«Il buon giornalismo? C’è ancora speranza»

Chiara Prato, da Alba al Tg2: «In giro ci sono storie bellissime da raccontare»

0
636

Da Alba al Tg2 del­la Rai. Chiara Pra­to ha seguito il suo sogno e lo ha visto trasformarsi in realtà, ma non per questo ha rinunciato alla sua autenticità: è rimasta la ragazza solare di sempre.

Chiara, nella storia ormai lunga del settimanale IDEA c’è anche il suo nome.
«È così: sono di Alba anche se nata a Torino e la mia esperienza con IDEA risale a quando studiavo e scrivevo, cercavo po­­sti dove poter svolgere l’attività da giornalista».

Il legame con le Langhe è rimasto forte?

«Certo, e adesso trovo che sia una terra ancora più bella di quando l’avevo lasciata».

Come è arrivata alla conduzione del Tg2?
«È stata la realizzazione di un sogno, volevo fare questo an­che se molti ostacoli lungo il percorso non li avevo messi in preventivo, certi meccanismi invece ho imparato a conoscerli».

È ancora il lavoro dei sogni?

«Il mestiere del giornalista è cambiato. Io volevo farlo per poter viaggiare, ora è diventato statico, Internet ha aggiunto frenesia e confusione».

E alla fine che cosa resta?

«Il senso di magia, nonostante tutto. Io sono grata all’azienda che mi permette di svolgere questa attività, ogni volta che conduco il tg provo un senso di soddisfazione, come per una “vittoria” personale. Spero sempre di arrivare un giorno a condurre anche il tg delle 20,30, chissà…».

I telegiornali raccontano davvero la realtà che ci circonda?

«È una domanda delicata che richiederebbe buone dosi di diplomazia. Diciamo, per esempio, che in politica ci si accontenta delle dichiarazioni di un minuto senza mai approfondire, quando invece servirebbe qualcuno che quelle dichiarazioni andasse a rivederle per poi chiedere a quello stesso politico: scusa, ma se ieri hai sostenuto questa posizione perché ora affermi il contrario?».

Non lo fa nessuno?

«Forse qualche editorialista, gli unici che possono permetterselo».

Altri sogni oltre al giornalismo?

«Da quando ci sono le restrizioni, visito spesso i siti web di offerte immobiliari alla ricerca di una bella cascina in Langa, un luogo da eleggere a “buen retiro” e farne una dimora dove potermi un giorno trasferire».

Come si trova a Roma?

«Anche questa città per me era un sogno da inseguire. Però tutti i desideri, quando diventano realtà, brillano un po’ di meno. Mi aspettavo che i romani fossero sempre divertenti, molto più dei piemontesi, troppo chiusi. Ma ho capito che non è per forza così. Roma è una città caotica e molto egoista. Le occasioni? Le trovi ovunque. Se io vado da Roma Nord a Gar­batella impiego lo stesso tempo che ci vuole per andare da Alba a Torino».

Come si vive in tempi di pandemia?

«Personalmente mi ritengo fortunata, ho un lavoro straordinario che mi permette in questo momento di mantenere la famiglia. È così: mio marito ha una piccola società di produzioni cinematografiche che attraversa una fase molto difficile. Negli ultimi mesi, nel suo settore, hanno ricevuto i 600 euro di contributo e basta. So bene quali situazioni difficili ci siano in giro. A me capita di fare due chiacchiere con quelle persone che fuori dai supermercati ti chiedono un euro… Spesso scopro storie straordinarie».

Questione di sensibilità giornalistica?

«Chi fa bene questo mestiere dovrebbe mantenere sempre intatta l’attenzione per i dettagli. Un mio collega del Tg2 ha fatto un servizio sui senzatetto che vivono accampati sulle sponde del Tevere. Ha trovato un signore che aveva appena perso il lavoro, si sentiva finito. Al suo paese lo hanno riconosciuto e salvato. Abbiamo av­viato una raccolta fondi che gli ha permesso di affittare una stanza, poi ha trovato lavoro».

Quindi tutto è nato da quel servizio?
«Sono cose che fanno bene al­l’anima. Il nostro è un lavoro immateriale, ti porta a pensare “non costruisco nulla”, invece non è sempre così. Quando pos­so, mi diverto a realizzare lavoretti con il legno: mi aiutano a vedere il risultato di ciò che faccio e mi sento bene».

Non crede che il problema della nostra società sia legato alla logica del profitto a tutti i costi?

«Mio papà mi ha sempre detto: “Spesso se uno ha i soldi, solo per quello pretende di essere anche intelligente”. Ma non è così. Il problema è che ci si adegua alle situazioni».

I giovani si stanno adeguando al peggio?

«Il rischio c’è. Nel nostro me­stiere sono sempre più spesso sottopagati, le notizie brevi su alcuni giornali sono retribuite con quattro euro lordi e non è giusto. Il problema è che in questo modo, per qualche euro in più, poi si accetta anche di scrivere ciò che non si pensa. Si smette di essere liberi».

Lei è sempre stata una giornalista libera?
«Spesso sono arrivata allo scontro per farmi valere (magari è per questo che non conduco il tg delle 20,30…), altre volte ho lasciato l’asino dove voleva il padrone. Non sono mai stata “obbligata” ma “indirizzata”, sì. Questione magari di un aggettivo in meno, però si tratta sempre di una sconfitta».

E se il giornalismo è “indirizzato” quali sono le conseguenze?

«Piano piano si sta perdendo una sensibilità collettiva, tutto diventa lecito e il livello si abbassa sempre di più. Non c’è consapevolezza».

Seguire i telegiornali oggi è faticoso: è d’accordo?
«Sono tosti, però lo stesso tenore lo trovi nelle pagine dei quotidiani. Il problema è che nonostante ci sia una catena di controllo, si scopre spesso che alcune opinioni si basano su “balle”. E allora ecco che c’è una deriva».

Anche su questioni come i vaccini?
«Il sospetto viene. Se scopri che magari una reazione avversa si è verificata dove c’erano patologie pregresse gravi, allora è sbagliato inculcare comunque il sospetto. È come mettere in relazione il buco nell’ozono con le voragini che si aprono per strada».

Viviamo nell’epoca della confusione?
«È così. Io ho messo al mondo un figlio un po’ per amore, un po’ per egoismo (la cosiddetta illusione dell’immortalità) e un po’ per la necessità di avere qualcuno da crescere e accudire. Ma ora sono preoccupata per il mondo che gli lascerò. Una volta, lavorando, sapevamo di poter realizzare i nostri sogni. Oggi non so. Non è colpa dei “boomer”, hanno faticato e vissuto, a tutti andava bene. Oggi forse possiamo uscirne se ognuno porta un contributo. Cambiare il sistema? Non è facile».

Non c’è una soluzione?
«Dovrei dare ascolto a una mia amica che da tempo mi propone di trovare una casetta vicino al bosco per aprire lì una piccola scuola famigliare. E lì vivere coltivando un orto e godendo la bellezza della natura: di cos’altro avremmo bisogno?».