«Quando passò il primo treno…»

Nel 1874 il transito del convoglio su rotaia a Saliceto fu accolto con grandi feste: era la modernità che arrivava in Valle Bormida

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In una vecchia cartolina di Saliceto c’è una nera locomotiva a vapore che corre nella neve; sullo sfondo le amene colline della Valle Bormida all’epoca am­mantate di vigne: alti marosi di un oceano terrestre immobili nello spazio e nel tempo. L’arrivo del primo treno a Saliceto nel 1874 fu un evento straordinario. Memorabile e rivoluzionario il serpentone sferragliante che correva su una strada di ferro fatta di binari paralleli: quasi un mostro preistorico destato dalla tecnologia umana.
Quel giorno ci fu una gran festa non soltanto a Saliceto, ma in tutta la valle: era arrivato il progresso! Una folla enorme s’accalcò sulla collina di meridione, quella della Malandrina, solcata da un nuovo sentiero di ferro, ad ammirare quella ma­gia fumosa. Più avanti, a Cengio, c’era altrettanta folla: era scesa l’intera valle superiore. Stazioni non ce n’erano ancora: soltanto un casello a metà strada tra i due paesi, in prossimità del ponte del Lupo, dove il treno ovviamente non fermò.
Non si era mai vista tanta gente, neppure nelle fiere più affollate. Uomini, donne, bambini erano ovunque. Qualcuno era già lì dall’alba. Tutti ammassati ai bordi di quei binari che correvano paralleli, all’infinito. Molti venivano dai paesi vicini: Camerana, Gotta­secca, Monesiglio, Mombar­caro, Prunetto, Montezemolo, Gorzegno, persino dalla Valle Uzzone e da Cortemilia. Famiglie intere. I più ricchi sui calessi. Che festa!
Bancarelle sparpagliate nei pra­ti e nei campi. Persino osterie da campo, con gli osti che erano arrivati sui carri trainati da buoi lenti solenni, tra piatti e pignatte. Qualcuno aveva portato mucche, cavalli, agnelli, maiali e capponi per venderli. Tutta quella gente restò a lungo nella trepidante attesa del Pe­gaso d’ac­ciaio nero, che doveva e­mergere dalla lunghissima galleria del Belbo: un buco nella terra lungo chilometri, per l’e­sat­tezza 4.366 metri. Un’im­presa titanica, più simile all’o­pera del diavolo che d’ingegneri.
Finalmente il mitizzato convoglio s’annunciò con un fischio prolungato e il gran vociare della folla si spense di colpo: sembrò che sulle colline fosse tornato il silenzio della Genesi.
Ecco la meraviglia! Una massa nera e mostruosa, sconvolgente e possente, travolgente e sbuffante come un’enorme drago. La seguivano leziose carrozze imbandierate, simili a tramvai, strapiene di signori e signore: autorità, notabili, giornalisti, i soliti raccomandati.
Molti, nel vedere quel drago di ferro, non poterono evitare di farsi frettolosamente il segno della croce, timorosi della diabolica apparizione. Forse l’aveva veramente mandato il diavolo, come sosteneva il papa a Ro­ma. Ma quel giorno, a benedire il treno mente transitava lassù a metà collina, c’era anche l’anziano arciprete don Giobatta Fenoglio, con la casula verde, simbolo di speranza, e una corte di chierichetti candidi. Le pie donne coraggiosamente intonarono il “magnificat” a un cenno del maestro di musica paesano, e la banda musicale cominciò a suonare una marcia allegra.
Sindaco e autorità, inorgogliti e com­mossi dalla travolgente folata di progresso, usarono parole grosse, in sintonia con la filosofia positivista in voga a quei tempi.
I vecchi arretrarono spaventati: intuivano che la modernità era arrivata, e che presto nulla sarebbe stato come prima. Dopo millenni di stasi, la storia cominciava a correre.
I bambini, con bocche spalancate tra stupore e paura, si strinsero alle lunghe gonne delle mamme. I più grandi corsero vocianti dietro all’ultimo vagone, inciampando nelle traversine.
Mio nonno Serafen, che aveva vent’anni, prossimo ai ventuno (intercorrono 97 anni tra la sua e mia nascita), molto si entusiasmò e pensò che finalmente poteva andare anche lui in America. Là lo attendeva il fratello Tommaso, che dal Mù era scappato a piedi per andarsi a imbarcare ad Anversa, e nel Massachusetts aveva fatto fortuna commerciando scarpe. Un altro fratello, Francesco, viveva in una fetida mansarda a New York, nascosto, segnalato dalla polizia italiana come anarchico pericoloso. Il porto di Genova ora sembrava dietro l’angolo con quel treno sbuffante. Mio nonno sarebbe salpato l’anno successivo, per tornare con più pidocchi di quand’era partito: non gli piacevano le arie! Come l’altro mio nonno in Argentina, che però tornò benestante. Incommen­su­rabile la nostalgia delle Langhe!
Quel giorno le osterie del paese, numerose perché molti erano gli abitanti del borgo, i viandanti e i mercanti, erano strapiene come nessuno ricordava. Gli osti ridevano, poiché sembrava di mietere il grano. Ancora di sera gli sguardi continuavano a volgersi verso la collina solcata da quella strada nuova, con binari che portavano lontano e facevano diventare piccolo il mondo.
Per la verità, le difficoltà riscontrate nello scavo della lunga galleria del Belbo, all’epoca probabilmente la più lunga d’Italia, ritardarono per ben due anni l’inaugurazione dell’ultimo tratto: Ceva-San Giuseppe di Cairo. Vi furono gravi incidenti, anche mortali. Nello scavo franò uno dei condotti di areazione, alto circa 300 metri. Si dice che non fu possibile recuperare i corpi degli operai che vi lavoravano e che ancora siano lassù sotto la val Belbo nel suo tratto sorgentifero. L’ingegnere che sovrintendeva i lavori fu travolto dal crollo, portato nel vicino palazzo rosso, castello scozzese in Alta langa, vi perì per le ferite riportate. Un’altra grossa difficoltà furono le sorgenti sotterranee, particolarmente copiose, che tuttora defluiscono dai due imbocchi della galleria: a Saliceto e soprattutto a Sale Langhe. La galleria, in piano secondo il progetto originario, ora sale e poi scende per parecchi metri…

Articolo a cura di Guido Araldo