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«La mia ossessione per la pena di morte ora ha una risposta»

Alessandro Milan, scrittore e giornalista: «Lo stato della Virginia non farà più esecuzioni: un bel segnale. In Italia dovremmo essere orgogliosi di Leopoldo di Toscana»

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Un libro così non può che lasciare un segno. Perché parla di uomini, democrazia e società più di quanto si possa credere. E allora, siamo partiti proprio da “Un giorno lo dirò al mondo” per la nostra intervista con Alessandro Milan di Radio 24.
Che cosa le ha lasciato quell’esperienza vissuta in diretta, dal braccio della morte di un carcere americano?
«Mi è rimasta una sensazione che ho sempre fatto fatica a esprimere, una vera e propria ossessione. Qualcosa che ha superato ovviamente la sfera professionale, giornalistica, per entrare in una dimensione umana. Non ho mai nascosto, in quei giorni, di avere anche pianto e urlato. È passato molto tempo da allora, ma non è mai stato facile avere un atteggiamento distaccato e obiettivo nei confronti della storia di Derek Bernabei. Mi ha lasciato una profonda ossessione. Non conta ciò che è successo la notte dell’omicidio, è come se avessi ricevuto il compito morale di contribuire all’abolizione della pena di morte».

Era innocente?
«Non ho mai avuto un approccio innocentista nei confronti della sua storia. Ma per vent’anni mi sono chiesto se Derek fosse stato o meno colpevole di quel crimine. Poi mi sono arreso all’evidenza di una verità che non è emersa. La sua verità, invece, rimanda al complotto. Resta il fatto che quello del boia non dovrebbe più essere un lavoro».

Perché negli Usa si ha una visione sulla pena capitale così diversa dalla nostra?

«Ma lo stato della Virginia, proprio in questi giorni, ha abolito la pena di morte. Tra tutti gli stati americani era stato uno dei più attivi con 1329 esecuzioni. Una bella coincidenza. Ci sono tante motivazioni per spiegare la realtà della pena capitale negli Stati Uniti a cominciare dal fatto che l’Illuminismo nacque in Europa mentre in America la conquista dei territori era violenta. Quindi, in estrema sintesi, ci si doveva difendere con durezza. E c’era necessità di eliminare gli uccisori. Poi le statistiche hanno dimostrato che la pena capitale non rappresentava un deterrente, ma si arriverà a capirlo. Credo che la campagna del Black Lives Matter abbia già fatto tanto in favore delle minoranze e di una nuova consapevolezza etica».

Come sta andando in libreria il suo libro?
«È presto per avere i risultati, so che si tratta di un libro un po’ contro il tempo, stiamo attraversando un’epoca che richiede sempre risposte immediate».

La nostra democrazia a volte ci appare scalcinata, eppure dovremmo apprezzarla di più: è così?
«Qui da noi, nel lontano 1786 il Granducato di Toscana con Leopoldo d’Asburgo fu il primo stato al mondo ad abolire la pena di morte. Un precedente di cui possiamo andare orgogliosi. Si era alla vigilia della Rivoluzione francese, poco dopo la pubblicazione del saggio “Dei delitti e delle pene” del Beccaria. Personalmente, ne sono orgoglioso. Poi non siamo certo perfetti e l’America non è il diavolo. Resta pur sempre una terra di libertà. Però questo precedente mi rende orgoglioso».

Venendo ai giorni nostri, che cosa pensa di Mario Draghi a capo dell’Esecutivo: le cose miglioreranno?

«Quando al vertice del Governo è arrivato Draghi, non nascondo di aver provato un moto di fiducia. Anche se il problema è che in Italia ci aspettiamo sempre di accogliere il Salvatore: dai tempi di Mussolini fino a Berlusconi, da Prodi a Renzi per arrivare a Salvini. Inevitabile che questo accada anche per Draghi, che però non ha nulla di magico. La consolazione è che si occuperà principalmente di pandemia e Recovery plan: siccome qualche numero in Europa ce l’ha, direi che possiamo stare abbastanza tranquilli».

Come è andata fin qui la lotta al Covid?
«La riflessione è amara, l’Europa è stata disastrosa nella gestione della pandemia. E il rischio è addirittura che in molti arrivino a sostenere che la Brexit alla fine sia stata l’arma che ha salvato l’Inghilterra invece che portarla a fronteggiare nuovi problemi».

La situazione resta confusa: crede che la comunicazione abbia avuto un ruolo?

«Noi giornalisti dovremmo accettare di essere messi sul palco degli imputati. Sono da sempre molto critico nei confronti della totalità dell’informazione. A partire da noi della radio, passando per la televisione fino ai giornali. Tutti abbiamo esagerato. E ai cosiddetti uomini di scienza non è sembrato vero di poter avere un palcoscenico mediatico su cui assurgere a un ruolo da protagonisti della vita pubblica. Questo ha creato subito grande confusione».

All’estero è andata diversamente?

«In Germania c’è solo il Robert Koch Institut che esprime posizioni ufficiali e nessun altro. Da noi è una situazione allucinante, c’è una gara, ogni tv ha un proprio virologo opinionista. E a me cittadino arrivano tante voci contrastanti».

Lei lavora a Radio 24, fa della parola il suo mezzo di comunicazione. Che cosa pensa dell’ultimo social di tendenza, Clubhouse, dove si ascolta senza vedere immagini?

«Non mi iscriverò mai a Clubhouse, anche perché non ho l’iPhone. Ma credo che la tendenza generale sia quella di far sentire in qualche modo la propria voce. Su Facebook oppure su altri canali. Ecco allora che ammiro Draghi che ha fatto sapere che le sue comunicazioni riguarderanno solo le decisioni più importanti in un momento in cui se non dici, non esisti. E questo vale, con tutto il rispetto, dal piazzaiolo sotto casa fino al Primo ministro».

Una tendenza inarrestabile?
«Non capisco perché si debbano mettere in piazza i propri pensieri su qualsiasi argomento. Ma del resto è così. L’altro giorno mio figlio mi ha chiesto di mettergli un like su Instagram per “sponsorizzare” un suo post. Terribile».

BaNNER
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