Canale, addio a “Mamma Teresa”: una vita come una canzone che continuerà a risuonare

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Teresa Stroppiana

«Spero che potrò essere ancora con voi, bambini, il prossimo anno: se il Signore e la salute me lo permetteranno. Speriamo». Era il mese di maggio del 1988: e chi scrive, qui, frequentava il catechismo del sabato mattina nella parrocchia di Canale. Con la fortuna di avere lei come guida.

Teresa Stroppiana riuscì ad essere ancora con noi, l’anno successivo: e ancora negli anni a venire, accompagnandoci in un altro pezzo del nostro cammino di piccoli uomini e piccole donne. E sì che i verbi che passano tra “accompagnare” e “sperare” sono stati quelli che, in quasi cento anni di vita, questa fortissima personalità canalese ha coniugato di più, insieme al gesto puro e sincero del pregare con un occhio al cielo e un altro alla gente. Senza alzare la voce, mai: senza mai evidenziare e rimarcare il proprio impegno, evitando di cadere in quel piccolo peccato d’orgoglio in cui molti di noi offrono il fianco ad ogni cosa fatta bene.

Era semplicemente un tassello unico, insostituibile, nella collettività di questa capitale del pesco che l’ha salutata per l’ultima volta lo scorso giovedì: e molti, moltissimi hanno almeno un ricordo vivido e personalissimo a proposito di lei. Non ha avuto una vita facile, nell’attraversare il “Secolo Breve” e nel guardare un mondo cambiato nel nuovo millennio: materna con i diversi “ultimi” che si sono avvicendati nell’evoluzione della società, forte pur dovendo affrontare dolori laceranti come la scomparsa di due dei suoi figli e di un’amatissima nuora. Tutto, mostrando come una buona famiglia sia che la culla di ogni comportamento solidale con il prossimo. Lo si capisce anche guardando i suoi cari.

Si faceva volere bene: con il suo sguardo a volte un po’ stanco, ma sereno, di chi dedica ogni secondo della propria vita a quel “tirarsi su le maniche” e dare un senso profondo al tempo che è stato concesso. In parrocchia, sì: ma anche con gli infermi che cercavano conforto nella Madonna di Lourdes, in tanti viaggi sotto le insegne dell’Unitalsi.

«Vieni a prendere un caffé, vieni, in fretta, ma c’è tempo per tutto: non bisogna sprecare nulla, nemmeno i minuti», diceva ad ogni uscita del banco del Cva nell’epoca d’oro del “Gran Mercà”, per dare conforto a chi si era alzato prima dell’alba per fare a sua volta qualcosa per il proprio paese. E quel caffé era un modo che riassumeva il suo spirito: “So che hai bisogno di attenzioni, e nel mio piccolo vorrei fare qualcosa per te”, sembrava dirti, senza proclami, ma con tanta concretezza. Molti gesti piccoli, pennellate di bene e di buon cuore, che insieme hanno composto un grandissimo mosaico di umanità: in cui sapeva anche sempre trovare il modo di sorridere.

«Ricordatevi di portarlo in chiesa, neh», ci disse tra il serio e il faceto, quando un nevoso sabato di gennaio scortammo in auto il nipote Sebastiano verso l’altare, nel giorno del suo matrimonio.

E rise piano con il suo strizzare di occhi, quando all’oratorio ci sorprese ad adattare bonariamente su di lei un verso di una canzone di Jovanotti, che ci faceva dire: “Io credo che a questo mondo esista solo una grande Chiesa, che parte da Che Guevara e arriva fino a Mamma Teresa”. Una parafrasi tra lo scherzo e una rispettosa confidenza, quasi inconsapevole, filtrata tra le linee del buon umore.

E lei lo sapeva, capiva: «Ridete, ridete -sosteneva allora- ché ridere ci aiuta a fare meglio ogni cosa». Francescana sino al midollo, nella sua appartenenza convinta al Terz’Ordine, nel suo modo di vivere: recando spesso messaggi poi tornati in auge con la venuta di Papa Francesco.

Molto ha saputo insegnare: e molto si farà ancora, di certo, seguendo il cammino di solidarietà vera che Teresa ha saputo tracciare.

Una vita come una canzone, appunto: una canzone suonata piano, ma che rimane impressa, e vuole continuare ad essere intonata.

Paolo Destefanis