«Dopo l’emergenza ci sarà una ripresa mai vista prima»

De Filippi: «le aziende dovrebbero investire proprio adesso» Il vicedirettore del Tg5: «L’Italia può andare forte nella meccatronica, nella mobilità a idrogeno e nel settore biomedicale. Nessuno poi batte le Langhe nel food. Ferrero un esempio perché oltre a mantenere una visione, negli ultimi anni ha fatto acquisizioni strategiche. Vaccini? Quelli a Rna aprono nuove prospettive ben oltre il Covid»

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Giuseppe De Filippi, come dobbiamo va­lutare la salute economica del nostro paese?
«Con attenzione e senza allarmismi. Si parla tanto delle innegabili difficoltà legate a questo periodo, ma poco delle prospettive che si apriranno. Un recente studio di Confindustria ha confermato la previsione di un aumento del Pil nel 2021 pari al +4,1 e nel 2022 del +4,2. Tutto sommato è un dato incoraggiante, dopo praticamente un anno di stop delle attività. Poteva andare peggio, bisogna anche considerare che mai gli economisti si erano trovati a dover valutare gli effetti di un fermo generale di tutte le attività».

Eppure, sono tanti i settori e i la­voratori al momento in cri­si.
«L’economia va avanti a comparti, il fermo dei servizi ha fatto saltare la stagione sciistica ma sono anche stati annunciati 600 milioni di ristori. Lo stop ai licenziamenti è sempre in bilico, però non sono stati attivati i contratti stagionali consueti. L’Unione In­du­stria­le ha aperto una polemica sul tema, ma credo che sia basata su presupposti erronei. Con il blocco dei licenziamenti ci sarà un calo, magari, ma non un crollo. E poi comunque seguirà un recupero».

Quando si vedrà una vera ripartenza, virus permettendo?

«Tra agosto e settembre. Ma è una questione mondiale. Se i ritmi saranno gli stessi, arriveranno ordini alle nostre aziende e soprattutto il reparto manifatturiero avrà buone prospettive. Ci sarà un effetto “schicchera” per tutta l’economia, una spinta improvvisa, come forse non abbiamo mai vissuto. Un recupero, ma così forte che sono convinto, lo ricorderemo. E le aziende devono attrezzarsi. Hanno già sperimentato un nuovo modo di lavorare, però questo è il momento di fare investimenti. Altrimenti si rischia di rimanere indietro».

Ci sarà più lavoro?
«Sempre il Centro Studi Confindustria ha previsto che, al netto del ricollocamento, ci saranno 300 mila nuove assunzioni nei prossimi due anni. Si tratta di un dato da non sottovalutare. Qual­cosa a cui non siamo abituati e che quindi do­vremmo af­fron­tare an­che con le giuste normative».

Ci saranno anche nuovi mo­di di lavorare?
«L’Italia ha una storia di stagnazione della produttività che dura ormai da vent’anni. O si cambia il modo di lavorare o ci si affida alle macchine, oppure si cerca di attuare entrambe le riforme. Ma non si può rimanere indietro. Si parla tanto di digitalizzazione, però da noi resta un fenomeno ancora troppo limitato. L’aumento della produttività sarà come un momento magico, da sfruttare. Speria­mo che avvenga con una logica, da de­lineare assieme al Go­ver­no».

Per l’Italia quali saranno le strade da percorrere?
«Non dobbiamo limitarci alle manifatture. Da un po’ abbiamo guadagnato posizioni importanti ad e­sempio nella meccatronica. E pochi san­no che a Na­poli c’è un polo dell’aeronautica che si sta affermando sempre più. In zona nord-ovest da sempre sono importanti i trasporti ed è in crescita la richiesta di risparmio energetico. Anche se poi la carta dell’elettrico bisogna giocarsela bene. Penso anche alla mobilità a idrogeno che riguarda i grandi motori, dai treni alle navi, e che ci vede tra i primi in Europa, con una consolidata capacità di stoccaggio dei carburanti».

E nel campo del cosiddetto “food”?
«Proprio la zona del Cuneese ha già creato un marchio di grande valore aggiunto nel settore dell’agroalimentare. Sapevate che all’estero i brand turistici più conosciuti sono nell’ordine, Toscana, Sar­degna e Langhe? Questo fa capire l’eccellenza. La Fer­rero? Straordinario esempio: oltre ad avere una visione, in questi anni ha ef­fet­tuato acquisizioni strategiche. E l’ultimo biscotto è davvero buonissimo».

In questo periodo a fare profitto sono soprattutto le multinazionali dei farmaci.

«Anche in Italia, seppur abbiamo pagato qualche inefficienza, manteniamo un ruolo importante nella produzione di farmaci. È vero che non abbiamo più investito nella ricerca, ma siamo forti nel biomedicale, i secondi produttori in Europa. Per quanto riguarda i vaccini, si aprono nuove e interessanti strade con quelli a Rna. Perché da noi ci sono le capacità, il capitale umano, le buone università. Se ci fosse poi qualche investimento importante, potremmo di­ventare leader mondiali anche qui».

A proposito, è giusto l’impulso che Draghi ha dato a una produzione italiana del vaccino anti-Covid?

«L’Italia deve produrre e non perché ce lo dice il Covid. Tra l’altro, per effetto dei ritardi è facile prevedere una sovraproduzione mondiale. La speranza però è che grazie alla novità dei vaccini Rna, con lo stesso principio si possano prevenire anche altre patologie. C’erano già stati progressi prima di questa emergenza. Il vaccino per l’epatite stava funzionando, prometteva bene quello del­l’Hiv. In questo ambito le nostre aziende possono ottenere risultati di rilievo anche oltre la pandemia».

Non trova che il lavoro del futuro dovrà tenere sempre più conto del valore umano?
«Sì, non a caso la crescita maggiore nel mondo del lavoro è avvenuta nell’epoca della contrapposizione per i diritti sindacali. Oggi ciò che conta è investire sulle persone, sulla loro formazione e sugli studi, quindi sull’università. Troppe volte, invece, ci si è fermati davanti al tema del costo del lavoro e della minaccia che arriva in questo senso dalla Cina. Ma se finissimo di ragionare solo nell’ottica dei tagli e dei bassi redditi, tutti ne avremmo un giovamento. Le tecnologie ormai ci consentono di guardare avanti con ottimismo. Qualcosa forse sta cambiando. Se ci fate caso, gli ultimi rinnovi dei contratti nazionali sono stati al rialzo in diversi settori: dai metalmeccanici ai chimici fino al settore alimentare. Sono segnali»