano solitari come lo scrittore, il critico, lo storico mentre altri, come il direttore del Salone del Libro, del­l’Einaudi, della Gar­zanti, ri­chiedono un confronto e una mediazione costanti. È difficile far convivere le due modalità?
«Credo che la solitudine della scrittura e il lavoro di gruppo si possano integrare benissimo. Basta pensare a Pavese, grande editore, Calvino, Vit­torini, la Ginzburg. Per me, e per tanti, la casa editrice è sta­ta una scuola insostituibile. Bobbio diceva che alle riunioni del mercoledì lui imparava moltissimo. Era proprio così».

Lei è traduttore dal fran­cese di Celine, Flaubert e Perec. C’è un espressione che “invidia” alla lingua francese?
«“Imparare a memoria” in francese si dice “par coeur”, col cuore. È stupendo. Anche il piemontese, come tutti i dialetti, è una miniera di me­raviglie. Consiglio sempre a tut­ti la lettura dei dizionari dialettali, dove stanno riflesse intere civiltà: quelli piemontesi di Vittorio di Sant’Albino e del prete Zalli di Chieri (che comprende anche il latino e il francese), quello milanese del Cherubini, che Manzoni teneva sul tavolo. Valgono cento romanzi».

Quale è la pubblicazione che è più contento di aver dato alle stampe in vita sua?

«Credo che il libro di memorie einaudiane, “I migliori an­ni della nostra vita”, sia quello che mi rappresenta me­glio».

Tutto quello che ha studiato, imparato, scritto ed elucubrato in oltre 80 anni, unito agli incontri straordinari che ha fatto nel corso della sua vita, le hanno permesso di arrivare a elaborare un insegnamento da lasciare in eredità ai propri nipoti?

«L’insegnamento non si fa con le parole, si fa con i comportamenti, con i piccoli gesti quotidiani di dedizione, rispetto, gentilezza, capacità di ascolto. I bambini introiettano quello che vedono in casa. Il disastro di troppi ragazzi d’oggi sono i loro genitori assenti, incapaci di trasmettere valori che non siano incultura, sfruttamento del prossimo, piccole e grandi furberie».

BaNNER
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